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Quelle omissioni (e l’autodifesa) di mister 100 milioni

Dario Bianchi 

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Bianchi audito due volte dalle Camere non ha citato il risarcimento. Ora dice: “Nessun favore politico, ma un vantaggio per l’erario”
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C’è un foglio A4 lasciato alla reception della Protezione civile all’origine della vicenda che è costata allo Stato oltre 100 milioni di euro. È così che Dario Bianchi ha raccontato davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid l’inizio del rapporto tra la sua società e il Dipartimento della Protezione civile. «Lasciammo un foglio A4 alla reception», ha spiegato. «Fummo contattati il 17 marzo 2020». Il giorno successivo, il 18 marzo, arriva la firma della lettera di commessa.

Ma chi è Dario Bianchi? E come nasce quella che lui definisce «la più grande fornitura» dell’era Covid? Bianchi è un imprenditore della provincia di Roma. È il fondatore della JC Electronics Italia srl, azienda con sede a Colleferro, costituita nel 2014…

C’è un foglio A4 lasciato alla reception della Protezione civile all’origine della vicenda che è costata allo Stato oltre 100 milioni di euro. È così che Dario Bianchi ha raccontato davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid l’inizio del rapporto tra la sua società e il Dipartimento della Protezione civile. «Lasciammo un foglio A4 alla reception», ha spiegato. «Fummo contattati il 17 marzo 2020». Il giorno successivo, il 18 marzo, arriva la firma della lettera di commessa.

Ma chi è Dario Bianchi? E come nasce quella che lui definisce «la più grande fornitura» dell’era Covid? Bianchi è un imprenditore della provincia di Roma. È il fondatore della JC Electronics Italia srl, azienda con sede a Colleferro, costituita nel 2014, con un capitale sociale di 500 mila euro e poco più di una decina di dipendenti o collaboratori. Quando lascia quel foglio nella portineria della Protezione civile, siamo nel 2020, l’azienda ha un fatturato di 4,351 milioni di euro. Quello stesso anno la società finanzia con 800 euro Fratelli d’Italia: una cifra minima, certo, ma che politicamente forse significa qualcosa. L’attività principale dell’azienda è il commercio all’ingrosso di materiale elettrico per impianti industriali, apparecchiature elettroniche per le telecomunicazioni, articoli antincendio e antinfortunistici. Prima ancora si occupava di installazione e manutenzione di impianti elettrici, macchine per ufficio e computer. Chissà se immagina che quel foglio A4 lasciato in portineria gli cambierà la vita: con la sola transazione da 100 milioni il valore dell’accordo equivale a circa ventitré volte il fatturato dell’azienda.

Torniamo agli atti. Il contratto parla di una fornitura di 10 milioni di mascherine KN95, al prezzo unitario di 2,20 euro, per un valore complessivo di 22 milioni di euro. «Il 18 marzo del 2020 fui contattato dal dottor Colicchio, funzionario della Protezione civile», ha raccontato Bianchi alla Commissione. «Ci chiesero un’offerta e firmammo l’unico contratto a misura dell’intera vicenda Covid. Potevamo consegnare da un minimo di dieci milioni di mascherine fino a un numero indefinito». È l’ultimo contratto firmato dalla Protezione civile. Poche ore dopo viene nominato commissario straordinario l’allora amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri. La fornitura con JC si blocca. Arcuri sostiene che fu la società a fermare le consegne. L’azienda sostiene il contrario. Presenta causa. E vince: il Tribunale di Roma, in primo grado, riconosce 200 milioni alla Jc. Una sentenza definita «abnorme» dall’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte e criticata anche dall’allora capo della Protezione civile Angelo Borrelli durante la sua audizione in Commissione. Mentre si preparano i ricorsi, però, lo Stato decide di firmare una transazione da oltre 100 milioni di euro.

Nel frattempo succedono diverse cose. Bianchi diventa il principale teste dell’accusa davanti alla Commissione Covid sulla gestione Conte della pandemia. Viene sentito due volte: nel 2025 per raccontare la vicenda del contratto e nell’aprile del 2026. Intanto diventa anche uno degli ospiti simbolo di Fratelli d’Italia: sale sul palco di Atreju, partecipa alle convention del partito e interviene agli incontri dedicati alla gestione del Covid. Nell’ultima audizione, quella dell’aprile 2026, parlando della causa dice: «Abbiamo vinto il primo grado di giudizio, tre mesi fa la somma complessiva con gli interessi era arrivata a 270 milioni». Non dice, però, che da oltre cinque mesi quella causa non esiste più. Perché?

«Non è singolare», risponde Bianchi nella nota inviata a Repubblica tramite il suo avvocato Nicola Massafra, «che non si sia parlato della transazione perché l’oggetto dell’inchiesta parlamentare è la condotta tenuta durante il Covid». «La transazione – aggiunge – ha cercato di mitigare i danni accertati da un Tribunale arrivando a un accordo di estremo vantaggio per lo Stato». Bianchi respinge anche il riferimento ai rapporti con Fratelli d’Italia: «Quando c’è stato quel finanziamento non ero amministratore della società». E conclude: «Non si può far credere che l’accordo transattivo costituisca un indebito favore politico anziché l’esito, economicamente vantaggioso per l’erario, di una condanna esecutiva».

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