Scontro al Consiglio di Stato, la mano della destra sulla nomina del numero 2 Carbone: è stallo
di Conchita SanninoUn’impasse senza precedenti. Forzature e passi falsi su cui si è accesa già, non a caso, l’attenzione del Quirinale. Un clima di tensione e veleni si dipana intorno alla nomina del presidente aggiunto di Palazzo Spada, bloccata da tre mesi. E per effetto dell’ordinanza depositata ieri dal Tar Lazio, la vicenda è spinta alla trattazione in camera di consiglio tra altri tre mesi, a settembre. Così sale la temperatura dello scontro al Consiglio di Stato, dove c’è chi vede direttamente il disegno del governo Meloni e del sottosegretario Alfredo Mantovano nel colpo di mano che, lo scorso aprile, ha stoppato contro ogni previsione e criterio consolidato la scelta di Luigi Carbone, presidente della quarta sezione, la figura già designata ufficialmente e insieme più titolata (ha redatto in buona parte il nuovo codice sui contratti pubblici, è stato capo di gabinetto dell’allora ministro Gualtieri, è stato consulente dei ministri Amato, Frattini, Bassanini) al ruolo di “aggiunto”, ovvero il nu…
Un’impasse senza precedenti. Forzature e passi falsi su cui si è accesa già, non a caso, l’attenzione del Quirinale. Un clima di tensione e veleni si dipana intorno alla nomina del presidente aggiunto di Palazzo Spada, bloccata da tre mesi. E per effetto dell’ordinanza depositata ieri dal Tar Lazio, la vicenda è spinta alla trattazione in camera di consiglio tra altri tre mesi, a settembre. Così sale la temperatura dello scontro al Consiglio di Stato, dove c’è chi vede direttamente il disegno del governo Meloni e del sottosegretario Alfredo Mantovano nel colpo di mano che, lo scorso aprile, ha stoppato contro ogni previsione e criterio consolidato la scelta di Luigi Carbone, presidente della quarta sezione, la figura già designata ufficialmente e insieme più titolata (ha redatto in buona parte il nuovo codice sui contratti pubblici, è stato capo di gabinetto dell’allora ministro Gualtieri, è stato consulente dei ministri Amato, Frattini, Bassanini) al ruolo di “aggiunto”, ovvero il numero 2, del Palazzo. I giudici del Tar Lazio, con una decisione interlocutoria, hanno appena congelato l’istanza del “mancato promosso”, hanno accolto invece le richieste dei suoi avversari, chiedendo nuovi atti e spostando il focus su un fattore ritenuto non vincolante, ovvero le “criticità” che sarebbero contenute nel curriculum di Carbone, leggi le presunte bugie. Obiezioni a cui l’interessato risponde punto su punto, in una memoria per ora ignorata dal tribunale amministrativo, presidente Roberto Politi (è lo stesso che finì nella bufera, sette anni fa, perché liquidò come “penose litanie” la rivendicazione dei diritti fondamentali sul tema migranti: e fu bacchettato dall’allora presidente Patron Griffi. Ad applaudirlo rimase la Lega, e Calderoli in persona).
L’imbarazzo del presidente Maruotti
La partita, d’altro canto, fosse stato per la presidenza del Consiglio di Stato, era segnata già. Al posto di Carbone si era fatto avanti come “aggiunto” Luciano Barra Caracciolo, un altro giudice amministrativo amato a destra, già sottosegretario nel governo gialloverde, euroscettico per usare un eufemismo, che non sarebbe spiaciuto a Palazzo Chigi; a spingere per lo strappo anche gli altri colleghi, Rosanna De Nictolis e Ermanno de Francisco, che avevano firmato con toni ultimativi e severi un interpello per porre fine alla “situazione di stallo”, contro l’onda montante della protesta pro-Carbone. Tutto era infatti pronto per la nuova nomina, il 10 giugno, con l’attuale presidente del Consiglio di Stato, Luigi Maruotti, a guidare il plenum. Invece, il giorno prima, il Quirinale batte un unico semplice colpo: Mattarella invita al Colle il numero uno di Palazzo Spada e ne dà stringata notizia in un comunicato. L’indomani, un imbarazzatissimo Maruotti deve spiegare al consiglio di presidenza che non è il caso, serve tempo, c’è bisogno ancora di “un supplemento di riflessione”. E lo stallo continua.
