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“Brexit voto di libertà”, dalla sovranista Meloni allo shock di Renzi: le reazioni 10 anni fa

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I rancori anti Ue di Berlusconi, la spaccatura nel M5S, il Pd europeista: le dichiarazioni dei politici per la vittoria del leave britannico il 23 giugno 2016
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Il “leave” britannico momento premonitore di un decennio di politica italiana. Almeno a rileggere oggi le dichiarazioni a caldo del lontano 23 giugno 2016. Con i sovranisti in erba Meloni e Salvini ad esultare, i 5 stelle dilaniati tra spinta antisistema e governismo, il Pd saldamente europeista, Forza Italia scissa tra i rancori anti Ue del leader Berlusconi e la posizione istituzionale di Tajani, allora vicepresidente del parlamento europeo.

“Un voto di libertà”. Così Giorgia Meloni, allora deputata e presidente di FdI, nonché candidata al Campidoglio, commentava l’esito del referendum britannico sulla Brexit. In embrione nelle sue parole c’erano già posizioni come il sovranismo e l’antieuropeismo, ribadito fortemente durante la campagna elettorale del 2022 quando si rivolse a Bruxelles con toni come “la pacchia è finita”.

Per l’attuale presidente del Consiglio infatti, quella dei cittadini britannici è stata una scelta per “ribadire che la sovranità appartiene al popolo”, non solo:…

Il “leave” britannico momento premonitore di un decennio di politica italiana. Almeno a rileggere oggi le dichiarazioni a caldo del lontano 23 giugno 2016. Con i sovranisti in erba Meloni e Salvini ad esultare, i 5 stelle dilaniati tra spinta antisistema e governismo, il Pd saldamente europeista, Forza Italia scissa tra i rancori anti Ue del leader Berlusconi e la posizione istituzionale di Tajani, allora vicepresidente del parlamento europeo.

“Un voto di libertà”. Così Giorgia Meloni, allora deputata e presidente di FdI, nonché candidata al Campidoglio, commentava l’esito del referendum britannico sulla Brexit. In embrione nelle sue parole c’erano già posizioni come il sovranismo e l’antieuropeismo, ribadito fortemente durante la campagna elettorale del 2022 quando si rivolse a Bruxelles con toni come “la pacchia è finita”.

Per l’attuale presidente del Consiglio infatti, quella dei cittadini britannici è stata una scelta per “ribadire che la sovranità appartiene al popolo”, non solo: “una scelta coraggiosa che noi crediamo si debba seguire”. “Questa Unione Europea non si può riformare perché è marcia fin nelle sue fondamenta”. Di qui la richiesta di chiusura e rifondazione dell’Ue.

Anche il vicepremier Matteo Salvini ha esultato per la vittoria del "Leave" definendo il voto britannico come un atto di coraggio e un'ancora di salvezza, esaltato la capacità britannica di resistere a “bugie, minacce e ricatti” lanciando lo slogan “Grazie Uk, ora tocca a noi”.

Si tenga un congresso straordinario del Ppe e si rivedano i trattati che "si sono dimostrati inefficaci e dannosi". A chiederlo, Silvio Berlusconi che approfitta del clima montante anti Bruxelles per vendicarsi delle pressioni subite cinque anni prima dal suo ultimo governo. "La decisione del popolo britannico conferma le ragioni del grido d'allarme che per primi avevamo lanciato fin dal 2011, nell'incomprensione generale, sul progressivo distacco fra questa Unione Europea e le ragioni, gli interessi, le passioni dei popoli che la compongono", afferma Berlusconi. "Come abbiamo denunciato tante volte, da quella drammatica estate fino ad oggi, l'Europa non è riuscita ad essere quello che doveva e poteva essere. Il più bel sogno della nostra generazione sta fallendo sotto i nostri occhi”.

Chi usa altri toni e prova a trovare una mediazione è Antonio Tajani, oggi vicepremier, allora vicepresidente a Strasburgo: “Non potremmo far finta che niente sia accaduto: è necessario un sussulto dell'Europa".

Problematica fu invece la posizione del Movimento 5 stelle, con esponenti di primo piano come Danilo Toninelli che gioirono per la Brexit, definendolo una vittoria della democrazia contro l'Europa delle banche. Il futuro presidente della Camera e della Campania, allora deputato, Roberto Fico dichiarò di non aver mai avuto paura di consultazioni referendarie simili anche in Italia. “L’Unione europea deve cambiare o muore. Ora la parola ai cittadini”, tuonò a caldo il blog di Beppe Grillo rilanciando l’uscita dall’euro. E proprio sulla pagina del fondatore si consumò un giallo rivelatore della doppia anima del Movimento: populista e desideroso di accreditarsi come forza istituzionale. In una prima versione di un post diffuso qualche settimana prima della consultazione britannica si parlava della necessità di un referendum anche in Italia, mentre nella seconda, pubblicata proprio il 23 giugno si leggeva: “Il Movimento 5 Stelle è in Europa e non ha nessuna intenzione di abbandonarla”. Chi sottolineò il cambiamento di linea fu il deputato Walter Rizzetto, ex M5S passato a FdI.

A rimanere coerente è stato il Pd. Con Matteo Renzi, all'epoca segretario dem e presidente del Consiglio, che espresse stupore e preoccupazione a caldo, definendo il “leave” uno "shock" per l'Europa. Non mancarono inoltre le connessioni con il referendum costituzionale in vista in Italia, e chi accostò con un profetico gioco di parole “Brexit” a “Rexit”, per indicare la possibile fine dell’era Renzi.

Infine, una curiosità: la gaffe in cui in quei giorni incorse Giorgia Meloni che in un’intervista tv sostenne di essere stata spesso in Inghilterra di recente, citando però la città di Dublino, che è la capitale della repubblica d’Irlanda.

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