«Vado in carcere, ma la certezza del diritto è colpita». Finisce così e Mauro Moretti parla a tarda sera, dopo la sentenza della Cassazione, e ripercorre la sua vicenda dopo la strage di Viareggio: «Sono stato rinviato a giudizio per cinque accuse di infrazioni di norme di legge. Per queste sono stato assolto. Ma nel corso del processo è sorta una nuova accusa sulla quale è stata costruita una condanna che dice che non basta rispettare norme e leggi nazionali ed europee ma hanno scritto che bisogna rispettare il “neminem laedere” (non danneggiare nessuno, ndr), cioè in questo caso derogare quelle leggi». Non è solo una questione tecnica, dice ancora Moretti, perché «questo vuol dire mettere in crisi la certezza del diritto, nessuno sa come deve comportarsi nonostante esistano le norme». E, peggio, sostiene, anche la sua vicenda non è servita a nulla: «Quelle norme che avrei dovuto violare e che ho rispettato non sono state mai modificate a tutt’oggi nemmeno dopo questa tragedia».
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«Vado in carcere, ma la certezza del diritto è colpita». Finisce così e Mauro Moretti parla a tarda sera, dopo la sentenza della Cassazione, e ripercorre la sua vicenda dopo la strage di Viareggio: «Sono stato rinviato a giudizio per cinque accuse di infrazioni di norme di legge. Per queste sono stato assolto. Ma nel corso del processo è sorta una nuova accusa sulla quale è stata costruita una condanna che dice che non basta rispettare norme e leggi nazionali ed europee ma hanno scritto che bisogna rispettare il “neminem laedere” (non danneggiare nessuno, ndr), cioè in questo caso derogare quelle leggi». Non è solo una questione tecnica, dice ancora Moretti, perché «questo vuol dire mettere in crisi la certezza del diritto, nessuno sa come deve comportarsi nonostante esistano le norme». E, peggio, sostiene, anche la sua vicenda non è servita a nulla: «Quelle norme che avrei dovuto violare e che ho rispettato non sono state mai modificate a tutt’oggi nemmeno dopo questa tragedia».
Finisce così e non è ancora finita: nelle prossime ore, appena riceverà l’ordine di esecuzione, l’ex ad delle Ferrovie ha già deciso e annunciato che si presenterà in carcere per scontare quei cinque anni che da ieri sono una condanna definitiva. Finisce mentre mancano solo quattro giorni al diciassettesimo anniversario — era il 29 giugno 2009 — della strage di Viareggio. E finisce proprio nello stesso giorno, ed è un caso — ma che caso assurdo — in cui Stefano Donnarumma è costretto a lasciare il vertice delle Ferrovie: vent’anni fa, Moretti mise l’Italia sui binari dell’Alta velocità; adesso Donnarumma – è l’accusa della politica che lo ha voluto là – la sta rallentando.
Binari e potere, decisioni e responsabilità, una storia a trazione diesel, questa di Moretti, e un’ascesa che pareva inarrestabile. Fino alla rovina giudiziaria. Lui – nato a Rimini, la laurea in ingegneria elettrotecnica a Bologna nel 1977 – entra subito dopo in azienda e con le Fs stringe un patto per la vita. Studia da dirigente, ma pratica – anche – da sindacalista: nove anni dopo il suo ingresso in azienda è già nella segreteria nazionale della Cgil trasporti. Quando, nel 2001, diventa prima amministratore delegato di rete Ferroviaria Italiana – la società che governa l’infrastruttura – e poi nel 2006 prende la guida tutte le Fs, quell’esperienza sindacale rimane parte del suo marchio di fabbrica.
Colpisce, certo, vedere chi rappresentava i lavoratori che adesso tratta con loro, messo in quel posto dal governo Prodi; ma colpisce anche come Moretti sia in grado di utilizzare quella sua esperienza passata per controllare e dirigere l’intera struttura imprimendo una spinta e mantenendo una tensione che gli provoca molti nemici – “Cesare”, il soprannome favorito dagli antipatizzanti – ma almeno altrettanti estimatori, per i quali il cesarismo è semplicemente leadership. Sono gli anni del risanamento, dell’Alta velocità, della trasformazione del vecchio gruppo pubblico in un’impresa che rivendica efficienza. Moretti ne diventa il volto ruvido. Non cerca simpatia. Anzi alle volte espone il fianco, come nel 2014, quando di fronte a una delle tante “spendig review” annunciate, dichiara che i suoi 850 mila euro annui sono ben meno dello stipendio dell’omologo tedesco e fa capire che in caso di tagli è pronto ad andarsene. Se ne andrà davvero, ma perché quello stesso 2014, dopo otto lunghi anni alla guida delle Ferrovie, il governo Renzi lo sposta a Finmeccanica: un’altra grande macchina pubblica, questa volta della difesa e dell’aerospazio, che Moretti guiderà fino al 2017, avviando la trasformazione in Leonardo.
Ma intanto c’è già stata quella notte del 2009, Viareggio. Adesso, la sentenza finale ribadisce che la responsabilità di Moretti stava nel dovere del vertice di organizzare un sistema capace di governare un rischio grave, con un’interpretazione che lui contesta. E il capo che per anni aveva costruito la propria autorità sulla conoscenza minuta del sistema ferroviario viene condannato proprio per il presidio di quel sistema. C’è poi una frase che gli è rimasta addosso come una macchia: «uno spiacevolissimo incidente». La pronunciò mesi dopo la tragedia, parlando di Viareggio, e la città si indignò. Moretti sostenne poi di essere stato frainteso e la sua legale, Ambra Giovene, ricorda che davanti alla Corte d’appello di Firenze fece «una dichiarazione di scuse pubblica». Non è servito, evidentemente, nel conteggio delle attenuanti. Così come non è servita la sua rinuncia alla prescrizione nel primo appello, seguita invece dalla decisione di non rinunciare alla prescrizione per il reato di omicidio colposo nell’appello bis.