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Colombo: “A ottant’anni fatico ancora a vedere errori in Tangentopoli”

Gherardo Colombo

 

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L’ex pubblico ministero è nato tre settimane dopo la Repubblica: “Ma alcuni principi della Costituzione sono oggi traditi”
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Gherardo Colombo ha l'età della Repubblica italiana. È nato il 23 giugno del 1946, tre settimane dopo il referendum. Che effetto fa guardare ottant'anni di storia da questa prospettiva?

«La Costituzione è basata su un principio di inclusività che bandisce la discriminazione: nessuno può essere escluso, nessuno può essere buttato via. Questi ottant'anni sono il percorso di un Paese che, seppur frenato dalla cultura ereditata dal fascismo, ha cercato di passare dal modo di stare insieme precedente, estremamente divisivo, a uno nuovo, fondato sulla pari dignità delle persone. Un percorso che non si è concluso».

Le premesse dei padri costituenti oggi sono rispettate?

«Non è rispettato il riconoscimento della pari dignità di tutti. Guardiamo per esempio due articoli. Il 10, comma 3, sul diritto d'asilo per lo straniero a cui nel suo Paese sono negate le libertà democratiche. La Costituzione dice che ha il diritto di essere accolto. E il 27, comma 3, sulle pene che non possono consistere in…

Gherardo Colombo ha l'età della Repubblica italiana. È nato il 23 giugno del 1946, tre settimane dopo il referendum. Che effetto fa guardare ottant'anni di storia da questa prospettiva?

«La Costituzione è basata su un principio di inclusività che bandisce la discriminazione: nessuno può essere escluso, nessuno può essere buttato via. Questi ottant'anni sono il percorso di un Paese che, seppur frenato dalla cultura ereditata dal fascismo, ha cercato di passare dal modo di stare insieme precedente, estremamente divisivo, a uno nuovo, fondato sulla pari dignità delle persone. Un percorso che non si è concluso».

Le premesse dei padri costituenti oggi sono rispettate?

«Non è rispettato il riconoscimento della pari dignità di tutti. Guardiamo per esempio due articoli. Il 10, comma 3, sul diritto d'asilo per lo straniero a cui nel suo Paese sono negate le libertà democratiche. La Costituzione dice che ha il diritto di essere accolto. E il 27, comma 3, sulle pene che non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Oggi si parla di remigrazione come se nulla fosse. E le carceri sono una immensa vergogna».

Lei è stato, con Giuliano Turone, il primo magistrato a leggere gli elenchi della P2. Ha scoperto il sistema di finanziamento dei partiti dieci anni prima di Tangentopoli, una stagione di cui è stato protagonista. Che cosa ricorda del giorno in cui scopriste la P2?

«Avevo trentacinque anni. Era il 17 marzo 1981. Io e Giuliano Turone arriviamo alla Guardia di Finanza a Milano e ci rendiamo conto di che cosa avevamo davanti: i nomi di tre ministri, una dozzina di magistrati, più di quaranta parlamentari, prefetti e questori, vertici di banche, il Corriere della Sera, i vertici dei servizi segreti — Sisde e Sismi — e l'organo che li controllava entrambi, imprenditori, uno dei quali sarebbe diventato anni dopo presidente del Consiglio. Passammo la prima notte a selezionare le carte più importanti, fotocopiarle e a nasconderne le copie nel fascicolo di un collega. Temevamo che sarebbero venuti a riprendersele».

Andaste a Palazzo Chigi per parlare con l'allora presidente del Consiglio, Arnaldo Forlani.

«Ad aprirci la porta fu il suo segretario particolare, il prefetto Mario Semprini, iscritto alla P2. Suggerimmo al presidente di non lasciare le carte in ufficio. All'inizio non sembrava rendersi conto della gravità della cosa. Poi gli chiedemmo di confrontare la firma del ministro della Giustizia su un atto di governo con quella sulla domanda di iscrizione alla P2 che il ministro aveva fatto. Ci disse: “È una fotocopia”. “In ufficio c'è l'originale” gli rispondemmo. Capì che la questione era reale».

Lei ha detto che quelle inchieste avrebbero potuto anticipare di dieci anni Tangentopoli. Perché non accadde?

