Meloni fredda con Trump a Ankara: “Non mi pento di nulla, c’erano affinità”. Ma lo critica sull’Iran
dal nostro inviato Tommaso CiriacoANKARA – “Non mi pento di nulla”, assicura Giorgia Meloni. Nonostante gli insulti di Donald Trump, nonostante il meme sull’ordine restrittivo: “Non mi pento di nulla di quello che ho fatto”, dice quando le ricordano che l’investimento politico sul tycoon è stato notevole, la resa degli ultimi mesi pessima, a dir poco. L’ha ritrovato ieri sera a cena, ad Ankara. Poi oggi, durante le sessioni di lavoro del summit Nato. E ciononostante: “L’investimento politico l’ho fatto per convinzione sull’unità dell’Occidente. Non è strategia che ho messo in campo con l’arrivo di Trump, ma che ho con tutti i miei interlocutori”.
Dice Meloni che lo stesso fece con Joe Biden, anche se di estrazione democratica: puntare sul ponte con gli Stati Uniti. In quel caso, però, nessuno le sconsigliò di legare troppo con l’allora presidente americano: di Trump, invece, era già chiara la dinamica dopo poche settimane. I rischi dell’abbraccio, soprattutto. Eppure, Meloni rivendica di aver inseguito un obiettivo: p…
ANKARA – “Non mi pento di nulla”, assicura Giorgia Meloni. Nonostante gli insulti di Donald Trump, nonostante il meme sull’ordine restrittivo: “Non mi pento di nulla di quello che ho fatto”, dice quando le ricordano che l’investimento politico sul tycoon è stato notevole, la resa degli ultimi mesi pessima, a dir poco. L’ha ritrovato ieri sera a cena, ad Ankara. Poi oggi, durante le sessioni di lavoro del summit Nato. E ciononostante: “L’investimento politico l’ho fatto per convinzione sull’unità dell’Occidente. Non è strategia che ho messo in campo con l’arrivo di Trump, ma che ho con tutti i miei interlocutori”.
Dice Meloni che lo stesso fece con Joe Biden, anche se di estrazione democratica: puntare sul ponte con gli Stati Uniti. In quel caso, però, nessuno le sconsigliò di legare troppo con l’allora presidente americano: di Trump, invece, era già chiara la dinamica dopo poche settimane. I rischi dell’abbraccio, soprattutto. Eppure, Meloni rivendica di aver inseguito un obiettivo: provare a costruire il ponte con Washington. “Io ho una strategia in testa, figlia dell’interesse italiano ed europeo, e non cambio idea”. A pesare, lo ammette anche Meloni, è stata però anche la sintonia politica e ideale con il tycoon. “Con Trump ci sono affinità, dall’immigrazione alla cultura woke. Le cose stanno andando come abbiamo visto (male, malissimo, ndr), ma non cambio idea”.
Non scende in campo esplicitamente contro il leader Maga, forse anche perché fedele a questa impostazione. “Avevo detto che non sarei tornato sull’argomento e non torno sull’argomento”, risponde quindi a chi le chiede del meme di insulti, quello sull’ordine restrittivo. E se c'è un punto, invece, su cui si sbilancia è l’Iran. Non sull’attacco americano avvenuto nella notte: “Sono pessime notizie, ma non ero al tavolo delle trattative, non so quale sia la risposta giusta. Non so quanti margini ci fossero per andare avanti sul negoziato”. Quanto piuttosto sul senso della guerra: “Credo che finora l'opzione militare in questo caso non abbia portato dei risultati così concreti e penso che bisogna insistere sulla capacità e sulla possibilità di un negoziato e l'Italia ovviamente sarà impegnata in questo senso".
È in equilibrio, ancora. Cerca le parole giuste per le spese militari da garantire all’Alleanza atlantica (“vogliamo rispettare gli impegni, lo faremo in modo sostenibile, stabilendo noi i modi, i tempi e le priorità”). Seleziona con cura anche l’approccio da tenere sull’eventuale contributo italiano agli 80 miliardi in due anni che la Nato ha promesso a Kiev, lasciando intendere che parteciperà a questo sforzo economico solo se non invierà altri pacchetti di aiuti militari: “Penso che l’Italia proseguirà con questi aiuti e che Crosetto stia facendo una valutazione in questo senso”. Insomma, sono due strade possibili – armi in via bilaterale o denaro nell’ambito Nato per gli ucraini – ma “l’una esclude l’altra”. E anche su Purl e l’acquisto di armamenti americani, nessuna apertura.
A rappresentare questo equilibrio impossibile – gelida con Trump, ma cercando di non proseguire nel ping pong dello scontro – c’è anche la scelta di non volare il 13 luglio a Parigi, per la riunione dei Volenterosi. Non prenderà parte a un appuntamento a cui tiene molto Emmanuel Macron: “L’Italia ci sarà, presumo con Tajani. Al sesto vertice in tre settimane e mezzo, io passo. Potete scrivere quello che volete, ma non c’è alcun disimpegno sull’Ucraina. Ma nemmeno posso permettermi un disimpegno sull’Italia”. Gestire Trump, evitando che la questione sfugga ancora di mano. E gestire i numeri guai di politica interna che bussano alla porta di Palazzo Chigi.