Ci sono le parole e ci sono i fatti, e se anche le parole sono infuocate, i fatti tra Italia e Stati Uniti, i fatti tra un Paese che esporta e il primo mercato globale, rimangono ben più importanti delle parole tra due rappresentanti pro tempore, dice Andrea Illy, presidente di illycaffè, grande conoscitore della realtà americana. illycaffè è nata nel 1933 a Trieste ma ha rapporti con gli Stati Uniti da quasi cinquant’anni. «È il nostro primo mercato fuori dall’Italia e sarà nel giro di qualche anno il nostro primo mercato in assoluto», dice Illy rispondendo alle domande di Repubblica dopo giorni di inconsueti scambi via social media tra Donald Trump e Giorgia Meloni.
Quanto sono centrali gli Stati Uniti per l’impresa italiana e per illycaffè? L’amministrazione Trump ha portato incertezza, per esempio con i dazi?
«Noi siamo presenti negli Stati Uniti da quasi 50 anni, è un mercato per il quale abbiamo applicato una strategia glocal: per esempio pur restando gli alfieri dell’espresso i…
Ci sono le parole e ci sono i fatti, e se anche le parole sono infuocate, i fatti tra Italia e Stati Uniti, i fatti tra un Paese che esporta e il primo mercato globale, rimangono ben più importanti delle parole tra due rappresentanti pro tempore, dice Andrea Illy, presidente di illycaffè, grande conoscitore della realtà americana. illycaffè è nata nel 1933 a Trieste ma ha rapporti con gli Stati Uniti da quasi cinquant’anni. «È il nostro primo mercato fuori dall’Italia e sarà nel giro di qualche anno il nostro primo mercato in assoluto», dice Illy rispondendo alle domande di Repubblica dopo giorni di inconsueti scambi via social media tra Donald Trump e Giorgia Meloni.
Quanto sono centrali gli Stati Uniti per l’impresa italiana e per illycaffè? L’amministrazione Trump ha portato incertezza, per esempio con i dazi?
«Noi siamo presenti negli Stati Uniti da quasi 50 anni, è un mercato per il quale abbiamo applicato una strategia glocal: per esempio pur restando gli alfieri dell’espresso italiano, lo stesso blend viene adattato anche per il caffè all’americana. Tanti progetti per noi sono nati proprio in America, come l’e-commerce, e oggi nulla è cambiato rispetto a questa prospettiva. Anzi, abbiamo preso un fondo americano che ha una quota di minoranza proprio per accelerare la crescita. E siamo cresciuti anche con questa amministrazione, non abbiamo subito danni di nessun tipo. I dazi erano stati inseriti per qualche mese, ma poi sono stati tolti, l’amministrazione Trump si è resa conto che sarebbe stato controproducente tassare un bene scelto da moltissimi dei loro elettori. Certo, la politica fa parlare molto, ma nei risvolti del business non possiamo lamentare nulla. Diverso è il tema molto più vasto dell’ordine mondiale, che non è più globale, oggi è multipolare».
Spesso si parla di geopolitica à la carte: ognuno fa gli accordi con chi vuole e solo quando gli conviene. Ma così che ruolo può avere l’Italia e l’Italia nell’ambito europeo?
«L’Europa dovrebbe cogliere questo momento di crisi per accelerare l’unificazione del mercato unico. Ne parliamo tanto, ma oggi non ci siamo ancora. L’Ue non può andare avanti, senza vera sovranità: per arrivare agli Stati Uniti d’Europa non puoi pretendere unanimità, bensì bisogna usare un’alleanza rafforzata a quattro – Francia, Germania, Spagna e Italia – per fare davvero le riforme. Siamo distratti dai veti incrociati e da problemi interni dei singoli paesi».
Tornando agli Stati Uniti e alle parole di Trump, questa polemica può danneggiare le relazioni economiche?
«Non siamo abituati a questo genere di toni, ma bisogna tirare dritto, l’unica cosa che può fare un’impresa è rafforzare la propria competitività. Ma lo facciamo per questioni ben più sensibili, per esempio l’impatto del clima sulla produzione del caffè, che ha portato il costo del prodotto a raddoppiare».
La premier Meloni ha risposto, prima sul caso delle fotografie al G7, poi sul nodo della popolarità. Una scelta politica?
«Ma questa non si può nemmeno definire politica. Penso che la premier si sia trovata in una posizione difficile, visto il rapporto privilegiato di una prima fase. Era chiaramente dipendente da una pretesa lealtà, incondizionata, che qualora fosse venuta meno sarebbe diventata un boomerang. Adesso è un po’ che l’Italia non gode dello stesso amore dell’amministrazione Trump, ma dobbiamo anche riconoscere che non sono successe cose gravi. Se l’idea all’origine era quella di avere, forti del rapporto con gli Stati Uniti, un maggiore potere di influenza negoziale nei confronti dell’Ue, devo dire che non non l’ho mai vista come una vera leva. E tutti hanno sempre pensato che fosse un’alleanza effimera».
Ora siamo più soli?
«Non mi pare, e l’Europa ha i suoi problemi. Molto dipende dalla leadership in Europa, e dei rapporti tra Germania e Francia. Quello che è davvero spiacevole è che dovremmo fare più alleanza con la Spagna, fare squadra in Europa. Per esempio, riconosco che sullo scorporo di alcuni costi energetici in Europa ci è stata data corda, ma sono negoziati di piccolo cabotaggio».
Un altro elemento di legame con gli Stati Uniti per illycaffè è il fondo del private equity americano Rhone, vostro socio di minoranza. Negli scorsi giorni è stata smentita l’ipotesi di una quotazione in borsa a New York entro la fine dell’anno. Qual è lo stato dell’arte?
«Come tutti i fondi, a un certo punto devono uscire, e la prima scelta è la quotazione. Non possiamo dimenticare che abbiamo dovuto affrontare un più che raddoppio del costo della materia prima: siamo stati in grado di assorbire lo shock e accelerare di nuovo la crescita, con risultati eccezionali. Il tutto mentre stiamo raddoppiando la capacità produttiva a Trieste: non era certo il tempo di una quotazione. Nel tempo si ricreeranno le condizioni, e poi dovremmo valutare che il contesto di mercato sia favorevole. Ma non si è mai parlato né di quest’anno, né di New York».