Fa impressione la Spoon River della Rai al tempo della destra. Basta mettere in fila i numeri e i nomi dei “caduti” negli ultimi tre anni per misurare la portata delle purghe meloniane: un repulisti di conduttori e programmi sgraditi all’attuale maggioranza, non rinnovati o penalizzati al punto da renderne impossibile la prosecuzione, che a confronto l’editto bulgaro di berlusconiana memoria era quasi un gioco, una piccola vendetta del potere allergico alla satira.
A spanne, in ordine cronologico, l’elenco delle rimozioni e delle uscite più o meno volontarie recita: Fabio Fazio e Luciana Littizzetto (inizio maggio 2023); Lucia Annunziata (fine maggio 2023); Roberto Saviano, Bianca Berlinguer e Giorgio Panariello (luglio 2023); Massimo Gramellini (settembre 2023); Corrado Augias (novembre 2023); Amadeus (aprile 2024); Serena Bortone (luglio 2024); Alessandro Cattelan, Selvaggia Lucarelli, Stefano Massini, Gianrico Carofiglio, il duo Bollani-Cenni, Federica Sciarelli (giugno 2026).
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Fa impressione la Spoon River della Rai al tempo della destra. Basta mettere in fila i numeri e i nomi dei “caduti” negli ultimi tre anni per misurare la portata delle purghe meloniane: un repulisti di conduttori e programmi sgraditi all’attuale maggioranza, non rinnovati o penalizzati al punto da renderne impossibile la prosecuzione, che a confronto l’editto bulgaro di berlusconiana memoria era quasi un gioco, una piccola vendetta del potere allergico alla satira.
A spanne, in ordine cronologico, l’elenco delle rimozioni e delle uscite più o meno volontarie recita: Fabio Fazio e Luciana Littizzetto (inizio maggio 2023); Lucia Annunziata (fine maggio 2023); Roberto Saviano, Bianca Berlinguer e Giorgio Panariello (luglio 2023); Massimo Gramellini (settembre 2023); Corrado Augias (novembre 2023); Amadeus (aprile 2024); Serena Bortone (luglio 2024); Alessandro Cattelan, Selvaggia Lucarelli, Stefano Massini, Gianrico Carofiglio, il duo Bollani-Cenni, Federica Sciarelli (giugno 2026).
Un patrimonio di cultura e professionalità volato via, verso altri lidi catodici o agli originari mestieri, per far largo a personaggi di comprovate simpatie sovraniste, quasi tutti campioni nella stessa poco insigne specialità: affossare lo share e abbassare gli ascolti di Mamma Rai. Per la prima volta tre anni fa sorpassata da Mediaset, come mai era accaduto — e non è certo un caso — nella storia della televisione nazionale.
Riavvolgiamo il nastro. In principio furono Fazio e Littizzetto. «Eh vabbè, ma all’epoca, quando decisero di traslocare, capo del governo era Draghi e dell’azienda Fuortes, mica Meloni e il fedelissimo Rossi», obiettano sempre a destra. Vero, però non mancava molto alla fine della legislatura, Salvini da azionista di maggioranza attaccava un giorno sì e l’altro pure Che tempo che fa, tutti sapevano chi avrebbe vinto le politiche al giro dopo. L’opzione per il rinnovo del contratto era stata fatta scadere nel silenzio più totale e il conduttore, capita l’antifona, passa alla Nove insieme alla sua storica spalla. Vincendo la scommessa.
Come la famosa ghianda dell’Era glaciale, da allora la valanga non si è più fermata. Appena insediato, il centrodestra avvia l’operazione tabula rasa, mettendo all’indice giornalisti, opinionisti, intellettuali, scrittori e musicisti considerati a torto o a ragione di inclinazioni progressiste: cancellati o spinti fuori dalla tv di Stato in quanto motore di quella egemonia culturale per troppo tempo appannaggio della sinistra, a cui era necessario cambiare segno. Come? Con la più classica delle “sostituzioni etniche”: via i non allineati, dentro gli amici, alcuni personali della premier, in testa il comico Pino Insegno, avvistato a Palazzo Chigi proprio nei giorni caldi della nomina.
La lista degli addii è pesante, non solo lunga. Dopo Fazio, è il turno di Lucia Annunziata: l’ad Fuortes ha appena lasciato, in quota leghista Roberto Sergio ne ha preso il posto, designando dg il “fratello” Rossi, in attesa di invertire i ruoli col nuovo cda. È allora che la pasionaria di In mezz’ora dice basta: «Non condivido nulla dell’operato di questo governo», scrive nella lettera di dimissioni, «non ci sono le condizioni per una collaborazione futura». Chiaro il senso: per chi non tifa destra il clima in azienda si è fatto irrespirabile.
Un mese più tardi tocca a Bianca Berlinguer: Mediaset le fa ponti d’oro e lei accetta l’offerta di Berlusconi jr. Non passa tanto che pure Massimo Gramellini decide di spostare le sue Parole su La7, seguito da Corrado Augias che — spinto sull’uscio — porta infine La Torre di Babele sul medesimo canale concorrente. Erano i nomi forti di Rai3, che viene progressivamente svuotata. Per riempirsi di uomini e donne di provata fede: Massimo Giletti, Nunzia De Girolamo, Roberto Inciocchi. A parte il primo, fanno tutti flop, ma pazienza: sono dei “loro” e tanto basta.
Le opposizioni salgono sulle barricate, gridano alle «epurazioni», la maggioranza però tira dritto: parla di «riequilibrio» dopo decenni di predominio rosso. Al di là delle definizioni, il saldo tra entrate e uscite svela qual è il vero disegno della destra: ribaltare i rapporti di forza, imponendo una nuova sfera d’influenza nel servizio pubblico. È il caso Saviano a renderlo ancora più evidente: il suo programma, Insider, era già pronto per la messa in onda quando all’improvviso viene escluso dai palinsesti. Il clamore mediatico è enorme, i vertici Rai sono costretti a recuperarlo in extremis, ma sarà la sua ultima collaborazione. Nel frattempo scompaiono o si riducono quasi tutti gli spazi di approfondimento. Via Serena Bortone dopo il monologo censurato di Antonio Scurati. Via Alessandro Cattelan e il suo show su Rai2. Come pure spariscono Riserva Indiana di Massini, Dilemmi di Carofiglio, Via dei Matti numero 0 della coppia Bollani-Cenni. «È un cecchinaggio politico», accusa l’autore della Lehman Trilogy, «ci hanno chiuso senza neppure avvertirci».
Gli schermi intanto si popolano di cantori del verbo governativo. L’ex Iena Antonino Monteleone, il volto Mediaset Vittorio Brumotti e il direttore del Giornale Tommaso Cerno, già senatore del Pd folgorato sulla via di FdI. Bandiere della destra che sfondano le linee nemiche e fanno proseliti. Interpreti del nuovo immaginario meloniano. Costruito per durare. E portare voti.