«La presenza di diossina nell’aria fu prima taciuta, occultata, quindi minimizzata dai vertici aziendali. Reticenze e occultamenti gravissimi». Sono passati 50 anni dalla nube tossica fuoriuscita dalla fabbrica Icmesa e quei veleni inquinano ancora i cuori. Potrebbe essere altrimenti? Perciò il calore con cui Seveso accoglie la denuncia di Sergio Mattarella, tra applausi ripetuti, strette di mano, grida «presidente! presidente!», è la spia di una gratitudine istituzionale. Un capo dello Stato non si era mai spinto fin qui, ha ricordato la sindaca, Alessia Borroni, leghista. E Mattarella va dritto al punto nel suo discorso di diciassette minuti: «La tragedia è il triste paradigma di quel che non si deve fare. Il progresso tecnologico deve essere al servizio della comunità. Qualsiasi opinione che immagini possibile pianificare cinicamente uno scambio tra costi umani e vantaggi economici va respinta con fermezza. L’Europa deve saper offrire una sua risposta equilibrata al mondo». Punta i…
«La presenza di diossina nell’aria fu prima taciuta, occultata, quindi minimizzata dai vertici aziendali. Reticenze e occultamenti gravissimi». Sono passati 50 anni dalla nube tossica fuoriuscita dalla fabbrica Icmesa e quei veleni inquinano ancora i cuori. Potrebbe essere altrimenti? Perciò il calore con cui Seveso accoglie la denuncia di Sergio Mattarella, tra applausi ripetuti, strette di mano, grida «presidente! presidente!», è la spia di una gratitudine istituzionale. Un capo dello Stato non si era mai spinto fin qui, ha ricordato la sindaca, Alessia Borroni, leghista. E Mattarella va dritto al punto nel suo discorso di diciassette minuti: «La tragedia è il triste paradigma di quel che non si deve fare. Il progresso tecnologico deve essere al servizio della comunità. Qualsiasi opinione che immagini possibile pianificare cinicamente uno scambio tra costi umani e vantaggi economici va respinta con fermezza. L’Europa deve saper offrire una sua risposta equilibrata al mondo». Punta il dito sul passato, certo. Ma esprime anche un monito sul futuro. All’Unione europea. All’Italia.
Seveso, 24 mila abitanti, una teoria di fabbrichette, «l’operosa Brianza», sottolinea Mattarella. La nube si sprigionò alle 12,37 del 10 luglio 1976. Ci vollero sette giorni prima che i capi della fabbrica lanciarono un vero allarme. Quattordici per un’ordinanza di evacuazione. «Un’intollerabile irresponsabilità dei vertici aziendali», ricorda il presidente della Repubblica. E viene da sperare che oggi forse non sarebbe più possibile prendere così in giro le persone.
Sergio Mattarella scende dall’auto presidenziale alle 10,40. Visita subito il pioppo monumentale, l’unico albero che sopravvisse al disastro, e che oggi è il cuore del Bosco delle querce, un parco di 43 ettari sorto nella zona più inquinata della cittadina: simbolo potente di rinascita. Vi sotterrarono un intero quartiere. A giorni sarà inaugurato anche il museo. La diossina era misteriosa. I giornali la collegavano al Vietnam. «Vietnamizzati due paesi da una nube defoliante», titolò Repubblica il 21 luglio 1976, la cronaca di Stefano Jesurum. Non ci furono morti, per fortuna, ma «bimbi ustionati, animali che muoiono, allarme», per citare l’occhiello dell’articolo. In 193 svilupparono la cloracne. In ottocento furono costretti a lasciare la loro casa. Passarono per appestati, per anni. La parola Seveso faceva paura. «Nemmeno negli alberghi della villeggiatura ci volevano», ricorda la sindaca Borroni, che aveva due anni e mezzo nell’estate del disastro.
«Il 10 luglio 1976 era un sabato, – racconta la signora Giuliana Zorzi – il giorno del mio diciottesimo compleanno. Fu una strana festa. L’aria era appestata. Gli uccellini smisero di cinguettare. Il lunedì uomini con le tute bianche ci dissero di non mangiare frutta e verdura. Il 26 luglio fummo sistemati in un residence, a Rozzano. Un anno dopo la nostra casa, che mio padre, muratore, aveva costruito con le sue mani, pezzo dopo pezzo, venne abbattuta. Lì lo vidi piangere per la prima volta. Mi sono voluta sposare in un altro 10 luglio, nel 1988. Laddove c’era la nostra casa ora c’è il parco, ci passeggio spesso cercando di indovinare dov’era posizionata».
Sono ricordi struggenti. Che la gente accoglie, nella tensostruttura che ospita la cerimonia, con commozione. Tanti i sindaci col tricolore. Quando in un fotogramma affiora l’immagine di uno dei medici in prima linea, Paolo Mocarelli, che ordinò 250mila prelievi di sangue volti a misurare il grado di diossina, scatta l’ovazione. Già nell’ottobre scorso Mattarella aveva preso l’impegno per essere qui. La sua sensibilità ecologica è nota. Volle essere ad Alessandria, nel novembre 2024, per il trentennale dell’alluvione. Ci sono il governatore Attilio Fontana, il presidente del Senato Ignazio La Russa, il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin. Mattarella saluta affettuosamente Piero Bassetti e Giuseppe Guzzetti, due grandi lombardi.
Poi ricorda l’operaio Carlo Galante, che con una semplice maschera sul viso riuscì ad azionare la valvola del raffreddamento scongiurando guai peggiori. «Un’azione di vero eroismo, che merita perenne riconoscenza». A margine incontra i genitori di Luca Attanasio, l’ambasciatore del Congo, ucciso nel febbraio 2021 in un agguato a Goma e promette che verrà «fatto di tutto per la ricerca della verità». La diossina è la cattiva coscienza di quello sviluppo selvaggio. Ma il presidente fa notare che il disastro portò dopo alle direttive europee Seveso, all’istituzione del ministero dell’Ambiente in Italia, alla valutazione di impatto ambientale. Una cesura storica.