Il federale della Lega va per le lunghe. Non era previsto. Tanto che salta persino un vertice di maggioranza (riservato) convocato da Giorgia Meloni. La premier attende per un’ora, con Antonio Tajani e Maurizio Lupi, il segretario del Carroccio. Ma Matteo Salvini imbocca il portone di palazzo Chigi soltanto a ridosso delle tre. Pranzo disdetto. E non c’è molto tempo per discutere dei temi previsti, dall’Ucraina alla legge elettorale. Il capo lumbard ha solo modo di aggiornare i presenti sull’esito della riunione dello stato maggiore del suo partito. Riunione burrascosa, anche se il vicepremier in pubblico minimizza. Il clima in realtà non è stato mai così teso. Non solo per le bizze dei governatori del Nord che, di sponda con Luca Zaia, chiedono al leader di rimescolare le carte e mettere mano seriamente all’organizzazione della Lega.
Il federale diventa anche lo sfogatoio contro gli alleati di governo. «Fanno leggi contro il Nord», punge il governatore lombardo, Attilio Fontana. Il c…
Il federale della Lega va per le lunghe. Non era previsto. Tanto che salta persino un vertice di maggioranza (riservato) convocato da Giorgia Meloni. La premier attende per un’ora, con Antonio Tajani e Maurizio Lupi, il segretario del Carroccio. Ma Matteo Salvini imbocca il portone di palazzo Chigi soltanto a ridosso delle tre. Pranzo disdetto. E non c’è molto tempo per discutere dei temi previsti, dall’Ucraina alla legge elettorale. Il capo lumbard ha solo modo di aggiornare i presenti sull’esito della riunione dello stato maggiore del suo partito. Riunione burrascosa, anche se il vicepremier in pubblico minimizza. Il clima in realtà non è stato mai così teso. Non solo per le bizze dei governatori del Nord che, di sponda con Luca Zaia, chiedono al leader di rimescolare le carte e mettere mano seriamente all’organizzazione della Lega.
Il federale diventa anche lo sfogatoio contro gli alleati di governo. «Fanno leggi contro il Nord», punge il governatore lombardo, Attilio Fontana. Il coro di voci stavolta è largo, trasversale rispetto alle correnti. Giancarlo Giorgetti lo dice dritto: serve che «Salvini torni al Viminale». Matteo Piantedosi? «A volte fatico a capirne i discorsi in Cdm». Ora invece serve consenso. Il grosso dei presenti sottoscrive, persino Zaia. E attenzione: non si parla della prossima legislatura, come ha detto già in più occasioni il segretario. No, la richiesta suona molto più perentoria: il vicepremier deve traslocare al ministero dell’Interno subito. L’interessato, Salvini, non interviene per assecondare le pressioni dei suoi, ma nemmeno le scaccia. Parla però dell’orizzonte della legislatura: «Mancano nove mesi, se si andrà alle elezioni ad aprile, come è stato ipotizzato».
Il Carroccio ha fretta di un rilancio, stretto nella morsa di Vannacci. «Rilancio programmatico», dicono gli uomini di Salvini. Cioè: battere a tamburo battente su due-tre temi forti. Armando Siri, capo dei dipartimenti della Lega e fedelissimo del segretario, sfida il ministro meloniano della Difesa, Guido Crosetto, che come noto vorrebbe progressivamente ridimensionare l’operazione Strade sicure dell’Esercito: «Non scherziamo: dobbiamo mettere in strada ventimila soldati, nei territori». Aggiunge quella che ai più sembra una punzecchiata anche a Piantedosi: «Non prendiamoci in giro, nelle città la gente a paura. A Milano, la sera, non si può girare, perfino in centro!».
Oltre alle spine interne, c’è insofferenza per come i soci di governo trattano le proposte del Carroccio. Massimiliano Romeo, capogruppo in Senato e potente segretario della Lega in Lombardia, s’infervora: «Abbiamo proposte di legge che sono state presentate da due, tre anni. E che fine fanno? Non vengono nemmeno calendarizzate da quegli altri». Gli alleati. Si unisce Edoardo Rixi, braccio destro di Salvini al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti: «Bisogna investire di più e soprattutto sburocratizzare. Non so da quanto tempo chiediamo di allargare i benefici della Zes, la zona economica speciale, a tutta l’Italia, anche al Nord. Ora Meloni dice di volerla fare? Sarebbe ora». Nei conciliaboli post riunione, Rixi è ancora più diretto: «Io piuttosto che vivacchiare un altro anno, mi dimetto prima».
Il clima è questo, in casa Lega, quattro mesi dopo la scissione di Roberto Vannacci, che intanto scala i sondaggi, mentre il Carroccio arranca e ormai teme il clamoroso sorpasso già nel corso dell’estate. «Dobbiamo cambiare il modo di stare al governo», è la sintesi degli interventi dei colonnelli di via Bellerio. Un pressing che forse stavolta non è destinato a restare lettera morta. Chissà se c’è anche questo nel «resoconto» che fornisce Salvini a palazzo Chigi, davanti a Meloni, che di rimpasti non vuole sentire parlare. Almeno fino a settembre.