Per rintracciare un precedente simile, ancorché per cause diverse, bisogna andare indietro di quasi 20 anni, al novembre 2008, quando la maggioranza di centrodestra decise di eleggere un presidente della Vigilanza pescato fra i senatori dem, d’accordo con lui ma senza il consenso del suo partito. Il risultato fu che il prescelto, Riccardo Villari, si incollò alla poltrona, venne espulso dal Pd e però per sloggiarlo i commissari d’opposizione dovettero dimettersi in blocco.
È quel che potrebbe accadere, di nuovo, nelle prossime ore. Medesimo organismo, la bicamerale di controllo sulla tv di Stato; identica contrapposizione tra schieramenti, ma differente oggetto del contendere. Stavolta al centro della diatriba c’è la presidenza Rai, dove da quasi due anni i partiti di governo provano a insediare la consigliera forzista Simona Agnes, senza però avere il quorum dei due terzi necessario a ratificare la sua nomina in Parlamento. Soglia richiesta dalla legge per far sì che la designazione …
Per rintracciare un precedente simile, ancorché per cause diverse, bisogna andare indietro di quasi 20 anni, al novembre 2008, quando la maggioranza di centrodestra decise di eleggere un presidente della Vigilanza pescato fra i senatori dem, d’accordo con lui ma senza il consenso del suo partito. Il risultato fu che il prescelto, Riccardo Villari, si incollò alla poltrona, venne espulso dal Pd e però per sloggiarlo i commissari d’opposizione dovettero dimettersi in blocco.
È quel che potrebbe accadere, di nuovo, nelle prossime ore. Medesimo organismo, la bicamerale di controllo sulla tv di Stato; identica contrapposizione tra schieramenti, ma differente oggetto del contendere. Stavolta al centro della diatriba c’è la presidenza Rai, dove da quasi due anni i partiti di governo provano a insediare la consigliera forzista Simona Agnes, senza però avere il quorum dei due terzi necessario a ratificare la sua nomina in Parlamento. Soglia richiesta dalla legge per far sì che la designazione di questa figura, che dovrebbe essere di garanzia e non di parte, avvenga d’intesa con la minoranza. Oggi come allora, da destra stessa risposta: forzare.
È da fine ottobre 2024 che i commissari di FdI, Lega e FI disertano i lavori della commissione, facendo mancare il numero legale per impedirne il funzionamento. Uno stallo aggravato, nonostante i richiami del Quirinale, dal mancato intervento dei presidenti delle Camere, a cui le opposizioni si erano rivolte per denunciare una «paralisi istituzionale» che rischia di compromettere il pluralismo della principale azienda culturale del Paese.
Ecco perché ora le opposizioni meditano di dire basta. Dopo aver esperito ogni tentativo per trovare un accordo su un nome condiviso — meccanismo previsto proprio per impedire che l’emittente pubblica diventi terreno di conquista della maggioranza di turno — tra oggi e domani i commissari di Pd, M5S, Avs e Iv potrebbero rimettere il mandato in massa. Una forma di protesta estrema per attirare l’attenzione su quella che la presidente Barbara Floridia ha definito «ferita democratica» perché se la Vigilanza è bloccata viene meno l’unico strumento in mano al Parlamento per verificare che la Rai rispetti il contratto di servizio.
Nel frattempo, il cda a trazione meloniana continua a operare indisturbato: approva delibere e nomine, vara programmi, licenzia piani industriali e immobiliari. A essere sospeso è soltanto il controllo. Mentre le denunce cadono inesorabilmente nel vuoto. «I palinsesti della prossima stagione sono il manifesto definitivo di TeleMeloni», sono tornati ad accusare ieri i 5s in Vigilanza, mettendo nel mirino l’ex Iena Antonino Monteleone, autore di un osceno post su Gaza: «Come si fa a affidare la prima serata del martedì, in cui il confronto è con Floris e Berlinguer, a uno che su Rai2 non ha raggiunto l’1% di share? Come si fanno a confermare i comizi di Tommaso Cerno?». La risposta è sempre la stessa: con la Vigilanza in stasi possono fare tutto. E anche di più.