Berutti Bergotto: “Senza gli Stati Uniti l’Italia per un ruolo guida nel Mediterraneo”
di Gianluca Di Feo“La ritirata americana dal Mediterraneo è avvenuta già da tempo. Io credo che a livello della Nato l’Italia ha le carte in regola per giocare un ruolo centrale per la sicurezza marittima, che condiziona sempre di più la nostra economia”. L’ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto da nove mesi è il capo di Stato maggiore della Marina Militare, chiamata dal 2022 ad affrontare il moltiplicarsi delle crisi. C’è stato l’impegno per monitorare il ritorno in forze della flotta russa, per proteggere le rotte minacciate dagli Houthi nel Mar Rosso, per pattugliare le coste dell’Africa contro i pirati. Ora proseguono i preparativi per il possibile intervento a Hormuz, che si presenta carico di incognite.
“Ci muoveremo solo dopo il via libera del governo e l’autorizzazione del Parlamento – precisa l’ammiraglio -. Conosco bene il Golfo e Hormuz perché sono stato lì già nelle due missioni del 1987 e del 1991. I rischi ci sono, come in tutte le operazioni. Ma se si tratta di eliminare le mine non ho pre…
“La ritirata americana dal Mediterraneo è avvenuta già da tempo. Io credo che a livello della Nato l’Italia ha le carte in regola per giocare un ruolo centrale per la sicurezza marittima, che condiziona sempre di più la nostra economia”. L’ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto da nove mesi è il capo di Stato maggiore della Marina Militare, chiamata dal 2022 ad affrontare il moltiplicarsi delle crisi. C’è stato l’impegno per monitorare il ritorno in forze della flotta russa, per proteggere le rotte minacciate dagli Houthi nel Mar Rosso, per pattugliare le coste dell’Africa contro i pirati. Ora proseguono i preparativi per il possibile intervento a Hormuz, che si presenta carico di incognite.
“Ci muoveremo solo dopo il via libera del governo e l’autorizzazione del Parlamento – precisa l’ammiraglio -. Conosco bene il Golfo e Hormuz perché sono stato lì già nelle due missioni del 1987 e del 1991. I rischi ci sono, come in tutte le operazioni. Ma se si tratta di eliminare le mine non ho preoccupazioni, perché abbiamo mezzi tecnologicamente avanzati e personale addestrato. Le acque italiane sono piene di residuati bellici inesplosi: ogni anno ne bonifichiamo grandi quantità. I due cacciamine che sono già a Gibuti sono stati varati negli anni Novanta e li abbiamo continuamente aggiornati: possono usare i sistemi di bordo e una serie di droni subacquei, garantendo velocità di intervento. Ma le navi per agire in un campo minato devono avere una situazione sicura, perché si tratta di un lavoro lento e delicato. Non si può affrontare sotto il tiro di minacce di superficie e per questo bisogna aspettare che il cessate il fuoco a Hormuz venga consolidato”.
L’Alleanza dei Volenterosi dispone di strumenti sufficienti per eliminare le trappole esplosive dallo Stretto?
“Oltre ai nostri due, i piani prevedono due cacciamine francesi, uno belga e uno olandese mentre i britannici manderanno una nave dotata di droni sottomarini. Nel 1991 per bonificare il Kuwait ne sono stati schierati molti di più ma l’area di Hormuz è piccola e, a quel che si sa, c’è un numero di ordigni esiguo. Anche se non si possono escludere sorprese”.
Nel vertice Nato di Ankara sarà discussa la diminuzione delle forze americane in Europa. Che effetti avrà sulla vostra attività?
“Gli Stati Uniti da tempo hanno ridotto presenza nel Mediterraneo e quando si apre un vuoto tanti cercano di impossessarsene. Da quando Us Navy si è spostata verso altri mari molte nazioni hanno investito per creare flotte più efficienti: ad esempio, l’Algeria ma anche l’Egitto e soprattutto la Turchia. L’Alleanza conta su un incremento della nostra presenza, coerente con la crescente instabilità, e credo che l’Italia possa rafforzare il suo ruolo di riferimento nel Mediterraneo. La Nato ha due forze stabili, una di superficie e una proprio di cacciamine, ma ha soprattutto dispone di un grande vantaggio: le forze alleate operano in una rete unica, con una totale condivisione delle informazioni e navi che sono pienamente interoperabili, ossia sono in grado di agire insieme in qualsiasi situazione”.