La scelta che preme al governo
Non bastava la longa manus sulla Corte dei Conti, a cui la legge Foti già lega le mani. Né il controllo assunto sulla Scuola Superiore della magistratura, dove per la prima volta nella sua storia siede al vertice non più un presidente emerito della Consulta, ma un professore di area della destra, vicinissimo a Mantovano. Ma perché oggi si litiga anche sul numero 2 della giustizia amministrativa? Il Consiglio di Stato, com’è noto, è l’organo che “giudica” l’esecutivo, anche su ambiti di grande rilevanza (appalti, antitrust, fondi di coesione, energie rinnovabili, ambiente, e – tra gli altri - contenzioso elettorale). Gli spetta anche l’ultima parola sulle nomine dei magistrati decise dal Csm. Ma c’è un motivo in più: per ritualità, chi oggi diventa “aggiunto” sarà, domani, il presidente. Nel caso di specie: accadrà a breve. Tra appena undici mesi, è previsto che scada l’attuale presidente Maruotti: ed è lo stesso lasso di tempo che resta al governo Meloni, prima delle prossime Politiche, per occupare le caselle considerate irrinunciabili. Quanto ai diretti interessati, il passaggio alla posizione più vicina a quella di vertice apre porte e occasioni: avrà in mano la gestione di dossier di cruciale peso. E si giocherà anche le probabilità future, non esigue, di spiccare il balzo verso ulteriori autorevolissimi lidi, come quello della Corte Costituzionale.
Un thriller in quattro mosse
Ce n’è per scatenare segreti e veleni, a sentire le voci di una giustizia amministrativa molto preoccupata dal rischio di plateali interferenze. Per dirla proprio con la secca constatazione di Carbone depositata nell’ultima udienza al Tar Lazio: quello che si scatenato è “un clima conflittuale” mai verificatosi “in seno al Consiglio di Stato, che finisce per ledere l’immagine e il prestigio dell’istituto e la percezione della sua piena autonomia”. Un testacoda che si consuma in quattro mosse: indispensabili metterle sul tavolo, per capire la posta in gioco. La prima, quella non pubblica: poche ore prima della data del plenum in cui sembra scontata la promozione di Carbone, fissata al 15 aprile, l’attuale presidente del Consiglio di Stato, Maruotti, viene chiamato a Palazzo Chigi da Mantovano. È il “giudice del governo” che va dallo stesso governo, il giorno prima di una nomina di vertice? Cosa si sono detti? Del rendez-vous darà notizia Milano Finanza, quando il pasticcio è ormai compiuto, e i contenuti non saranno mai commentati dagli interessati. Seconda mossa, 15 aprile: nonostante la proposta dica - nero su bianco - Luigi Carbone, con 9 dichiarazioni a favore su 15, d’un tratto cambiano le carte in tavola e viene ribaltato il criterio di sempre (l’anzianità di servizio, senza demerito). Lui è l’ “aggiunto designato” ma è sconfitto grazie al voto segreto. Così si ritrova bocciato in plenum con 8 no, i sì sono scesi a 7. Terza mossa: si ribellano le associazioni dei magistrati, dopo infuocate discussioni viene capovolta la regola del voto segreto, passa a maggioranza la linea della trasparenza che stabilisce in plenum lo scrutinio palese (contro la tesi del presidente Maruotti, che fa passare comunque l’eccezione: basteranno 4 consiglieri per chiedere e ottenere ancora il voto segreto). Quarta mossa. Carbone ricorre al Tar, fa sapere che non si arrenderà così facilmente (è uno spirito combattente, e personalità eclettica, musicista, presidente del Conservatorio di San Pietro a Majella). Resta da capire quale piega prenderà il thriller di Palazzo Spada, ora che è cominciata la lotta senza esclusione di colpi sugli anni trascorsi “fuori ruolo”, sul numero di sentenze prodotte e addirittura di rubriche pubblicate. Il dubbio è che si voglia costruire ex post una contestazione disciplinare per azzoppare il candidato che, essendo anche più giovane anagraficamente, bloccherebbe il ruolo di presidente per ben 8 anni. Un disegno che, se andasse in porto, potrebbe perfino finire sul tavolo della Procura. Un’aria di congiura che sarebbe sembrata forse consona al tempo dei giudici a corte - il Consiglio di Stato è organo antico, nasce ufficialmente nel 1831, prima dell’unità d’Italia – ma invece incide nell’ultimo tratto di strada della destra assetata di posti-chiave.