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Meloni fuori dal summit di Londra, ora spera in Merz. Il nodo risoluzione in vista del Consiglio Ue

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni

 

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La premier è attesa alle Camere mercoledì, in vista del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno. Il clou del discorso sarà l’Ucraina
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ROMA – Fuori dalla foto di Tivat, ieri l’altro, per scelta (o meglio, il «ritardo» di Reggio Calabria per il famoso francobollo). E oggi da quella di Londra, perché non invitata dal terzetto Starmer-Macron-Merz. Per scacciare, almeno sul piano comunicativo, l’immagine dell’«Italia isolata» di cui parla l’opposizione, a Giorgia Meloni tocca sperare che il cancelliere tedesco convochi di nuovo un vertice E5, dunque allargato anche a Italia e Polonia, dopo la cancellazione del summit del 2 giugno, per altro su richiesta italiana (era la festa della Repubblica). A Palazzo Chigi restano fiduciosi: “ballano” un paio di date, il 10 e 12 giugno. Ma non è detto che l’operazione riesca, visto che i leader si rivedranno poco dopo, il 15, al G7.

Con queste tribolazioni sul fronte internazionale, la premier deve pure rammendare gli strappi della sua maggioranza, in vista di un passaggio delicato: il voto di giovedì prossimo in Parlamento. La premier è attesa alle Camere, con una settimana d’antici…

ROMA – Fuori dalla foto di Tivat, ieri l’altro, per scelta (o meglio, il «ritardo» di Reggio Calabria per il famoso francobollo). E oggi da quella di Londra, perché non invitata dal terzetto Starmer-Macron-Merz. Per scacciare, almeno sul piano comunicativo, l’immagine dell’«Italia isolata» di cui parla l’opposizione, a Giorgia Meloni tocca sperare che il cancelliere tedesco convochi di nuovo un vertice E5, dunque allargato anche a Italia e Polonia, dopo la cancellazione del summit del 2 giugno, per altro su richiesta italiana (era la festa della Repubblica). A Palazzo Chigi restano fiduciosi: “ballano” un paio di date, il 10 e 12 giugno. Ma non è detto che l’operazione riesca, visto che i leader si rivedranno poco dopo, il 15, al G7.

Con queste tribolazioni sul fronte internazionale, la premier deve pure rammendare gli strappi della sua maggioranza, in vista di un passaggio delicato: il voto di giovedì prossimo in Parlamento. La premier è attesa alle Camere, con una settimana d’anticipo, in vista del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno. Discorso a tutto campo, ma il clou è l’Ucraina. Merz spinge per l’adesione rapida di Kiev nell’Ue, con la formula di «paese associato», dunque con meno diritti rispetto ai 27. Roma, come noto, frena. Ma nel centrodestra le posizioni sono diverse: la Lega dice «mai», FI insiste per inserire nella risoluzione di maggioranza un passaggio sul «percorso» di adesione, pur senza forzature. FdI è nel mezzo: prudenza, prima i Balcani, a partire dall’Albania dell’«amico» Rama, ma senza escludere del tutto la possibilità. Anche se nel partito della fiamma non tutti sono così aperturisti, vedi Guido Crosetto, che ha proposto un’altra opzione ancora: allargare la difesa dell’Unione anche ad altri paesi, Ucraina compresa, ma senza adesioni formali.

A quattro giorni dal voto in Parlamento, la risoluzione è ancora in fase di scrittura. Il complicato tetris è nelle mani del ministro agli Affari Ue, Tommaso Foti. Da FdI, scommettono che pure stavolta la quadra si troverà, con la formla del «prima i Balcani». Ma il Carroccio vive ore tormentate, soffre la concorrenza a destra (e russofila) dei vannacciani. Le bizze potrebbero essere più marcate del passato. Si tratta di un passaggio politico più formale che sostanziale. Sugli aiuti a Kiev, il governo ha varato sul finire del 2025 il decreto che prolunga per tutto l’anno in corso la possibilità di spedire armi al paese di Zelensky, ma nel 2026 non sono stati inviati equipaggiamenti. E secondo fonti governative di primo piano non ne sono in programma a stretto giro. Il Copasir non ne sa nulla. Il governo deve ancora decidere cosa fare con il Purl, il programma d’acquisto di armi americane per l’Ucraina. Probabile che Crosetto ne discuta il 15 giugno nella missione a Washington dall’omologo Usa, Pete Hegseth. Pure sul Safe, il sistema di prestiti europeo, l’esecutivo deve ancora prendere una decisione definitiva. Un balletto che si trascina da mesi: il governo ha prenotato 14,9 miliardi, ma era pronto a scendere a 5 fino a qualche giorno fa, quando non aveva ancora ottenuto rassicurazioni dall’Ue sulla flessibilità per l’energia. Ora si è aperta un’ulteriore riflessione, visto che qualche concessione da Bruxelles è arrivata (anche se non sulla benzina). L’importo dei prestiti da richiedere potrebbe salire di 1-2 miliardi. A giorni si deciderà. Possibile che Crosetto e Antonio Tajani ne accennino martedì in audizione nelle commissioni Difesa ed Esteri, per il voto sulle missioni militari, senza passaggi su Hormuz.

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