Casini: “Senza preferenze si toglie libertà agli elettori e si alimenta l’antipolitica”
di Giovanna VitalePier Ferdinando Casini
ROMA – «Io penso che la miopia della classe dirigente di un Paese debba avere un limite, pena condurci all’auto-dissolvimento», avverte Pier Ferdinando Casini, senatore eletto da indipendente nelle fila del Pd e già presidente della Camera.
Cosa intende, presidente?
«Ormai più della metà degli elettori non va a votare, c’è una massiccia diffusione dell’antipolitica e anche una dilatazione dei fenomeni sovranisti. Una miscela composita, che ha però un comune elemento di fondo: l’impossibilità per i cittadini di scegliersi i propri rappresentanti in Parlamento».
Il Melonellum rischia di gonfiare l’astensionismo e l’antipolitica?
«Non c’è dubbio. Le strade per arginarli sono solo due: o si fanno dei piccoli collegi uninominali in grado di consentire un rapporto diretto tra l’eletto e gli elettori, o si introducono le preferenze. Così li si impedisce entrambi, prevedendo due liste bloccate e levando persino quel po’ di collegi uninominali che c’erano nell’attuale sistema».
Se passa, i p…
ROMA – «Io penso che la miopia della classe dirigente di un Paese debba avere un limite, pena condurci all’auto-dissolvimento», avverte Pier Ferdinando Casini, senatore eletto da indipendente nelle fila del Pd e già presidente della Camera.
Cosa intende, presidente?
«Ormai più della metà degli elettori non va a votare, c’è una massiccia diffusione dell’antipolitica e anche una dilatazione dei fenomeni sovranisti. Una miscela composita, che ha però un comune elemento di fondo: l’impossibilità per i cittadini di scegliersi i propri rappresentanti in Parlamento».
Il Melonellum rischia di gonfiare l’astensionismo e l’antipolitica?
«Non c’è dubbio. Le strade per arginarli sono solo due: o si fanno dei piccoli collegi uninominali in grado di consentire un rapporto diretto tra l’eletto e gli elettori, o si introducono le preferenze. Così li si impedisce entrambi, prevedendo due liste bloccate e levando persino quel po’ di collegi uninominali che c’erano nell’attuale sistema».
Se passa, i parlamentari saranno tutti nominati: non è una deriva centralista e partitocratica?
«È l’altra faccia della medaglia della lateralizzazione del Parlamento, che oramai non conta più nulla».
Di chi è la colpa?
«In nome della velocizzazione dei processi decisionali, da molti anni le Camere sono state messe in una posizione subalterna rispetto all’esecutivo. Le leggi sono quasi tutte di iniziativa governativa e il Parlamento, per andare a trovarsi delle competenze, moltiplica le commissioni di inchiesta che da un lato sono poltronifici e dall’altro diventano strumento di vendetta politica della maggioranza pro tempore. Vedi quella sul Covid. Il sistematico ricorso alla fiducia aggrava il quadro, che le preferenze potrebbero aiutare a correggere».
In che modo?
«Gli eletti sarebbero più autonomi e autorevoli, difenderebbero le loro prerogative. Invece quelli scelti dai leader obbediscono agli ordini».
A parole, le vogliono in tanti, ma tutti ritengono che non si faranno.
«Perciò spero che nessuno chieda il voto segreto e ci si vorrà assumere la responsabilità a viso aperto: non sarebbe dignitoso nascondersi dietro i franchi tiratori per bocciare un principio su cui sulla carta esiste una maggioranza di favorevoli. Negare le preferenze sarà una bomba atomica: la prova ulteriore che i partiti vogliono comprimere la libertà degli elettori».
Lega e Fi sono contrari, mentre la premier si è defilata, sostenendo che spetta al Parlamento decidere: dovrebbe esprimersi secondo lei?
«È chiaro che Meloni non teme le preferenze e dubito possa accettare le minacce degli alleati su una legge elettorale che lei stessa dichiara essere prerogativa del Parlamento. Le regole del gioco appartengono a tutti, cadrebbe in contraddizione se le subordinasse a un accordo di governo».
Per alcuni però le preferenze rischiano di inquinare il voto.
«È un’obiezione vecchia come il mondo. Che ci siano stati episodi di tal genere è noto, ma noi purtroppo non possiamo abolire con una legge il malcostume. Se c’è chi utilizza in modo sbagliato uno strumento di democrazia, allora che facciamo: aboliamo la democrazia?».
Cambiare il Rosatellum serve davvero per la stabilità dei governi?
«È una tendenza antica scaricare i problemi politici sulle regole. E chi lo fa, spesso ottiene effetti opposti. Quando varammo il Mattarellum, uscii dall’aula insieme a Fini che mi disse: “Io non tornerò più in Parlamento, beato te che ci rimarrai a vita”. Tre mesi dopo, lui era uno dei capi della maggioranza di Berlusconi e iniziò la sua ascesa. C’è una eterogenesi dei fini delle leggi elettorali destinata a smentire le intenzioni dei proponenti».
Chi o cosa potrebbe smentire il Melonellum?
«In linea di principio è giusto che gli italiani votino e chi vince governa; gli esecutivi tecnici sono come gli antibiotici: meno se ne prende meglio è, sebbene in certi casi possono essere inevitabili. La domanda è se questa legge assicura il risultato che vuole perseguire».
La sua risposta qual è?
«Esiste la concreta possibilità che fuori dai poli corrano forze in grado di mettere in crisi l’intero schema».
Vannacci e Calenda potrebbero far saltare il banco?
«È un dato oggettivo, tenendo presente che Vannacci sulla mancanza di preferenze costruirà la sua campagna elettorale. Se i partiti di governo sono preoccupati, questa legge rischia di dar loro la botta finale: il malumore verso la politica si amplificherà».
Non se Vannacci entrerà in coalizione: lo farà, secondo lei?
«Se resta fuori prenderà più voti e li pescherà anche dai 5S. Se entra, prenderà meno voti ma li sottrarrà a FdI e Lega, per cui nel governo si porrà una questione di instabilità. E i voti di FI potrebbero defluire verso l’attuale opposizione».
A sinistra il centro ancora latita: un consiglio da lei che è un esperto?
«Io mi limito a fare l’osservatore interessato, evito di parlare per non alimentare la confusione. Oltretutto, servono protagonisti nuovi della politica».
Ma per vincere una quarta gamba moderata non è necessaria?
«È ovvio, con delle caratteristiche però. Per essere credibili, le forze centriste devono essere figlie di un parto autonomo, non eterodirette. Quando fondammo l’Udc non chiesi il permesso, ruppi con Berlusconi, navigammo da soli e arrivammo al 6%. E c’è pure un’altra cosa che suggerirei al centrosinistra».
E cioè?
«Eviterei di costruire una coalizione a doppio cerchio concentrico. Un nocciolo duro che decide e i moderati che si aggiungono in un secondo tempo».
Invece la rivalità fra Conte e Schlein per la candidatura a premier come la risolverebbe?
«Scelgano un metodo: o si fanno le primarie o si indica il leader del partito maggiore. Tutto questo chiacchiericcio sul campo largo non credo giovi alla causa».