BRUXELLES – Il “caso Trump” irrompe all’Europa Building. Lo scontro tra il presidente americano e Giorgia Meloni è infatti diventato oggetto di numerosi colloqui durante e a margine del Consiglio europeo.
Sul tavolo rotondo e colorato del vertice Ue sono arrivate velocemente le notizie di agenzia sui giudizi taglienti del tycoon e la risposta netta della presidente del consiglio. A quel punto, nella sorpresa di una lite così violenta, diversi leader si sono avvicinati alla premier italiana esprimendole solidarietà, tra questi anche la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, la premier danese Mette Frederiksen, e quello spagnolo Sanchez. Alcuni hanno anche chiesto di fare una sorta di “selfie di solidarietà”. E questo è accaduto nelle poche pause dei lavori in cui la discussione non è secretata e i leader possono tornare in possesso dei loro telefonini.
Non si è svolto un vero e proprio dibattito formale al tavolo del vertice ma di fatto, quasi ad ogni sospensione del summit…
BRUXELLES – Il “caso Trump” irrompe all’Europa Building. Lo scontro tra il presidente americano e Giorgia Meloni è infatti diventato oggetto di numerosi colloqui durante e a margine del Consiglio europeo.
Sul tavolo rotondo e colorato del vertice Ue sono arrivate velocemente le notizie di agenzia sui giudizi taglienti del tycoon e la risposta netta della presidente del consiglio. A quel punto, nella sorpresa di una lite così violenta, diversi leader si sono avvicinati alla premier italiana esprimendole solidarietà, tra questi anche la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, la premier danese Mette Frederiksen, e quello spagnolo Sanchez. Alcuni hanno anche chiesto di fare una sorta di “selfie di solidarietà”. E questo è accaduto nelle poche pause dei lavori in cui la discussione non è secretata e i leader possono tornare in possesso dei loro telefonini.
Non si è svolto un vero e proprio dibattito formale al tavolo del vertice ma di fatto, quasi ad ogni sospensione del summit, gran parte dei colleghi si sono avvicinati a Meloni per chiedere informazioni e scuotere la testa in segno di critica nei confronti del tycoon.
Del resto, il presidente statunitense ha inanellato nel tempo liti con molti dei capi di Stato e di governo dell’Unione europea: dal francese Macron al tedesco Merz, dalla danese Frederiksen allo spagnolo Sanchez fino alla stessa Ursula von der Leyen. E alla base delle liti spiccava quasi sempre la dimensione militare dell’alleanza occidentale, gli interessi economici o il tentativo di Trump di conquistare la Groenlandia. I capi dell’Unione europea, insomma, sono abituati alle intemperanze di Donald Trump. E da quando ai summit dell’Unione non siede più l’ungherese Viktor Orbán, il “commander in chief” ha perso una delle sponde più fedeli nel Vecchio Continente.
«Non solo le ho espresso solidarietà pubblicamente — ha voluto sottolineare il premier spagnolo — ma anche in privato. In sede di Consiglio le ho detto che questo attacco non è né politico né personale, non so nemmeno come definirlo». Macron si è definito «sorpreso: la vedrò la prossima settimana e ne parlerò con lei».
Eppure, se nello scontro con la Casa Bianca la presidente del consiglio ha ottenuto la difesa degli alleati, sul tema migranti, in particolare sul nuovo regolamento per i rimpatri, la situazione si è capovolta. E gli stessi Macron e Sanchez, durante il vertice, hanno contestato la linea italiana, nello specifico sugli hub per i rimpatri in paesi terzi come l’Albania.
«La Francia — ha avvertito l’uomo dell’Eliseo non sostiene la politica degli hub. Non ne ho mai visto uno funzionare davvero». A suo giudizio, inoltre questo sistema «significa che le persone verranno mandate in un Paese terzo dove saranno spinte ad accettare il rientro magari in cambio di denaro». E allora si è chiesto: « Che tipo di diritti umani si stanno garantendo? Non sono sicuro che questo rappresenti la nostra Europa e i diritti fondamentali su cui è fondata». Lo spagnolo non ha parlato di scontro con Meloni ma di «confronto acceso: gli hub di rimpatrio nei Paesi extra Ue non porteranno a nulla, sono una risposta assolutamente inefficace, un inganno». E, per Madrid, anche una lesione ai diritti sanciti dai trattati europei. Segno che la strada che porta all’adozione del modello Albania in Europa è ancora lastricata di difficoltà e nessuno può scommettere che alla fine sarà davvero applicato.