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Meloni e i sospetti su Trump. La telefonata a Rutte: “Sulle basi frasi illogiche, insensate”

Quartier generale della Nato a Bruxelles 

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La premier concorda con il ministro Crosetto la replica: negate autorizzazioni. Nei report solo 200 decolli. Poi a sera: pasticcio, ma voleva aiutare
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BERLINO – Le parole di Mark Rutte la sorprendono a Foggia, mentre è in visita alla festa della Guardia di finanza. Giorgia Meloni letteralmente oscilla, come fosse un pendolo: incredulità, preoccupazione, infine fastidio spinto. Quelle dichiarazioni non sono solo uno sgambetto, visto che nessuno può ignorarne gli effetti sull’opinione pubblica. Ma arrivano a poche ore dall’incontro del segretario generale della Nato con Donald Trump: circostanza sospetta, quantomeno. Di certo, giudica quelle parole - questo il senso dei ragionamenti - «illogiche» e «insensate». Anche perché non collimano con l’accusa opposta, quella che il presidente Usa ha rivolto a palazzo Chigi, di aver negato l’utilizzo delle basi nel momento del bisogno. E dunque, a caldo si fa spazio un’interpretazione: è un altro colpo inferto dal tycoon, stavolta assestato in un’intervista alla trumpianissima Fox News per mano del solerte amico che guida l’Alleanza. Solo ore dopo prenderà piede una lettura più diplomatica: vol…

BERLINO – Le parole di Mark Rutte la sorprendono a Foggia, mentre è in visita alla festa della Guardia di finanza. Giorgia Meloni letteralmente oscilla, come fosse un pendolo: incredulità, preoccupazione, infine fastidio spinto. Quelle dichiarazioni non sono solo uno sgambetto, visto che nessuno può ignorarne gli effetti sull’opinione pubblica. Ma arrivano a poche ore dall’incontro del segretario generale della Nato con Donald Trump: circostanza sospetta, quantomeno. Di certo, giudica quelle parole - questo il senso dei ragionamenti - «illogiche» e «insensate». Anche perché non collimano con l’accusa opposta, quella che il presidente Usa ha rivolto a palazzo Chigi, di aver negato l’utilizzo delle basi nel momento del bisogno. E dunque, a caldo si fa spazio un’interpretazione: è un altro colpo inferto dal tycoon, stavolta assestato in un’intervista alla trumpianissima Fox News per mano del solerte amico che guida l’Alleanza. Solo ore dopo prenderà piede una lettura più diplomatica: voleva aiutare gli europei lodandone l’impegno, ha combinato un pasticcio.

Dalla Puglia, la presidente del Consiglio prende il cellulare e sente Rutte. Il rapporto è sempre stato ottimo (anche se, certo, nulla è comparabile al legame del politico olandese con Trump, che chiamò «daddy» – vale a dire «paparino» – per riconoscerne l’interventismo utile a sedare le crisi internazionali). Meloni si lamenta e ottiene una precisazione necessaria a stoppare la polemica. Nel frattempo, però, la premier parla con Guido Crosetto. E con lui mette giù una nota dai toni volutamente aspri. Anche perché alla Difesa risultano due elementi che negano i numeri dell’olandese: dai registri classificati risulterebbero circa duecento voli, tutti legati ad interventi di manutenzione o rifornimento. Legali, dunque. E soprattutto “non cinetici”: non offensivi, in sostanza.

Le frasi di Crosetto sono quelle di Meloni. E d’altra parte, ufficiosamente alla leader viene attribuito anche quest’altro ragionamento: «Sono state concesse solo attività tecniche e logistiche, mai operative, nel rispetto degli accordi in vigore. Quando sono arrivate richieste (al plurale, ndr) fuori da questo ambito, come noto, l’Italia ha sempre negato l’autorizzazione. Del resto, se fosse diverso non si spiegherebbero le accuse di Trump, che rimprovera all’Italia di non aver supportato gli Stati Uniti durante la guerra in Iran».

È su questo nodo che si concentra il risentimento meloniano. Man mano che la giornata prosegue – e dopo le precisazioni del capo della Nato – ecco emergere una ricostruzione meno traumatica. Parlando dei transiti nelle basi italiane ed europee Rutte avrebbe tentato di evidenziare lo sforzo delle cancellerie Ue per sostenere la Casa Bianca. Un modo maldestro e politicamente rozzo, ma non malizioso, per preparare il terreno in vista del delicato vertice Nato di Ankara del 7-8 luglio. Con esiti però controproducenti che frantumano la nuova narrazione anti-trumpiana di palazzo Chigi.

A questo punto bisogna fare un passo indietro, a marzo. Sono giorni di guerra contro Teheran. Poco prima di far trapelare il “no” italiano all’utilizzo delle basi, il governo si rende conto di un problema: l’attenzione attorno agli avamposti Usa in Italia inizia a crescere. Sulla rete si moltiplicano gli alert degli esperti sul “traffico” attorno a Sigonella: tracciano il volo dei droni, cercano movimenti dei caccia. In quel contesto matura la decisione di far sapere che l’Italia ha opposto rifiuti. Anche perché se è vero che i trattati circoscrivono lo scopo dei transiti, è altrettanto chiaro che non sempre è possibile verificare il reale scopo delle missioni dell’alleato. Di certo, si consuma allora lo strappo con Trump.

Torniamo a Berlino, a ieri. Meloni sente Rutte assieme a Emmanuel Macron, Friedrich Merz, il dimissionario Keir Starmer e Donald Tusk. Al termine del vertice, la premier tiene a far sapere che bisogna «rafforzare» il pilastro europeo della Nato e «rendere ancora più solido il legame transatlantico». Segnali distensivi. Ai quali si accompagna, da Roma, l’intervento dell’ambasciatore Usa in Italia, Tilman J. Fertitta - assai vicino ad Alfredo Mantovano - che dice: «La premier ha portato il Paese a diventare leader mondiale. Penso che gli italiani siano intelligenti e continueranno a prendere le decisioni giuste nella loro leadership». Un endorsement, accompagnato però da un invito al ricevimento per il 4 luglio che suona un po’ stringente: «Se è giusto che lei sia lì quest’anno, sarà presente. E se non sarà giusto, perché c’è qualcosa di più importante, lo capisco». A sera, Meloni lascia Berlino. Non prima di aver gustato con i colleghi un aperitivo sulla terrazza. E aver ascoltato da Merz il significato di quella scritta in gesso sul muro della Cancelleria, che riprende una tradizione cristiana dell’Epifania: “20+C+M+B+26”, «Cristo benedica questa casa». I presenti annuiscono.

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