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Medici di famiglia, il centrodestra affossa la riforma Schillaci. Case di Comunità a rischio

La premier Giorgia Meloni e il ministro della Salute Orazio Schillaci 

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Dopo giorni di lavoro da parte del ministro e dei governatori, i partiti di maggioranza spingono per lo stop
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La riforma si è fermata. Non è bastato che, per una volta, il ministro alla Salute Orazio Schillaci e le Regioni abbiano remato dalla stessa parte. Non è servito l’impegno in prima fila di Lombardia e Lazio, le più grandi realtà locali italiane, entrambe in mano al centrodestra. Del resto è stato proprio il centrodestra a far fallire il progetto che prevedeva di cambiare il rapporto tra il servizio sanitario e i medici di famiglia e i pediatri, con l’obiettivo di far partire le Case di Comunità. Giorni di riunioni, discussioni, ritocchi alle bozze sarebbero stati inutili. Anzi, sono serviti ai medici di famiglia per serrare i ranghi e partire all’attacco, minacciando lo sciopero e togliendo la terra sotto i piedi alle Regioni, cioè andando a spiegare la loro contrarietà a Fratelli d’Italia e Forza Italia (che da sempre ha avuto dubbi su una riforma della professione). Hanno esercitato la loro ormai ben nota capacità di lobbing, quella che da anni blocca qualunque tentativo di riforma…

La riforma si è fermata. Non è bastato che, per una volta, il ministro alla Salute Orazio Schillaci e le Regioni abbiano remato dalla stessa parte. Non è servito l’impegno in prima fila di Lombardia e Lazio, le più grandi realtà locali italiane, entrambe in mano al centrodestra. Del resto è stato proprio il centrodestra a far fallire il progetto che prevedeva di cambiare il rapporto tra il servizio sanitario e i medici di famiglia e i pediatri, con l’obiettivo di far partire le Case di Comunità. Giorni di riunioni, discussioni, ritocchi alle bozze sarebbero stati inutili. Anzi, sono serviti ai medici di famiglia per serrare i ranghi e partire all’attacco, minacciando lo sciopero e togliendo la terra sotto i piedi alle Regioni, cioè andando a spiegare la loro contrarietà a Fratelli d’Italia e Forza Italia (che da sempre ha avuto dubbi su una riforma della professione). Hanno esercitato la loro ormai ben nota capacità di lobbing, quella che da anni blocca qualunque tentativo di riforma. E così, mentre i presidenti e i loro assessori alla Salute procedevano, i partiti che li appoggiano, a Roma, hanno lavorato per far fallire il loro progetto. Alla fine, anche Palazzo Chigi è stato coinvolto e avrebbe prima chiesto di rallentare - e infatti dopo un incontro del 13 maggio tra sindacati, ministro e presidenti, le parti non si sono più incontrate - e adesso sarebbe proprio per soprassedere. Tutto fatto in casa, tutto interno al centrodestra. Prima ha fatto, poi disfatto.

La questione Case di Comunità

La prima bozza della riforma era stata scritta dalla Lombardia. Quella Regione, come il Lazio ed altre, tra le quali lo stesso Veneto, vedeva avvicinarsi questo giugno, termine per l’avvio delle Case di Comunità richieste dal Pnrr, senza avere personale per riempire i nuovi super ambulatori pagati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Si rischiavano le cosiddette “cattedrali nel deserto”. Il problema era meno sentito dalle grandi regioni di sinistra, come Emilia e Toscana, perché hanno stretto accordi locali con le sigle sindacali per avere un aiuto orario dai medici di famiglia. Comunque sia, praticamente tutte le Regioni (Toscana a parte) hanno appunto dato parere positivo alla riforma.

Le ipotesi del testo

E così si è messo giù un testo che prevede, tra l’altro, che i medici di medici di famiglia e i pediatri svolgano un minimo di ore di attività nelle Case di Comunità, ma ipotizza, come caso residuale, di fare assunzioni tra gli specialisti ospedalieri e tra una piccola parte dei medici di famiglia, per riempire le stesse strutture e le “zone carenti”, le aree del Paese dove mancano i dottori del territorio. Ma proprio la parola assunzione fa salire il sangue alla testa ai sindacati di una categoria da sempre convenzionata, quindi costituita da liberi professionisti che stipulano accordi con le Asl sulla base di regole stabilite a livello nazionale e locale. E’ partito l’attacco dei sindacati e si è preferito non farli arrabbiare troppo, temendo forse ripercussioni dal punto di vista del consenso. Adesso però c’è da spiegare come mai in alcune Regioni le Case di Comunità non andranno a pieno regime. Intanto, in Veneto, le Asl pensano di trasferire i medici ospedalieri nei super ambulatori per farli funzionare. E così si arrabbiano di questa categoria di camici bianchi.

Il ruolo di Gemmato

Il colpo è duro per Schillaci e le Regioni, che pensavano di essere vicini alla meta. Per il ministro portare a casa una riforma del genere avrebbe voluto dire dare un senso all’intera legislatura. Ma accade da sempre con questo ministero alla Salute, attorno ad ogni decisione si creano spinte favorevoli e contrarie, interne ed esterne. Adesso, si dice che il sottosegretario-farmacista Marcello Gemmato, remasse contro alla riforma e abbia incontrato i medici per tranquillizzarsi sul fatto che non sarebbe passata. Ma anche altri esponenti di FdI come lui, soprattutto a Roma, avrebbero lavorato per abbattere l’idea di decreto del ministro scelto da Giorgia Meloni. Forza Italia, o almeno una parte del partito, non ha mai fatto mistero della sua contrarietà ma sembrava che la Lombardia potesse convincere i vertici del partito. E ieri in Parlamento i Cinquestelle hanno anche sollevato la questione Enpam, il potentissimo ente previdenziale di medici liberi professionisti e odontoiatri, chiedendo (senza avere risposta) se questo abbia fatto pressioni sul mondo politico contro la riforma.

Schillaci, Rocca e Bertolaso

"Vogliamo una sanità più vicina ai cittadini”, diceva Schillaci qualche giorno fa a proposito della riforma. “È un accordo difficile, ma necessario – aggiungeva Rocca – Le 21 Regioni hanno elaborato un documento unitario. Non sono sono colori di destra o di sinistra”. Guido Bertolaso, assessore alla Salute della Lombardia piegava: “mi pare che la linea che abbiamo intrapreso, cioè quella di un nuovo rapporto di lavoro con il coinvolgimento dei medici di medicina generale nelle Case di comunità, sia la linea giusta che stiamo seguendo”. Chissà cosa se adesso studieranno qualche mossa e chissà come mai hanno deciso di muoversi per riempire le stesse Case di Comunità così a ridosso dell’apertura prevista dal Pnrr. E a un anno dalla fine della legislatura.

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