«Perché non passarono neanche sei mesi che le carte presero il treno per Roma, e quasi tutto finì nel nulla. Se fossero rimaste a Milano, le connessioni sarebbero emerse giunso una decina di prima».

A distanza di oltre trent'anni, pensa che con Mani Pulite siano stati commessi errori?

«Senz'altro, siamo esseri umani, e per quanta attenzione ci metti, gli errori si fanno. Faccio fatica a individuarli ancora oggi. Continuo però a pensare che le persone coinvolte in Mani Pulite siano state garantite più di chi si imbatte nella giustizia da persona fragile, emarginata».

Ogni assoluzione eccellente viene letta come una sconfitta della procura, sta accadendo anche dopo le assoluzioni nel processo sull'urbanistica di Milano.

«Vorrei prima leggere le motivazioni, il Tribunale ha fissato il termine di deposito in novanta giorni. Può capitare che una persona venga rinviata a giudizio e poi assolta, è fisiologico: è nel dibattimento che si assumono e si valutano le prove. A parte che non sono d'accordo nel definire il pm come organo dell'accusa (deve per legge cercare anche le prove a favore dell'imputato), pensare che un'assoluzione sia una sconfitta significa guardare alla giustizia come a un incontro di pugilato. Non è così: l'obiettivo è accertare i fatti e le responsabilità, e dal dibattimento può emergere che le prove non sono sufficenti, o incongruenti, male interpretate, addirittura apparenti».

Lei è stato uno dei protagonisti della vittoria del no del referendum.

«Ormai è andata. Bene, per fortuna. Ora c'è da discutere di una legge elettorale che, per come è stata proposta, dà una maggioranza talmente ampia da vanificare i contrappesi: fa tutto lei, al punto che - a mio parere - non c'è più bisogno di introdurre in Costituzione il premierato. Basta la legge elettorale per concentrare il potere nelle mani del presidente del Consiglio. Non è ciò che vuole la Costituzione».

Che cosa la preoccupa di più dell'Italia di oggi?

«Si stanno perdendo senso e pratica della solidarietà. Stiamo diventando sempre meno liberi e sempre più isolati. Mi vengono in mente episodi di Black Mirror, metafore della nostra società. Mi ha colpito la vicenda di una ragazza investita da un autobus, dove, invece di soccorrerla, i ragazzi, empaticamente altrove, non facevano altro che fotografarla».

Lei in questi anni, dopo essersi dimesso dalla magistratura, gira per le scuole. Ha incontrato migliaia di giovani. È colpa loro?

«No. I ragazzi riflettono il modello sociale che presentiamo loro. Il modo in cui crescono dipende dai genitori, dagli insegnanti, ma anche e soprattutto dal modello offerto dalla società. Se il messaggio è “io ho ragione, gli altri hanno torto, posso buttarli via”, crescono così. L'esatto opposto di quello che dice la Costituzione».

Perché si sta dedicando tanto alle carceri?

«Perché il carcere è la cartina al tornasole della civiltà di una società. E in Italia è inumano, e la disumanità è accettata, o addirittura apprezzata, dalla cittadinanza. La cultura diffusa pensa che chi ha fatto del male debba soffrire, debba essere ripagato con il male: proprio il contrario dell'inclusione. Peraltro il carcere crea insicurezza: chi è trattato in modo disumano accumula rabbia, e quando esce la restituisce alla società. Ricordo una persona conosciuta in carcere: uscita, era stato assunto in un'azienda, dove aveva fatto un percorso che lo aveva portato vicino a posizioni apicali. Dopo anni, gli hanno chiesto il certificato penale, hanno visto che era stato in carcere, lo hanno mandato via. Ha ripreso a commettere reati».

Se dovesse indicare una priorità per i prossimi ottant'anni, quale sarebbe?

«La scuola, l'educazione. E la giustizia sociale. Bisogna darsi un programma a lungo termine, ispirato alla Costituzione. Noi esseri umani siamo animali che si muovono molto lentamente: se vogliamo cambiamenti veri, dobbiamo investire sul lungo periodo».

Domani compie ottant'anni. Come si sta a questa età?

«Si diventa vecchi, e questo mi infastidisce. Ce la metto per evitarlo... ma succede lo stesso...».

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