✕

Fine vita, undici malati alla Consulta: “Facilitatelo”. “No, è pericoloso”

Ascolta l'audio

Posizioni contrapposte all’udienza della Corte Costituzionale tra chi chiede procedure più snelle e chi teme che potrebbe usufruirne
2 minuti di lettura

Da una parte persone malate che vogliono poter scegliere il suicidio assistito, dall’altra cittadini colpiti anche loro da patologie gravissime che non intendono arrivare al gesto estremo, ma che hanno paura di poterlo prendere in considerazione se fosse reso più facile. Due posizioni contrapposte che ieri hanno portato undici corpi segnati dalla sofferenza ad assistere alla nuova udienza della Corte Costituzionale sul fine vita. Il tema continua a non essere risolto là dove dovrebbe, e dove la stessa Consulta ha chiesto che venga regolato, cioè in Parlamento. Le Camere non riescono a fare una norma, tra disegni di legge pluriemendati e, vista la situazione, pare impossibile che si arrivi in fondo in questa legislatura.

Ieri si è discussa l’…

Da una parte persone malate che vogliono poter scegliere il suicidio assistito, dall’altra cittadini colpiti anche loro da patologie gravissime che non intendono arrivare al gesto estremo, ma che hanno paura di poterlo prendere in considerazione se fosse reso più facile. Due posizioni contrapposte che ieri hanno portato undici corpi segnati dalla sofferenza ad assistere alla nuova udienza della Corte Costituzionale sul fine vita. Il tema continua a non essere risolto là dove dovrebbe, e dove la stessa Consulta ha chiesto che venga regolato, cioè in Parlamento. Le Camere non riescono a fare una norma, tra disegni di legge pluriemendati e, vista la situazione, pare impossibile che si arrivi in fondo in questa legislatura.

Ieri si è discussa l’eccezione di costituzionalità del gip di Bologna, che deve pronunciarsi sulla responsabilità penale di Marco Cappato, Felicetta Maltese e Virginia Fiume dell’associazione Coscioni perché nel 2023 accompagnarono in Svizzera Paola Ruffi per il suicidio assistito. La stessa Consulta ha detto che chi assiste una persona che si suicida non commette reato se ci sono 4 condizioni: una malattia irreversibile, grandi sofferenze fisiche o psicologiche, capacità di esprimere la propria volontà e un trattamento di sostegno vitale (anche farmacologico). La Corte affronta adesso proprio quest’ultima condizione, visto che Paola Ruffi era assistita da una persona ma non aveva il “sostegno vitale” e appunto le è stato vietato il suicidio assistito in Italia. Secondo il gip e l’associazione Coscioni questa condizione deve essere eliminata, visto che, come dice l’avvocata della Coscioni Filomena Gallo, «la Costituzione non può chiedere a una persona di attendere un ulteriore aggravamento o di dipendere da un macchinario per vedere riconosciuta una libertà che, sotto ogni altro profilo, le appartiene già».

La Corte aveva ammesso ad opponendum, cioè contro la richiesta di chi ha fatto il ricorso, otto pazienti, che hanno ascoltato le ragioni portate alla Corte dai loro avvocati, Mario Esposito e Carmelo Leotta. Altri tre, invece, partecipavano ad adiuvandum, ritenendo giuste le osservazioni dell’associazione Coscioni. Marco Gentili, che soffre di Sla come il fratello Carlo, parla attraverso un puntatore oculare. «La decisione della Corte riguarda direttamente il nostro futuro. Dipendiamo in tutto dall’assistenza di nostra madre e delle persone che ci aiutano ogni giorno. Oggi non vogliamo morire. Ma riteniamo che il riconoscimento di una libertà fondamentale non debba dipendere dalla presenza di un macchinario o da uno specifico trattamento sanitario. Chiediamo che, se un giorno decidessimo di intraprendere questo percorso, la nostra situazione sia valutata secondo criteri uguali e ragionevoli, senza discriminazioni legate al tipo di malattia o alle cure ricevute».

Sono su posizioni opposte ci sono gli altri pazienti, come Maria Letizia Russo, che ha assistito all’udienza e parla con la voce resa incerta dalla atassia di Friedreich, una grave malattia genetica. «Ci sono perché la questione è importante. Se passa il ricorso, sarebbe come dire a me e a tanti nelle mie condizioni che la nostra vita non vale nulla. Che il mondo è un posto migliore senza di me». Ma spetterebbe comunque al malato decidere cosa fare. «Se una vita viene buttata o trascurata – prosegue la malata – è mio dovere fare tutto quello che posso per salvaguardarla. Rendere più facile il suicidio assistito è un rischio, perché si dà l’opportunità a una persona di farla finita in un momento di sconforto. Come avere una pistola carica sul comodino, che uno in un momento di debolezza si punta alla fronte».

Leggi i commenti