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Meloni non replica più e manda i vice al 4 luglio. Crosetto sente Hegseth

(ansa)

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Le telefonate con i capi di FI e Lega per concertare la nuova linea. I timori per possibili dazi e per il disimpegno delle basi
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«Non vi preoccupate, non mollo». Al raduno degli alpini di Gemona del Friuli, Giorgia Meloni cerca e trova il bagno di folla, quell’immagine di «popolarità» che Donald Trump ieri l’altro aveva fortemente messo in dubbio, ricevendo la replica piccata della premier: pensa alla tua. La presidente del Consiglio non torna sul frontale con la Casa bianca che ha terremotato i rapporti Roma-Washington nelle ultime 72 ore. Non risponde nemmeno a sera, dopo l’ennesimo affondo di The Donald. Come replica indiretta, pensa bastino i filmati diffusi dalla sua propaganda social. E appunto frasi così, «non mollo», affidate a quei passanti che si sbracciano e le chiedono un selfie. A organizzare la trasferta friulana è il ministro (di Pordenone) Luca Ciriani. L’aveva invitata ai primi di maggio, poi di nuovo l’11 giugno, durante le comunicazioni in Senato, ricevendo in risposta un generico «vediamo, l’agenda è fitta». Dopo l’aspro botta e risposta con il tycoon, Meloni pensa invece di cogliere la pall…

«Non vi preoccupate, non mollo». Al raduno degli alpini di Gemona del Friuli, Giorgia Meloni cerca e trova il bagno di folla, quell’immagine di «popolarità» che Donald Trump ieri l’altro aveva fortemente messo in dubbio, ricevendo la replica piccata della premier: pensa alla tua. La presidente del Consiglio non torna sul frontale con la Casa bianca che ha terremotato i rapporti Roma-Washington nelle ultime 72 ore. Non risponde nemmeno a sera, dopo l’ennesimo affondo di The Donald. Come replica indiretta, pensa bastino i filmati diffusi dalla sua propaganda social. E appunto frasi così, «non mollo», affidate a quei passanti che si sbracciano e le chiedono un selfie. A organizzare la trasferta friulana è il ministro (di Pordenone) Luca Ciriani. L’aveva invitata ai primi di maggio, poi di nuovo l’11 giugno, durante le comunicazioni in Senato, ricevendo in risposta un generico «vediamo, l’agenda è fitta». Dopo l’aspro botta e risposta con il tycoon, Meloni pensa invece di cogliere la palla al balzo. Sa che il Friuli è terra amica (persino nel disastroso referendum sulla giustizia, lì hanno prevalso i Sì). Dunque tra la notte di sabato e ieri mattina presto appronta il blitz.

Resta lo scompiglio con Washingon da riassettare. Il timore che gli attacchi di Trump siano quotidiani o quasi. Meloni questa settimana è attesa da un paio di vertici internazionali: mercoledì a Berlino per l’E5, l’indomani in Costa Azzurra per il bilaterale con Macron. Si aspetta la solidarietà dei leader, ma senza più l’asse con Trump (e senza Orbán da tenere a bada per conto di von der Leyen) il suo peso in Ue rischia di essere molto affievolito.

Sabato, la premier ha fatto il punto con i due vice, al telefono, in attesa di vederli oggi a margine del Cdm. Non è un caso se entrambi, sia Tajani che Matteo Salvini, saranno al ricevimento per il 4 luglio, festa nazionale Usa, ospitata il 2 nei giardini di villa Taverna. Tajani ha già fatto sapere che ci sarà, «ma a testa alta», dice lui. Salvini ufficialmente ancora non l’ha comunicato, ma nella sua cerchia sono sicuri: non ci sono motivi per marcare visita. Il vicepremier leghista non sfoggia più il cappellino Maga da tempo, da quando il presidente americano ha preso a bombardare l’Iran, dopo il Venezuela, ma i suoi non vogliono strappi. E sottotraccia c’è un timore inconfessabile: che la galassia Maga possa puntare su Roberto Vannacci. Non tanto tramite endorsement, ma con corposi finanziamenti. Si vedrà. Dal lato di Forza Italia, Tajani si propone come pontiere, nelle ore più concitate della frattura con gli Stati Uniti, ha sentito il segretario di Stato, Marco Rubio. Quanto a Marina Berlusconi, è sempre stata molto perplessa, eufemismo, sulla condotta di Donald Trump. E non certo da qualche giorno.

L’ultima sortita notturna di Trump desta però preoccupazioni sul fronte dell’impegno militare Usa nello Stivale. Al presidente americano «non va bene» che l’Italia non ripaghi questa disponibilità. Si temono ripercussioni. Quelle che Guido Crosetto vuole fugare. Il ministro della Difesa continua a tessere la tela con l’altro lato dell’Atlantico, pure in questo momento scombinato: nelle ultime ore ha sentito il suo omologo, Pete Hegseth, che aveva incontrato giovedì a Bruxelles alla Nato, poco prima del patatrac. Nessuno nel governo vuole che lo scontro politico abbia conseguenze pratiche in Italia: le basi Usa sono essenziali anche per la nostra difesa aerea.

C’è preoccupazione pure sul lato commerciale. Cioè per i possibili nuovi dazi sui prodotti italiani, con rincari rispetto alle tariffe europee. Nell’intervista a Repubblica di ieri, il ministro Ciriani non ha potuto negare questa eventualità, parlando di «possibili ricadute serie». Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, era riuscito a ridurre i dazi indiretti (tariffe antidumping) alla nostra pasta. Con i colleghi, Lollobrigida sostiene di non temere extra-dazi, «perché sono questioni europee» e perché «come dimostrano i numeri del nostro export, che ha superato il Giappone, hanno influito poco e niente». Ma lo scenario si fa sempre più incerto. E nessuno al governo può davvero escludere nulla.

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