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Melonellum, FdI teme l’autogol sulle preferenze. Spunta il voto ai fuorisede

(lapresse)

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Trattativa a oltranza su nomi bloccati e lista per il premio. Molinari (Lega): non incaponirsi. Norma per andare alle urne dove si ha domicilio. Ma il Pd: un bluff
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Fratelli d’Italia ha i voti per far passare le preferenze alla Camera, ma così la legge elettorale rischia di saltare per mano degli alleati in Senato. Ecco perché è ancora stallo sul Melonellum, che fa un passo avanti e uno indietro a tre giorni dall’inizio delle votazioni. La coalizione è bloccata sulle preferenze, ma fa sapere di aver trovato un punto d’incontro sul voto ai fuorisede, con un emendamento di FdI, Lega, FI e Noi Moderati. La soluzione trovata è la “residenza bis”: consentire l’iscrizione nelle liste elettorali a chi ha dichiarato, entro il 31 dicembre precedente, il domicilio in un comune diverso dal proprio in cui si trova da almeno 9 mesi. Una formula che convince i più nella maggioranza, ma non l’opposizione: per il Pd si tratta di «una presa in giro». Secondo Simona Bonafè e Marco Meloni, l’emendamento è «la contropartita di una legge elettorale incostituzionale che la maggioranza vorrebbe approvare in fretta per favorire se stessa».

Ma il problema della coalizion…

Fratelli d’Italia ha i voti per far passare le preferenze alla Camera, ma così la legge elettorale rischia di saltare per mano degli alleati in Senato. Ecco perché è ancora stallo sul Melonellum, che fa un passo avanti e uno indietro a tre giorni dall’inizio delle votazioni. La coalizione è bloccata sulle preferenze, ma fa sapere di aver trovato un punto d’incontro sul voto ai fuorisede, con un emendamento di FdI, Lega, FI e Noi Moderati. La soluzione trovata è la “residenza bis”: consentire l’iscrizione nelle liste elettorali a chi ha dichiarato, entro il 31 dicembre precedente, il domicilio in un comune diverso dal proprio in cui si trova da almeno 9 mesi. Una formula che convince i più nella maggioranza, ma non l’opposizione: per il Pd si tratta di «una presa in giro». Secondo Simona Bonafè e Marco Meloni, l’emendamento è «la contropartita di una legge elettorale incostituzionale che la maggioranza vorrebbe approvare in fretta per favorire se stessa».

Ma il problema della coalizione guidata da Giorgia Meloni resta un altro, perché a tenere banco è ancora il tema delle liste bloccate. Un nodo su cui gli sherpa del centrodestra si sono confrontati per tutto il giorno anche ieri, senza arrivare a un accordo. E in questo clima FdI teme l’autogol: numeri alla mano se via della Scrofa volesse forzare, alla Camera l’emendamento sulle preferenze potrebbe passare grazie ai 117 deputati meloniani e gli 8 di Noi Moderati (e forse gli 8 di Futuro nazionale). Sarebbero abbastanza, anche senza i 110 voti di Lega e Forza Italia. E se l’opposizione uscisse dall’aula, sarebbero impossibili trucchi, magari dichiarando il sì e facendo saltare la norma nel voto segreto. Ma poi la frattura riemergerebbe in Senato, dove i numeri favoriscono l’asse tra il Carroccio e gli azzurri. Uno scontro che potrebbe arrivare fino a far saltare la legge.

L’intesa tra alleati è dunque un imperativo. E in questa direzione lavorano senza sosta gli sherpa. Tra le ipotesi sul tavolo, una strada potrebbe essere il cosiddetto “modello croato”, che vedrebbe il capolista bloccato e gli altri candidati a seguire nella lista. Con la possibilità però per chi superasse una certa percentuale di voti di scavalcare i capilista bloccati nella conquista di uno scranno in Parlamento. In questo caso la norma darebbe la possibilità di esprimere fino a tre preferenze. Un meccanismo analogo a quello delle elezioni Europee, ma con la lista di nomi già stampata e la possibilità per l’elettore di apporre fino a tre X, purché venga garantita l’alternanza di genere. L’altra ipotesi sul tavolo della coalizione - su spinta di Lega e FdI - manterrebbe le liste bloccate, ma senza il listone di coalizione. In questo caso il premio di maggioranza verrebbe redistribuito tra i partiti della coalizione più votata, in base alle percentuali elettorali. Ma così, niente preferenze.

Ipotesi su ipotesi. Ma la fumata bianca ancora non c’è. E se permane lo scetticismo di Forza Italia, nella Lega emerge una frattura. Per il capogruppo Riccardo Molinari «incaponirsi sulle preferenze non ha molto senso» e l’intesa è «difficile». Ma Salvini non ha chiuso a Meloni: la compensazione potrebbe arrivare con il suo ritorno al Viminale. Magari in tempo per l’annuncio dal palco di Pontida, a settembre.

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