Gli accordi Nato prevedono anche che l’Italia prenda la guida del comando JFC di Napoli che gestisce operazioni alleate di grande rilievo. Quando avverrà?
“Questa struttura è stata assegnata all’Italia e sarà il ministero della Difesa a decidere come gestire questo passaggio. Gli Stati Uniti affidavano il comando a un ammiraglio, ma perché l’incarico coincideva con il vertice della VI Flotta”.
Nell’audizione in Parlamento lei ha dichiarato: “il concetto di potenza marittima evolve nel tempo, non è più sufficiente essere efficienti, è necessario essere rilevanti”. Come si fa?
“Per essere rilevante una Marina deve essere presente nelle aree di interesse nazionale. Deve essere credibile e quindi avere navi tecnologicamente avanzate ed equipaggi addestrati. Deve essere connessa con alleati e con gli operatori civili del mare, perché questo permette di avere una conoscenza completa della situazione. In fondo, questo è stato l’elemento di successo nella nostra missione nel Mar Rosso. Siamo intervenuti una settimana dopo il primo attacco degli Houthi yemeniti perché c’era una nave nel Mediterraneo orientale con le dotazioni per affrontare le minacce e il personale preparato, che ha trovato le soluzioni per abbattere i droni e i missili cruise. Oggi bisogna sapere adattarsi al cambiamento e reagire in tempi rapidi: è la realtà che emerge dal conflitto ucraino e dalla crisi nel Golfo, dove le minacce si evolvono con una velocità senza precedenti. Per questo già dieci anni fa abbiamo impostato navi che si possono adeguare secondo un concetto di modularità come i pattugliatori Ppa. Permettono di adeguare la tecnologia dei sistemi di combattimento e di scoperta mantenendo la stessa piattaforma: quello, ad esempio, che abbiamo fatto proprio con i cacciamine in servizio dagli anni Novanta. Gli altri cominciano a pensarci solo ora”.
Tra le priorità della Marina lei ha indicato l’esercizio della deterrenza. Quali strumenti sono necessari?
“La deterrenza è una delle leve per preservare la pace. Per la Marina, ad esempio, è essenziale poter assicurare la proiezione delle capacità militari, anche a lungo raggio. E per questo, se da un lato possiamo contare sul Gruppo portaerei ‘Cavour’ con i jet F35B di quinta generazione, e sulla nave d’assalto anfibio ‘Trieste’, anch'essa capace di operare con gli F35B, dall’altro abbiamo l'urgenza di sostituire le navi per operazioni anfibie, sempre più strategiche per la loro polivalenza anche come base per droni di ogni tipologia, perché le attuali hanno più di quarant’anni. E va potenziata la difesa aerea introducendo due cacciatorpediniere in sostituzione del Mimbelli e del De la Penne per averne quattro. In realtà, la Nato ne richiederebbe sei perché per avere una nave in mare in media ne servono tre: una è in manutenzione, una è in addestramento e solo una operativa. Infine, c’è la questione dei missili da attacco in profondità che è una delle priorità della Nato: li vogliamo introdurre e le nostre industrie sono in grado di produrli ma ci vorranno alcuni anni”.
E bastano gli otto sottomarini italiani?
“Il numero dei sottomarini è legato alla questione della dimensione underwater che oggi è al centro delle dinamiche mondiale. Nei fondali sono stati costruiti oleodotti, cavi in fibra ottica, server, le fondamenta degli impianti di energie rinnovabili. E’ indispensabile prevenire le minacce, perché ad esempio per riparare una singola connessione internet sono necessari cento giorni in cui si rischia di restare in blackout. Un Paese come l’Italia deve avere il controllo di quello che accade sotto il mare. Per questo servono i sottomarini ma anche lo sviluppo di droni e di sensori che permettano di conoscere la situazione, sapere cosa si muove nei fondali e proteggere le infrastrutture”.
