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G7, Meloni: “Siamo pronti” ma si attende lo scudo americano. Saluti e battute con Trump

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Il contatto con il tycoon a Evian dopo mesi di gelo. Per la missione nel Golfo due o tre cacciamine, una fregata e una nave logistica
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EVIAN – Il sole brucia anche se sono già le 19. Giorgia Meloni calpesta il prato verde del G7 di Evian. Da sola e in abito chiaro, viene accolta da Emmanuel Macron e dalla moglie Brigitte subito dopo Donald Trump. Un sorriso accennato con il presidente francese, senza troppa enfasi. Cordialità contenuta. Poco dopo, la premier si ritrova finalmente con il tycoon: un saluto, dopo mesi di gelo. Quindi tutti a cena all’hotel Royal d’Évian-les-Bains, che ospita il summit dove Meloni — riferiscono — scherza con il presidente americano. Si discute anche del patto tra Stati Uniti e Iran, dunque della missione navale europea per lo Stretto. Roma, nonostante alcuni dubbi, vuole esserci. «Siamo pronti», è il messaggio della leader di Fratelli d’Italia.

Due o tre cacciamine, una fregata di appoggio e una nave logistica: dal momento in cui i marinai italiani salperanno da Gibuti, dove attendono da alcune settimane l’evoluzione del conflitto, serviranno cinque giorni di navigazione per raggiungere …

EVIAN – Il sole brucia anche se sono già le 19. Giorgia Meloni calpesta il prato verde del G7 di Evian. Da sola e in abito chiaro, viene accolta da Emmanuel Macron e dalla moglie Brigitte subito dopo Donald Trump. Un sorriso accennato con il presidente francese, senza troppa enfasi. Cordialità contenuta. Poco dopo, la premier si ritrova finalmente con il tycoon: un saluto, dopo mesi di gelo. Quindi tutti a cena all’hotel Royal d’Évian-les-Bains, che ospita il summit dove Meloni — riferiscono — scherza con il presidente americano. Si discute anche del patto tra Stati Uniti e Iran, dunque della missione navale europea per lo Stretto. Roma, nonostante alcuni dubbi, vuole esserci. «Siamo pronti», è il messaggio della leader di Fratelli d’Italia.

Due o tre cacciamine, una fregata di appoggio e una nave logistica: dal momento in cui i marinai italiani salperanno da Gibuti, dove attendono da alcune settimane l’evoluzione del conflitto, serviranno cinque giorni di navigazione per raggiungere l’area critica. Non è una decisione che Meloni prende senza qualche cruccio, in queste ore. Lo Stato maggiore della difesa ha spiegato all’esecutivo la situazione: il livello di sicurezza dipende dallo “scudo” radar americano dell’Us Navy, dunque appesa a Trump. È la ragione per cui i tedeschi sono i più cauti, vista una situazione comunque instabile. È il motivo per cui anche Guido Crosetto, durante il suo viaggio a Washington, mostra cautela: «L’Italia è pronta dal punto di vista tecnico ad impegnarsi», ma al momento «mancano le precondizioni: un accordo implementato e una volontà di tutte e due le parti di accettare questa missione. Non andiamo a fare la guerra, ma lo sminamento, quindi deve essere garantita da tutte e due le parti la pace».

La premier pensa da tempo che non sia possibile tirarsi indietro. Vuole almeno che la decisione sia sancita da un passaggio parlamentare, consapevole che le opposizioni criticheranno l’assenza dell’ombrello dell’Onu. Il vaglio delle Camere non dovrebbe però essere immediato, perché ancora prima andrà definita la cornice internazionale nella quale inquadrare la spedizione. A Palazzo Chigi calcolano una ventina di giorni dal momento della sigla ufficiale della pace alla piena operatività dei militari italiani nelle acque contese.

L’Italia parteciperà, comunque. Nel solco delle precedenti missioni Aspides e Atalanta, in cui è impegnata per garantire la sicurezza del Mar Rosso e del Golfo di Aden. Appena l’intesa tra Washington e Teheran viene annunciata, domenica notte, Palazzo Chigi mette la firma sul comunicato degli europei che mostra disponibilità all’operazione. Sono ragionamenti che ripete anche al cospetto della premier giapponese Sanae Takaichi, ricevuta a Roma prima di volare in Francia. E che mette nero su bianco in un altro intervento pubblico all’ora del caffè. Ribadisce il «forte apprezzamento per il memorandum». Ringrazia «tutti i mediatori, e in particolare Qatar e Pakistan». E ancora: «Si tratta di un’occasione di pace che va colta». Meloni elenca i principi che devono reggere un accordo duraturo. Il primo è che «l’Iran non può dotarsi dell’arma nucleare», il secondo che «la libertà di navigazione deve essere garantita». Quindi, il nuovo via libera alla spedizione via mare: «Siamo pronti, insieme agli altri partner e fermo restando la necessaria autorizzazione parlamentare, a contribuire a una presenza navale internazionale per accompagnare la piena riapertura dello Stretto». Serve, come detto, un voto parlamentare. Serve un ombrello legale per presentare l’operazione a un’opinione pubblica sempre molto scettica rispetto a una guerra scatenata da Trump.

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