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Picierno replica a Serra: “Ecco cos’è il riformismo per me”

Pina Picierno 

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La vicepresidente dell’Europarlamento, che ha appena lasciato il Pd, risponde all’amaca del 6 giugno
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Caro Michele,

grazie per l’attenzione che ha riservato alla mia lunga intervista. Sono ben consapevole di aver sfidato le regole dell’editoria italiana in materia di numero di battute.

Cercherò dunque di rispondere in maniera più concisa alle sue osservazioni, partendo dal significato della parola riformismo, che non è una parola vuota, né malata, né neutra. So perfettamente che nel tempo si è confusa fino all’ossimoro di essere accostata al conservatorismo.

Ma c’è un’unica accezione con cui può essere intesa: migliorare le condizioni morali e materiali dei cittadini e di chi sta ai margini del potere e della produzione di ricchezze. Questo significa per me riforma del sistema fiscale a favore del lavoro, riforma degli incentivi, alleggerimento del carico burocratico. Significa aiutare chi lavora e produce, in un tempo di grandi sconvolgimenti tecnologici che mette a rischio le ambizioni di emancipazione sociale, non soltanto di assistenza.

Caro Michele,

grazie per l’attenzione che ha riservato alla mia lunga intervista. Sono ben consapevole di aver sfidato le regole dell’editoria italiana in materia di numero di battute.

Cercherò dunque di rispondere in maniera più concisa alle sue osservazioni, partendo dal significato della parola riformismo, che non è una parola vuota, né malata, né neutra. So perfettamente che nel tempo si è confusa fino all’ossimoro di essere accostata al conservatorismo.

Ma c’è un’unica accezione con cui può essere intesa: migliorare le condizioni morali e materiali dei cittadini e di chi sta ai margini del potere e della produzione di ricchezze. Questo significa per me riforma del sistema fiscale a favore del lavoro, riforma degli incentivi, alleggerimento del carico burocratico. Significa aiutare chi lavora e produce, in un tempo di grandi sconvolgimenti tecnologici che mette a rischio le ambizioni di emancipazione sociale, non soltanto di assistenza.

Non c’è stato sociale possibile che non parta dalla tutela e dalla promozione del lavoro. È stato il fulcro dei progressi della democrazia sociale nel dopoguerra. Da decenni, però, proprio qui si è aperta la frattura: mentre il potere economico si è concentrato su scala globale, gli strumenti della politica nazionale hanno perso efficacia.

Dobbiamo farci i conti, altrimenti la risposta più immediata diventa il ritorno al protezionismo e al nazionalismo. Per questo credo nell’Europa sociale. Ma per costruirla servono più capacità produttiva, un mercato davvero integrato, regole comuni e strumenti adeguati per governare la globalizzazione.

Condivido il vecchio adagio keynesiano: nel lungo periodo saremo tutti morti e abbiamo l’urgenza di rispondere a bisogni concreti. Ma non possiamo continuare a farlo soltanto con bonus, sussidi occasionali e misure di corto respiro. Fin qui ha funzionato poco e male.

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