Rilanciare. Rilanciarsi, ma come? I grattacapi si moltiplicano, le gioie scarseggiano. Stretto nella morsa di Roberto Vannacci che sogna il sorpasso nei sondaggi prima di Ferragosto, Matteo Salvini deve fronteggiare le inchieste che scombussolano i due grandi progetti a cui ha legato il suo mandato al Mit (oltre al piano casa, «che mancava da 50 anni»).
Il ponte sullo Stretto è minato dall’ennesimo incaglio, l’inchiesta per corruzione che vede impelagato l’ex commissario della Lega in Calabria, Francesco Giacomo Saccomanno, più un ex magistrato e forse altri ancora. Ieri l’ultima tegola, sulle Olimpiadi Milano Cortina, che Salvini ha raccontato come vetrina del leghismo «del fare», grandi opere, cantieri: durante i Giochi il vicepremier si era trasferito lì, tra il Duomo e i monti. Dentro il Carroccio, il sospetto diffuso (e fatto trapelare) è che l’avviso di garanzia recapitato a Elisabetta Pellegrini, manager fedelissima del vicepremier, sia un’altra manovra «a orologeria», perché …
Rilanciare. Rilanciarsi, ma come? I grattacapi si moltiplicano, le gioie scarseggiano. Stretto nella morsa di Roberto Vannacci che sogna il sorpasso nei sondaggi prima di Ferragosto, Matteo Salvini deve fronteggiare le inchieste che scombussolano i due grandi progetti a cui ha legato il suo mandato al Mit (oltre al piano casa, «che mancava da 50 anni»).
Il ponte sullo Stretto è minato dall’ennesimo incaglio, l’inchiesta per corruzione che vede impelagato l’ex commissario della Lega in Calabria, Francesco Giacomo Saccomanno, più un ex magistrato e forse altri ancora. Ieri l’ultima tegola, sulle Olimpiadi Milano Cortina, che Salvini ha raccontato come vetrina del leghismo «del fare», grandi opere, cantieri: durante i Giochi il vicepremier si era trasferito lì, tra il Duomo e i monti. Dentro il Carroccio, il sospetto diffuso (e fatto trapelare) è che l’avviso di garanzia recapitato a Elisabetta Pellegrini, manager fedelissima del vicepremier, sia un’altra manovra «a orologeria», perché la dirigente del ministero è considerata «bravissima» da Salvini, tanto da poter ambire ad altri, ancora più prestigiosi incarichi. E invece, con l’indagine sul groppone, finisce azzoppata «anche se la storia probabilmente finirà nel nulla». Si vedrà.
Sul piano politico, Salvini spera che la richiesta agli alleati — e soprattutto a Giorgia Meloni — partorita nel federale dell’altro ieri stavolta vada in porto: «Matteo deve tornare al Viminale», primo firmatario Giancarlo Giorgetti, che non è certo un ultrà. «Se lo dice Giancarlo, ha un suo peso», sostiene Claudio Durigon. E Piantedosi? L’ultima idea è uno switch: «Potrebbe andare alle Infrastrutture. Sarebbe un bel cambio, visto che ci attaccano con le inchieste», confida un fedelissimo del leader, che invece sul tema evita di esporsi direttamente.
Il capogruppo al Senato, Massimiliano Romeo, racconta che il pressing sarà alto: «La nostra richiesta è forte, è l’unico modo per arginare Vannacci». Come dire: dovrebbe convenire pure alla premier. Porterà a un rimpasto? «Se serve, si può anche valutare», dice Romeo. Da questo orecchio però a palazzo Chigi non ci vogliono sentire: niente Meloni bis. È un tabù fino al traguardo di inizio settembre, quando festeggerà il governo più longevo della Repubblica, e pure dopo, anche se si votasse nell’autunno 2027. Alcuni tra i Fratelli si fanno scudo di ipotetiche ritrosie del Colle: «Non è facile avvicendare il ministro dell’Interno. E poi Piantedosi ha fatto un buon lavoro». Freddissima pure Forza Italia, come fa capire in un angolo del Senato la ministra Elisabetta Casellati: «Salvini al Viminale? Non credo proprio».
Salvini dalla festa della Lega giovani, al parco di Tor di Quinto, Roma Nord, ostenta indifferenza per le beghe di queste settimane: «Opere pubbliche? Invece di un grazie finisci indagato. Ci sono tante difficoltà, le inchieste, le gufate, qualche parlamentare che se ne va… ma vado avanti». Simonetta Matone, accanto a lui, non si tiene: «Sulla sicurezza il governo non sa comunicare».
Resta comunque arduo immaginare che sarà il ministero dell’Interno a trasformarsi in balsamo per il vicepremier, che ancora deve decidere il riassetto del partito. Se ne discuterà mercoledì prossimo. Luca Zaia si è sfilato dal ruolo di vicesegretario, visto che Salvini non vuole cedergli la delega al Nord. Il leader sta provando a convincere Massimiliano Fedriga. Intanto il partito vive ore tribolate. Sempre Romeo ieri rilanciava gli «stipendi differenziati» per gli statali del Nord e del Sud. Il governatore della Lombardia Attilio Fontana scherzava sul federale «frizzantino» e ipotizzava anche una clamorosa rottura: «Soluzioni per il partito? Ne riparleremo quando avremo trovato, o non avremo trovato, un accordo». Il clima è questo. Un iper-salviniano come Armando Siri, nel federale, ne ha fatta una questione psichiatrica, per i fan del ritorno al Nord. «Si chiama omeostasi emotiva, un rifugio nel passato, anche se fallimentare, per ripararsi da un presente doloroso. C’è un irrisolto inconscio che però funziona come un killer. E lavora all’autosabotaggio dell’intera struttura».