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La Lega agganciata da Vannacci, a rischio il consiglio su Zaia vice

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Sondaggio La7 dà i due partiti alla pari. Fontana attacca il segretario. Pronti i gazebo per il vicepremier: “Subito al Viminale”
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ROMA – È il giorno dell’aggancio: il partito di Roberto Vannacci, nato quattro mesi fa, è alla pari della Lega, secondo l’ultima rivelazione Swg scodellata ieri sera dal Tg La7: appaiati al 5,3%, ma con i trend all’opposto, Futuro nazionale in gran crescita, la Lega sempre più in declino. Al Nord temono il precipizio, danno il sorpasso per scontato entro luglio. Matteo Salvini non ha ancora capito come resistere ai marosi pure questa volta. Non vuole il modello Cdu-Csu proposto dall’ala settentrionale del partito, cioè una doppia Lega, una per il Nord, una per il Meridione, perderebbe potere e soldi. Ma senza queste garanzie né Luca Zaia né Massimiliano Fedriga sono disposti a fargli da vicesegretario per tentare un rilancio. Risultato: il consiglio federale previsto per domani, ieri notte veniva dato per archiviato. «Al 90%». Non c’è un accordo. Se ne riparla la prossima settimana.

ROMA – È il giorno dell’aggancio: il partito di Roberto Vannacci, nato quattro mesi fa, è alla pari della Lega, secondo l’ultima rivelazione Swg scodellata ieri sera dal Tg La7: appaiati al 5,3%, ma con i trend all’opposto, Futuro nazionale in gran crescita, la Lega sempre più in declino. Al Nord temono il precipizio, danno il sorpasso per scontato entro luglio. Matteo Salvini non ha ancora capito come resistere ai marosi pure questa volta. Non vuole il modello Cdu-Csu proposto dall’ala settentrionale del partito, cioè una doppia Lega, una per il Nord, una per il Meridione, perderebbe potere e soldi. Ma senza queste garanzie né Luca Zaia né Massimiliano Fedriga sono disposti a fargli da vicesegretario per tentare un rilancio. Risultato: il consiglio federale previsto per domani, ieri notte veniva dato per archiviato. «Al 90%». Non c’è un accordo. Se ne riparla la prossima settimana.

Il tempo per rammendare il partito, per il vicepremier, è agli sgoccioli. La Lega è un calderone di pulsioni contrapposte. A Milano, in zona parco Sempione, ieri è apparso uno striscione (Bossi diceva che i muri sono i libri dei popoli): «Grazie Matteo, ora Zaia segretario». Segnali. In assenza di una tregua vera, la resa dei conti finale potrebbe consumarsi a Treviso, il 4 e 5 del mese prossimo. Una due giorni pensata dal segretario come operazione di “team building”. Rischia di essere il contrario: il giorno del grande strappo, della richiesta di un congresso straordinario per eleggere un nuovo leader prima delle Politiche. Per invertire il trend, i fedelissimi del ministro dei Trasporti sono convinti: deve tornare al Viminale, subito. Stavolta non è una boutade: questo fine settimana la Lega farà banchetti per chiedere «Salvini agli Interni senza paura». Nessuno si fa più scrupoli nel criticare l’operato di Matteo Piantedosi: «Serve un cambio di passo», si aggiungeva ieri persino Attilio Fontana, governatore della Lombardia, che nelle dinamiche interne sta facendo asse con Zaia e Fedriga, contro Salvini. Per il resto, il presidente lombardo non è tenero con il leader attuale: «Vannacci? È stato un errore non rendersi conto del pericolo per il nostro movimento», il ragionamento a Start su SkyTg24. E ancora: pure per il partito serve «una sterzata, la Lega deve tornare a fare la Lega». Esclude Fontana una scissione, «non faremo un nuovo partito». Ma i governatori del Nord aspettano un «documento per la riorganizzazione» della Lega, che però Salvini continua a tenere in un cassetto, non avendo gradito la bozza assemblata da Roberto Calderoli.

Il segretario per ora non parla, studia le mosse, incontra gli imprenditori, come ieri a Milano, con Giancarlo Giorgetti, Claudio Durigon e Armando Siri. I suoi temono la trappola di Treviso, tanto che dal partito stanno chiamando tutti i parlamentari (soprattutto del Centro-Sud) con una prece: «Mi raccomando, venite tutti». La grande paura è il colpo di mano.

Anche per FdI, il generale è un rovello (come la crisi del Carroccio). «Vannacci? Ma basta, vi siete innamorati», sbuffava ieri Arianna Meloni, a margine di un convegno romano. Più conciliante, ma con paletti, Giovanni Donzelli: «Chi vota contro il governo Meloni non è un alleato. Quando lo sento parlare a volte penso che su alcune cose abbia ragione. Poi però lo vedo in Parlamento e vota come Soumahoro». Guido Crosetto, da Washington, ricorda che da due anni spargeva scetticismo, sull’affidabilità dell’ex generale: «Se vi facessi vedere le mie chat con i rappresentanti della Lega... Diciamo che non sono stupito per niente».

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