Per ora è ufficioso e non ufficiale: la manifestazione di Padova, mercoledì 15 luglio, non si farà. Impossibile per i leader di Pd, Avs e M5S allontanarsi da Roma proprio nei giorni decisivi della battaglia parlamentare sulla legge elettorale alla Camera. Quale sia l’alternativa, è ancora in fase di valutazione. «Stiamo cercando di conciliare tutto», si limita a dire il responsabile Organizzazione dei dem Igor Taruffi. L’ipotesi per ora più accreditata – dovesse essere confermata la location padovana – è quella del rinvio: la data cerchiata in rosso è venerdì 17. Scaramanzie a parte, comunque uno slittamento rischioso se non ci si vuole perdere il voto finale: il Melonellum dovrebbe arrivare all’approvazione definitiva a Montecitorio entro giovedì sera, sì. Ma i condizionali sono d’obbligo davanti a una maggioranza ancora in cerca di un’intesa su aspetti cruciali del testo, come l’inserimento delle preferenze.
Nel pomeriggio di ieri, alcune indiscrezioni – tuttavia considerate «prive …
Per ora è ufficioso e non ufficiale: la manifestazione di Padova, mercoledì 15 luglio, non si farà. Impossibile per i leader di Pd, Avs e M5S allontanarsi da Roma proprio nei giorni decisivi della battaglia parlamentare sulla legge elettorale alla Camera. Quale sia l’alternativa, è ancora in fase di valutazione. «Stiamo cercando di conciliare tutto», si limita a dire il responsabile Organizzazione dei dem Igor Taruffi. L’ipotesi per ora più accreditata – dovesse essere confermata la location padovana – è quella del rinvio: la data cerchiata in rosso è venerdì 17. Scaramanzie a parte, comunque uno slittamento rischioso se non ci si vuole perdere il voto finale: il Melonellum dovrebbe arrivare all’approvazione definitiva a Montecitorio entro giovedì sera, sì. Ma i condizionali sono d’obbligo davanti a una maggioranza ancora in cerca di un’intesa su aspetti cruciali del testo, come l’inserimento delle preferenze.
Nel pomeriggio di ieri, alcune indiscrezioni – tuttavia considerate «prive di fondamento» dai vertici del Pd e non confermate da M5S né da Avs – prospettavano anche uno scenario alternativo: un comizio romano. Magari in Santi Apostoli, piazza del centro storico vicinissima alla Camera. Così da permettere ai leader di non sottrarsi troppo ai lavori dell’aula.
La verità è che, per quanto realmente dettato dall’impegno parlamentare, una riprogrammazione servirebbe al cosiddetto campo largo anche a riprendere fiato. Le scelte non possono essere affrettate: ovunque si faccia, questa volta non si può sbagliare. Vietato replicare il bis napoletano. Tanto più mentre ancora tengono banco le polemiche – non solo sull’organizzazione – ma anche sui contenuti. Il leader del M5S Giuseppe Conte non ritratta una virgola rispetto alle parole usate sul palco partenopeo: «Non penso – ha scritto ieri su X – che la minaccia numero uno per gli italiani sia la volontà della Russia di invaderci e che quindi la nostra emergenza sia buttare montagne di miliardi per una affannosa corsa al riarmo». Altre le priorità, argomenta l’ex premier: «Il crollo dei salari rispetto al 2021, i costi energetici che mandano sul lastrico le aziende, i 130 milioni di ore di cassa integrazione autorizzate aumentate in appena due anni, le file in ospedale, il record storico di persone in assoluta povertà».
Davanti al «polverone» delle critiche, insomma Conte rilancia. Portando i riformisti Pd a ribadire i propri paletti: «L’alleanza nazionale con il M5S? Bisogna farla», dice l’eurodeputato dem Giorgio Gori, dalla tappa genovese delle “Primarie delle idee”, organizzate da Italia viva. «Il sostegno all’Ucraina non è un punto negoziabile. Le alleanze si fanno ma non a qualunque costo». Intorno, i colleghi di Iv erano ancora più netti: «Senza un centrosinistra di governo, attrezzato e fuori dalla demagogia di un massimalismo da comizio, – ragiona il senatore Enrico Borghi – la sinistra pura e dura non fa altro che spianare la strada alla Meloni al Quirinale».