ROMA – Si ritroveranno dopo la foto di Evian e gli insulti seguiti a quello scatto. Donald Trump e Giorgia Meloni, chiusi nella stessa stanza del vertice della Nato di Ankara. Un salone vasto, certo, visto che dovrà ospitare i 32 membri dell’Alleanza. Il primo appuntamento è a cena, il 7 luglio. Poi le sessioni di lavoro dell’8. Gli incroci con il tycoon, più o meno pericolosi, non mancheranno. La diplomazia italiana sostiene che non c’è un bilaterale fissato. E aggiunge però che neanche durante il G7 francese era prevista una chiacchierata (che poi ci fu, certo, quella che il presidente Usa prese a pretesto per dire che il contatto era stato concesso solo dopo aver provato “pena” verso la premier). Si vedranno, dunque. Probabilmente si parleranno. Di certo, il consigliere diplomatico di palazzo Chigi Fabrizio Saggio ha pernottato lunedì e martedì scorso a Washington per una serie di appuntamenti con l’amministrazione sui dossier più caldi.
ROMA – Si ritroveranno dopo la foto di Evian e gli insulti seguiti a quello scatto. Donald Trump e Giorgia Meloni, chiusi nella stessa stanza del vertice della Nato di Ankara. Un salone vasto, certo, visto che dovrà ospitare i 32 membri dell’Alleanza. Il primo appuntamento è a cena, il 7 luglio. Poi le sessioni di lavoro dell’8. Gli incroci con il tycoon, più o meno pericolosi, non mancheranno. La diplomazia italiana sostiene che non c’è un bilaterale fissato. E aggiunge però che neanche durante il G7 francese era prevista una chiacchierata (che poi ci fu, certo, quella che il presidente Usa prese a pretesto per dire che il contatto era stato concesso solo dopo aver provato “pena” verso la premier). Si vedranno, dunque. Probabilmente si parleranno. Di certo, il consigliere diplomatico di palazzo Chigi Fabrizio Saggio ha pernottato lunedì e martedì scorso a Washington per una serie di appuntamenti con l’amministrazione sui dossier più caldi.
Non è detto però che un nuovo faccia a faccia con Trump convenga. L’Italia non sembra in questa fase così disponibile ad assecondare i livelli di spesa militare che gli Stati Uniti richiedono, soprattutto a causa di problemi di politica interna. E questo nonostante la pressione esercitata da Trump, che due giorni fa ha ricordato quanto poco gli alleati europei – Italia inclusa – spendano per la Nato, a differenza di Washington. Il timore è che il leader Maga possa annunciare in Turchia un taglio della presenza delle truppe Usa dalle basi europee e italiane. Cosa porterà dunque Roma al summit dell’Alleanza? La promessa di investire il 2,8% del pil in difesa e sicurezza, con la prospettiva (per adesso molto teorica) di arrivare al 5% entro il 2035. Poche novità, invece, e pochissime nuove risorse per Kiev.
Di Safe è stato già scritto su questo giornale: il governo non opzionerà neanche un euro del programma europeo nel 2026, tanto da spingere il ministro Guido Crosetto a non escludere le dimissioni. L’esecutivo di destra non porterà ad Ankara neanche mezza promessa sull’adesione a Purl, il programma Nato di acquisti di armi americane da destinare all’Ucraina. Ma soprattutto, si apprende da fonti diplomatiche dell’esecutivo, Meloni non ha al momento autorizzato, né dato indicazione di preparare un nuovo pacchetto di armi per Kiev. Da anni è il veicolo più rapido per fornire sostegno in via bilaterale. Nel 2026, però, nemmeno una spedizione si è ancora concretizzata: «Non è in preparazione un nuovo invio, al momento», assicurano le stesse fonti.
Ma non basta: i partner dell’Alleanza atlantica hanno inserito nel testo finale la promessa di un sostegno biennale a Zelensky. Settanta miliardi per due anni. Non era la soluzione preferita da Roma, che aveva chiesto di limitarsi a un solo anno per evitare di fornire la sensazione di non puntare abbastanza sul percorso di pace. Palazzo Chigi è tuttavia rimasto isolato e l’opzione biennale ha prevalso grazie al pressing dei Paesi baltici e della Germania.
Settanta miliardi per il 2026 e altrettanti nel 2027 per Kiev, dunque: 40 assicurati dai membri Nato – Stati Uniti esclusi – e altri 30 di prestiti dell’Unione europea. Palazzo Chigi, però, non quantifica l’eventuale impegno economico dell’Italia per questi 40 miliardi, sottolineando: «È importante ricordare che si tratta di contributi erogati a titolo strettamente volontario». Per poi aggiungere, chiarendo ancora meglio la freddezza del governo: «Si può contribuire in diversi modi. L’Italia è concentrata da mesi sul fronte degli aiuti energetici. Far funzionare scuole e ospedali conta quanto il resto». La sensazione è che Roma limiterà di molto – se non del tutto – la propria quota.
In vista del vertice in Turchia, Meloni sente intanto Erdogan. Parlano anche del dossier libico – centrale durante la missione di Saggio a Washington – e richiamano insieme «l’importanza del fianco Sud» dell’Alleanza. Il presidente turco assicura inoltre di voler «rafforzare la cooperazione, in particolare nell’industria della difesa». Uno dei terreni più promettenti è sui droni, visto che Leonardo ha scelto di lavorare con i turchi della Baykar Technologies. Non a caso, una sessione del summit ospiterà proprio i grandi produttori della difesa.