Migranti, scintille al consiglio europeo tra Meloni e Sanchez. Macron boccia gli hub per i rimpatri
dal nostro inviato Lorenzo De CiccoBRUXELLES - È un consiglio europeo tribolato. Con giochi di sponda (e scontri) a geometrie variabili. E così di notte Giorgia Meloni finisce per bisticciare con il socialista spagnolo Pedro Sanchez, con cui nel tardo pomeriggio aveva avuto un bilaterale per fare asse sul tema dell’inviato Ue in Ucraina e contro i tagli al bilancio comunitario. La lite, invece, è sui migranti. Nel corso della sessione notturna di ieri, all’Europa Building, Meloni si schiera dalla parte della premier danese Mette Frederiksen, che aveva appena lodato il lavoro delle istituzioni europee sul nuovo patto miranti e il regolamento sui rimpatri. Meloni e Frederiksen da tempo spingono per la linea dura, in tema di migrazione. Sanchez è all’opposto. E lo fa presente nel summit. Meloni s’infastidisce, raccontano più fonti. E punge il collega iberico, “reo” di avere regolarizzato 500mila stranieri. Per la premier italiana questa mossa “ha ripercussioni in tutta Europa” e particolarmente “nei paesi vicini”, perché …
BRUXELLES - È un consiglio europeo tribolato. Con giochi di sponda (e scontri) a geometrie variabili. E così di notte Giorgia Meloni finisce per bisticciare con il socialista spagnolo Pedro Sanchez, con cui nel tardo pomeriggio aveva avuto un bilaterale per fare asse sul tema dell’inviato Ue in Ucraina e contro i tagli al bilancio comunitario. La lite, invece, è sui migranti. Nel corso della sessione notturna di ieri, all’Europa Building, Meloni si schiera dalla parte della premier danese Mette Frederiksen, che aveva appena lodato il lavoro delle istituzioni europee sul nuovo patto miranti e il regolamento sui rimpatri. Meloni e Frederiksen da tempo spingono per la linea dura, in tema di migrazione. Sanchez è all’opposto. E lo fa presente nel summit. Meloni s’infastidisce, raccontano più fonti. E punge il collega iberico, “reo” di avere regolarizzato 500mila stranieri. Per la premier italiana questa mossa “ha ripercussioni in tutta Europa” e particolarmente “nei paesi vicini”, perché con la libertà di movimento prevista da Schengen, i migranti potranno spostarsi senza impacci “oltre i confini spagnoli”. La discussione è ruvida. A difendere Meloni e Frederiksen arriva il belga Bart De Wever.
Stamattina qui a Bruxelles si torna a parlare del tema. Sempre su spinta italo-danese. Prima dell’avvio formale del consiglio europeo, Meloni e Frederiksen riuniscono il gruppo di 13 paesi che chiede una stretta (Olanda, Austria, Belgio, Bulgaria, Germania, Grecia, Polonia, Malta, Repubblica Ceca, Slovenia, Svezia e Ungheria). C’è pure Ursula von der Leyen, che parla delle “possibili conseguenze migratorie derivanti dall’evoluzione della crisi in Medio Oriente e delle iniziative per garantire una risposta europea efficace e tempestiva”.
Meloni, secondo fonti italiane, chiede di fare in fretta, di accelerare sull’attuazione pratica del nuovo patto. E rilancia per l’ennesima volta il suo “modello Albania”, costoso e finora fallimentare, che spera di rispolverare con miglior sorte grazie alle nuove regole Ue. Di più: la premier spinge per centri migranti “congiunti” in paesi terzi, da realizzare grazie a partnership di più paesi dell’Unione.
Ma un perentorio stop arriva dall’Eliseo con il presidente francese Emmanuel Macron che boccia gli hub per i rimpatri nei Paesi terzi indicando che si opporrebbe “all'utilizzo del bilancio europeo per costruirli”. “Non sono sicuro che rappresentino la nostra Europa”, le sue parole.