Tutti parlano di droni. Voi concretamente cosa state facendo?
“La tecnologia dei droni integrata con gli strumenti tradizionali aumenta la capacità di scoperta e di controllo, consentendo anche di razionalizzare la spesa per produrre effetti operativi. Stiamo cercando di mantenere il passo con l’innovazione, che è frenetica: studiamo quello che offre il mercato e lo mettiamo alla prova. Operare sul mare è molto più complesso e due volte l’anno invitiamo tutte le aziende che realizzano questi sistemi a testarli in condizioni concrete: una di queste operazioni è in corso ora. Valutiamo i mezzi navali, sottomarini o di superficie e per i più promettenti concordiamo lo sviluppo insieme con i produttori. La cosa più importante è che droni diversi si scambino dati: devono formare una rete unica assieme ai radar e altri sensori attivi sulle navi, in cielo e in terra. La sfida è mettere insieme le informazioni per formare una visione unica: qui entra in gioco l’intelligenza artificiale per riuscire ad analizzare questa mole enorme di dati. Anche l’AI fa parte delle nostre sperimentazioni, ma sia chiaro: alla fine è l’essere umano a prendere le decisioni”.
In attesa che ci siano le condizioni per la missione a Hormuz, la Marina è comunque impegnata nell’Artico, nell’Oceano Indiano, nell’Indo-Pacifico, nel Golfo di Guinea, nel Mar Rosso e ovviamente nel Mediterraneo. Avete navi e personale a sufficienza?
“Gli impegni sono quelli che sostengono la strategia del Paese. Siamo presenti in quelle aree dove ci sono gli interessi nazionali, economici o strategici. Oppure per mantenere libertà di navigazione. Il commercio è globale e non ci sono situazioni remote che non abbiano effetto su di noi. Dal mare l’Italia importa il 75 % delle materie ed esporta il 60 % dei beni. Lo strumento che abbiamo, insieme di mezzi, infrastrutture e personale, è oggi sottoposto a un impegno molto intenso, la cui sostenibilità nel tempo può essere assicurata solo se saremo in grado di ammodernare e potenziare le capacità strategiche che ho sottolineato e di far crescere gli organici del personale, per cui puntiamo nei prossimi tre anni a passare dai circa 27mila che siamo ai 30.050 autorizzati dalla legge. Oggi la maggior parte di donne e uomini è stato assegnato al servizio operativo sulle navi questo ci permette di far fronte agli impegni, anche se con un maggiore sacrificio del personale. Sono confidente che i numeri della Marina cresceranno’’.
Il fattore umano è quello che nella nostra tradizione ha sempre fatto la differenza. Il moltiplicarsi degli impegni aumenta i sacrifici degli equipaggi e può renderli incompatibili con le famiglie. Come cercate di rendere attrattivo l’arruolamento?
“Abbiamo uno zoccolo duro di ufficiali e sottufficiali. Il turn over è forte sui volontari in ferma iniziale, un problema comune a tutte le forze armate ma forse un po’ di più da noi. Sono giovani che entrano in servizio ma partecipano ad altri concorsi pubblici. Noi abbiamo una sfida, soprattutto per i ragazzi in ferma breve: reclutarli e trattenerli. Purtroppo, in Marina la vita è di sacrificio e a volte di disagio, ma noi diamo tanto. Stiamo investendo sul welfare e soprattutto sul benessere delle famiglie. Sappiamo che le nuove generazioni hanno bisogno di motivazioni, così abbiamo aumentato i corsi specializzazione e l’utilizzo a bordo: i ragazzi si confrontano subito con il lavoro del futuro. Vanno in plancia, nelle centrali di combattimento: sono in prima linea e si misurano con le tecnologie più avanzate. Gli vogliamo far capire che possono entrare a far parte di una squadra che lavora insieme e vive grandi esperienze, dove sono subito protagonisti”.