Bifronte come Giano. In versione combat alla Camera, toni alti, sprezzanti, contro l’Europa, i partner d’Oltralpe, le opposizioni e il loro «ridicolo armamentario sul governo illiberale»: frasario studiato per eccitare la curva, dove la tifoseria fratella urla e si agita come a bordo di un ring. In modalità “ragazza della Garbatella” al Senato dove, complici i feroci attacchi di Matteo Renzi, perde la pazienza e attinge al romanesco spinto, cerca la zuffa col precessore che la chiama Lady tax: lei proprio non ci vuole stare.
Duello Renzi-Meloni: "Lady Tax, oltre il 40%". Lei: "Non sai contare, dicci della patrimoniale"
Benvenuti in Parlamento, le comunicazioni di Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo trasformate in una prova di forza. Decisa a raccontare un’Italia protagonista, non ai margini come da giorni si sente accusare, la presidente del Consiglio affiancat…
Bifronte come Giano. In versione combat alla Camera, toni alti, sprezzanti, contro l’Europa, i partner d’Oltralpe, le opposizioni e il loro «ridicolo armamentario sul governo illiberale»: frasario studiato per eccitare la curva, dove la tifoseria fratella urla e si agita come a bordo di un ring. In modalità “ragazza della Garbatella” al Senato dove, complici i feroci attacchi di Matteo Renzi, perde la pazienza e attinge al romanesco spinto, cerca la zuffa col precessore che la chiama Lady tax: lei proprio non ci vuole stare.
Duello Renzi-Meloni: "Lady Tax, oltre il 40%". Lei: "Non sai contare, dicci della patrimoniale"
Benvenuti in Parlamento, le comunicazioni di Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo trasformate in una prova di forza. Decisa a raccontare un’Italia protagonista, non ai margini come da giorni si sente accusare, la presidente del Consiglio affiancata dai due vice passa subito al contrattacco. La linea su Kiev non cambia: «Sostegno e pressione su Mosca». Ma deve essere l’Ue a guidare il negoziato in «coordinamento con gli Usa, che però non significa delega». Evitando le fughe in avanti: «Nessun formato ha la legittimità di parlare a nome dell’Europa», il pizzino spedito a Macron e Merz, «serve una figura autorevole che rappresenti gli interessi europei».
Stesso registro sull’Iran: «L’Italia non è parte del conflitto e non intende diventarlo». Sui risultati ottenuti, dentro e fuori i confini nazionali: dai 14 miliardi di flessibilità europea al rilancio del nucleare e delle rinnovabili, dal 2,8% del pil investito in difesa e sicurezza, fino alle politiche migratorie copiate ora a livello comunitario. Un’offensiva a tutto campo per anticipare le critiche delle opposizioni. Fatica vana. «Si è autoesclusa dai principali processi decisionali europei», graffia il dem Peppe Provenzano. «Meloni fugge dai summit come Schettino», ironizza Giuseppe Conte: «Non si è presentata in Montenegro per presentare un francobollo a Reggio Calabria. È tutto così surreale».
È il nervo scoperto della premier. Che reagisce con stizza: «Quando ho qualcosa da dire, la dico. Non faccio cose nannimorettiane: mi si nota di più se vengo e sto in disparte o se non vengo per niente». Ricorda di aver mancato l’appuntamento perché impegnata alla festa dell’Arma: «Ne vado fiera, lo rifarei». E quando Renzi l’accusa di irrilevanza — «Ai mondiali della geopolitica l’Italia non partecipa per incapacità del governo e di questa presidente del Consiglio» — sbotta: «Lei si arrabbiava perché non era stato invitato a un vertice E3 dove si stipulava un trattato in cui si cedevano ai francesi pezzi di mare italiano tra i più pescosi. Ora che io vengo esclusa, atteso che ai francesi non je regalo niente», la slittata in romanesco, «lo capisco. Ma che fosse escluso lei, che je regalava pure pezzi di mare, mi sembra un pochino più cattivo».
Battuta che tradisce insofferenza per lo sfregio subito: se Roma non è sempre ai tavoli ristretti, sembra suggerire Meloni, non è per debolezza ma perché non accetta compromessi al ribasso. Anche rispetto alla Ue: «Non sono d’accordo con il superamento dell’unanimità», ribadisce. «La mia idea non è quella di un’Europa iperinvasiva che si occupa di tutto». E il suo futuro «non è un’Europa federale né una che mortifichi gli Stati nazionali». Poi l’immancabile affondo contro i «burocrati che hanno perso il contatto con la realtà».
Un piede dentro e uno fuori. Lo stesso equilibrismo mostrato sul Medioriente. Meloni annuncia sanzioni contro Ben Gvir e i coloni violenti, ma avverte che «isolare Israele non sarebbe funzionale ai nostri obiettivi». Perciò resta contraria a sospendere l’accordo di cooperazione con l’Ue: «Farebbe un danno alla popolazione». Ma Nicola Fratoianni di Avs la inchioda: «Invece le sanzioni contro Russia e Iran non colpiscono i civili? Questo doppio standard è inaccettabile». La premier serra la mascella. Ancor più indurita quando il focus si sposta sull’economia.
Elly Schlein parla di «distanza enorme tra il Paese che Meloni racconta e quello che vive chiunque fuori da palazzo Chigi». L’accusa di dire «bugie»: è questo governo ad aver «battuto il record di pressione fiscale, la produzione industriale è calata per 35 mesi e abbiamo crescita zero nonostante il Pnrr». Insiste sui salari «tra i più bassi d’Europa», la segretaria del Pd, sulle «bollette più care: in quattro anni non siete riusciti a fare nulla, fatevi aiutare», l’incalza. Giuseppe Conte la definisce «la regina delle tasse», ma è Renzi a perfezionare il marchio: «Lady tax». La prima ministra nega, elencando tutte le misure varate per ridurle, il leader di Iv però non arretra: «Prometteva di inserire in Costituzione il tetto del 40% alla pressione fiscale, c’è il video. Ora è aumentata. Game, set, match». Stavolta il fact-cheking delle opposizioni ha funzionato.