ROMA – Ci vorrà qualche giorno perché i presidenti di Camera e Senato chiedano formalmente ai partiti di ricomporre la commissione di Vigilanza Rai, sbriciolata dopo le dimissioni in blocco dell’opposizione, e di riflesso della maggioranza. Non si tratta solo di tempi procedurali: la speranza dei vertici di Palazzo Madama e Montecitorio è che l’attesa renda fertile il terreno della trattativa tra le parti. Terreno, in realtà, mai così arido.
Mentre ad Ancona l’ad di Viale Mazzini Giampaolo Rossi negava l’esistenza di qualsiasi problema, ieri gli ormai ex capigruppo di Pd, Avs, M5S e Iv nella bicamerale si sono confrontati telefonicamente per confermare la linea dura: l’intenzione è ostacolare la formazione della nuova Vigilanza fino alla fine della legislatura. I partiti di minoranza non forniranno i nomi dei deputati e dei senatori da re-insediare. E se le presidenze delle due Camere dovessero arrivare a designare membri d’ufficio, com’è avvenuto con la commissione Covid, la rispost…
ROMA – Ci vorrà qualche giorno perché i presidenti di Camera e Senato chiedano formalmente ai partiti di ricomporre la commissione di Vigilanza Rai, sbriciolata dopo le dimissioni in blocco dell’opposizione, e di riflesso della maggioranza. Non si tratta solo di tempi procedurali: la speranza dei vertici di Palazzo Madama e Montecitorio è che l’attesa renda fertile il terreno della trattativa tra le parti. Terreno, in realtà, mai così arido.
Mentre ad Ancona l’ad di Viale Mazzini Giampaolo Rossi negava l’esistenza di qualsiasi problema, ieri gli ormai ex capigruppo di Pd, Avs, M5S e Iv nella bicamerale si sono confrontati telefonicamente per confermare la linea dura: l’intenzione è ostacolare la formazione della nuova Vigilanza fino alla fine della legislatura. I partiti di minoranza non forniranno i nomi dei deputati e dei senatori da re-insediare. E se le presidenze delle due Camere dovessero arrivare a designare membri d’ufficio, com’è avvenuto con la commissione Covid, la risposta del centrosinistra sarà di nuove dimissioni. «Se forzano così – attacca il deputato 5S Dario Carotenuto – si assumeranno la responsabilità di un atto antidemocratico e fascista». «Non c’è più possibilità di mediazione», aggiunge disilluso il co-leader di Avs Angelo Bonelli. Il muro dall’altra parte non è meno alto. Tant’è che la maggioranza minaccia velatamente di potersi persino eleggere la presidenza dell’organo di garanzia in solitudine: «Va all’opposizione per prassi, non per legge», ricorda sibillino il senatore azzurro Maurizio Gasparri.
Un solo segnale, argomenta Stefano Graziano, ex capogruppo Pd dimissionario in Vigilanza, potrebbe ammorbidire le posizioni: «Il centrodestra ci dica se è interessato ad attuare il Media Freedom Act, il regolamento Ue che prevede più autonomia e indipendenza per il servizio pubblico nazionale». Un modo per mettere in evidenza che lo scontro non vada ridotto a una contesa di poltrone. Seppure, il primo pomo della discordia – ormai due anni fa – sia stata la mancata ratifica di Simona Agnes, quota Forza Italia, come presidente della Rai. Questione lontana da una risoluzione oggi come nel 2024: «C’è stato, anche di recente un tentativo di mediazione messo in campo da La Russa e rifiutato dalle opposizioni», rivendica Francesco Filini, capogruppo meloniano in Vigilanza. La proposta del numero uno del Senato: valutare un nome terzo per la presidenza (il cui voto vale doppio nei casi di parità), ottenendone in cambio le dimissioni di uno dei due membri di minoranza del cda Rai. Le opposizioni non hanno nemmeno risposto.
Il centrodestra, di fatto, più che cercare l’accordo, accelera sullo strumento che lo renderà superfluo: la riforma della governance di Viale Mazzini in esame al Senato. Una volta approvata – entro dicembre secondo le ambizioni di Lega, FI e FdI – per ratificare l’elezione del presidente della tv pubblica, dal terzo scrutinio, basterà la maggioranza assoluta. Dopo mesi di palude nella commissione Industria di Palazzo Madama, la settimana in arrivo sarà quella dello sprint. «Noi siamo pronti, appena riceviamo il parere della Bilancio possiamo votare gli emendamenti», spiega Roberto Rosso, senatore forzista e relatore del testo. E decisivi saranno appunto gli emendamenti del relatore: assorbiranno le richieste espresse dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Ovvero: nel cda della Rai, anche con le nuove norme, dovranno rimanere due membri in quota Mef. È il nodo da sbrogliare da mesi: il disegno di legge, a prima firma Maurizio Gasparri, prevede che sei dei nove membri vengano eletti dal parlamento con la maggioranza assoluta, che diventerebbe maggioranza semplice dal terzo scrutinio in poi. Il ministero dell’Economia ha però richiesto di tenere un piede nel board dell’azienda che controlla al 99%. È qui che la traiettoria della destra entra di nuovo in collisione con la richiesta delle opposizioni di recepire il Media Freedom Act: Giorgetti, sulla base di interlocuzioni informali con l’Ue, sostiene che la presenza minoritaria del governo in cda non sia incompatibile con il regolamento che chiede di allontanare l’informazione dalle mani della politica. Il centrosinistra ci crede poco.