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Da Aviano a Sigonella, qual è il ruolo reale dell'Italia nella guerra del Golfo

Controlli a un F-16 Usa alla base di Aviano (ansa)

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Rutte ha detto che ci sono state 500 sortite di velivoli americani dal nostro Paese: nel 1999 durante la Guerra del Kosovo sono state circa 24 mila. Oltre 10 mila durante il conflitto in Iraq del 2003
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Non ci sono informazioni dettagliate che permettano di valutare le parole del segretario generale della Nato, Mark Rutte, ma un semplice confronto quantitativo mostra come il ruolo delle basi italiane nell’offensiva statunitense contro l’Iran sia stato estremamente limitato.

Il confronto con gli altri conflitti

Rutte ha detto che ci sono state 500 “sortite” di velivoli americani dal nostro Paese: nel 1999 durante la Guerra del Kosovo sono state circa 24 mila, di cui circa un decimo missioni di bombardamento. A queste ne vanno aggiunte altre cinquemila condotte dalle portaerei nell’Adriatico, sottoposte all’epoca al comando Usa di Napoli. Nel 2003 durante il conflitto contro l’Iraq il governo Berlusconi ha autorizzato un utilizzo massiccio delle infrastrutture sul nostro territorio per il supporto logistico agli Usa – una decisione ratificata dal voto del Parlamento – e c’è stato un via vai di aerei, elicotteri ed armamenti americani attraverso la Penisola. Si stima che le “sortite” s…

Non ci sono informazioni dettagliate che permettano di valutare le parole del segretario generale della Nato, Mark Rutte, ma un semplice confronto quantitativo mostra come il ruolo delle basi italiane nell’offensiva statunitense contro l’Iran sia stato estremamente limitato.

Il confronto con gli altri conflitti

Rutte ha detto che ci sono state 500 “sortite” di velivoli americani dal nostro Paese: nel 1999 durante la Guerra del Kosovo sono state circa 24 mila, di cui circa un decimo missioni di bombardamento. A queste ne vanno aggiunte altre cinquemila condotte dalle portaerei nell’Adriatico, sottoposte all’epoca al comando Usa di Napoli. Nel 2003 durante il conflitto contro l’Iraq il governo Berlusconi ha autorizzato un utilizzo massiccio delle infrastrutture sul nostro territorio per il supporto logistico agli Usa – una decisione ratificata dal voto del Parlamento – e c’è stato un via vai di aerei, elicotteri ed armamenti americani attraverso la Penisola. Si stima che le “sortite” siano state oltre 10 mila. I colossali depositi di munizioni e mezzi di Camp Darby sono stati svuotati per equipaggiare le brigate dell’Us Army e gli stormi dell’Us Air Force schierate in Arabia Saudita. Di più: c’è stato l’intervento diretto dei parà della 173ma brigata di Vicenza, che sono decollati da Aviano e si sono lanciati sul nord dell’Iraq. Solo questa operazione ha richiesto duecento “sortite” dei velivoli da trasporto Boeing C17. Una manovra d’assalto che andava oltre il mandato concesso dalle autorità italiane, ma su cui è stato chiuso un occhio.

Il contributo ai raid sull’Iran

Le attività compiute dal Pentagono attraverso le basi italiane – tutte formalmente sotto il comando di un ufficiale delle nostre forze armate - sono coperte dal segreto. Ma il portavoce della Nato ha ribadito che nel caso dell’Iran si è trattato solo di attività logistiche o di supporto tecnico. Sul contributo alla campagna contro la Repubblica Islamica ci sono solo le indiscrezioni trapelate dal monitoraggio delle rotte nei cieli, condotta da siti come FlightRadar24, e pertanto parziali. Non sono mai emersi velivoli impegnati negli attacchi partiti o atterrati dalle nostre piste. Cosa sappiamo? A metà febbraio una formazione di F16 si è trasferita da Aviano alla Giordania: si sarebbe trattato di 12 cacciabombardieri. Una parte sarebbe poi stata sostituita dopo un mese con altrettanti velivoli dello squadrone stanziato nel Friuli Venezia Giulia. Da Sigonella sarebbero state condotte attività di intelligence dell’Us Navy con l’uso di bireattori Boeing P8 Poseidon e di grandi droni MQ4-C Triton: spedizioni di enorme importanza che si sono spinte in prossimità dell’isola di Kharg e dello Stretto di Hormuz. Dopo la perdita di uno di questi robot alati dal costo superiore a 150 milioni, precitato per cause non rivelate il 9 aprile, i decolli dalla Sicilia sembrano essere stati interrotti: jet e droni sono stati spostati su installazioni saudite e giordane. Non è chiaro se la scelta sia stata dettata da ragioni di sicurezza – per ridurre il tempo di volo o per evitare che i movimenti fossero avvistati con grande anticipo dagli iraniani – oppure se si sia trattato di uno strascico del divieto opposto dall’Italia all’atterraggio d’emergenza di due bombardieri B1.

Il no di Sigonella

Il 27 marzo missili e droni dei pasdaran hanno colpito l’aeroporto saudita Prince Sultan, distruggendo un velivolo radar E3 Awacs e danneggiando numerose cisterne volanti: l’organizzazione dei pieni di carburante tra le nuvole è andata in crisi. L’attacco iraniano è avvenuto mentre i due bombardieri partiti dalla Gran Bretagna, dopo avere sganciato i loro ordigni sui bersagli, stavano tornando indietro vuoti. A quel punto il comando Usa ha chiesto di far scendere in Sicilia i B1, ritenendo che non ci sarebbero state opposizioni perché non trasportavano armi: il governo ha opposto il divieto perché erano comunque impegnati in un’attività bellica diretta, quella che in gergo Nato viene chiamata “cinetica”. Sempre a marzo, una formazione di caccia F35 è partita dagli States indicando come destinazione Sigonella, ma poi è stata dirottata su un aeroporto britannico. Non sono note le motivazioni della deviazione. Alla fine del mese invece cinque radar volanti EC2 Hawkeye diretti nel Golfo hanno fatto scalo ad Aviano durante il viaggio per raggiungere l’Arabia Saudita: erano accompagnati da due aerorifornitori KC135.

Apporto logistico ridotto

La presenza di questi quadrimotori pieni di carburante è stata molto limitata: il Pentagono lì ha concentrati in Grecia, Romania e Bulgaria. Non ci sono stati neppure ormeggi di portaerei o altre navi coinvolte negli attacchi: hanno fatto sosta a Suda, nell’isola di Creta, e in un caso nel porto croato di Spalato. Infine non sono stati notati movimenti dai magazzini di Camp Darby: i lavori effettuati negli scorsi anni permettono di caricare i materiali su chiatte all’interno della base americana, per poi trasferirle sui mercantili a largo senza usare i moli di Livorno. Ma non sono stati avvistati trasbordi del genere. Quanto ai parà di Vicenza – il reparto più decorato di tutta l’Us Army e usato come avanguardia negli assalti più pericolosi – pochi giorni prima dell’accordo di tregua il quartier generale ha diffuso una foto che documentava la loro presenza in Israele, dove sono stati concentrati i reparti scelti nell’eventualità di uno sbarco a Kharg o sulle isolette dello Stretto di Hormuz. Uno scenario che non si è concretizzato.

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