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Contatti tra Tajani e Salvini, Meloni tentata dallo stop in caso di bocciatura delle preferenze

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Gioco di sponda tra vicepremier, ma la presidente del Consiglio prova l’ultima mediazione e valuta le convenienze se restasse il Rosatellum
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Strappo io o strappi tu? Oppure: chi cede per primo? Antonio Tajani e Matteo Salvini, la strana coppia. Dopo tre anni a bisticciare su un mucchio di questioni, dalle tasse alle banche fino all’Ucraina, i due vicepremier ieri si sono sentiti a più riprese, nonostante il titolare degli Esteri fosse indaffarato a Parigi per conto di Giorgia Meloni al summit su Kiev convocato da Emmanuel Macron. Il grande cruccio, a destra, è come uscirne sulla legge elettorale senza lasciare la coalizione a pezzi. Vedi alla voce preferenze. Meloni, in privato, insiste. Anche nelle ultime ore. O almeno: non vuole perdere la faccia, dopo avere passato una vita all’opposizione a reclamarle, quasi a pretenderle, non intende passare per chi ora tenta l’arrocco nel Palazzo, dopo una legislatura nella stanza dei bottoni. Anche perché la riforma elettorale sfornata la scorsa primavera già promette contestazioni aspre a sinistra, a cominciare dalla veglia notturna «in difesa della democrazia» organizzata da Ricca…

Strappo io o strappi tu? Oppure: chi cede per primo? Antonio Tajani e Matteo Salvini, la strana coppia. Dopo tre anni a bisticciare su un mucchio di questioni, dalle tasse alle banche fino all’Ucraina, i due vicepremier ieri si sono sentiti a più riprese, nonostante il titolare degli Esteri fosse indaffarato a Parigi per conto di Giorgia Meloni al summit su Kiev convocato da Emmanuel Macron. Il grande cruccio, a destra, è come uscirne sulla legge elettorale senza lasciare la coalizione a pezzi. Vedi alla voce preferenze. Meloni, in privato, insiste. Anche nelle ultime ore. O almeno: non vuole perdere la faccia, dopo avere passato una vita all’opposizione a reclamarle, quasi a pretenderle, non intende passare per chi ora tenta l’arrocco nel Palazzo, dopo una legislatura nella stanza dei bottoni. Anche perché la riforma elettorale sfornata la scorsa primavera già promette contestazioni aspre a sinistra, a cominciare dalla veglia notturna «in difesa della democrazia» organizzata da Riccardo Magi e che fa breccia negli altri partiti di minoranza.

Ecco allora l’ultima idea che ronza in testa alla premier, suggerita da più voci: se non dovesse passare nemmeno l’emendamento «di compromesso» presentato da Fratelli d’Italia insieme alla sparuta pattuglia centrista di Noi moderati e Udc, il destino del cosiddetto “Stabilicum” sarebbe a forte rischio approvazione. Per il Senato già si parla di un rinvio notevole: altro che fiducia in estate, com’era stato ipotizzato all’inizio, se ne riparla ad ottobre. Ma pure alla Camera, fallisse il voto sulle preferenze, c’è la tentazione — per ora detta solo sottovoce in attesa del vaglio di vantaggi e svantaggi — di mettere a repentaglio l’approvazione in prima lettura. Sfilarsi, insomma.

Per più di una ragione, traduce chi ha parlato negli ultimi giorni con la presidente del consiglio. Quella principale (o ufficiale, a seconda dei punti di vista) è che Meloni fin dall’inizio ha insistito su questa crociata e non vorrebbe che passasse il messaggio che FdI ha fatto un tentativo a perdere, insomma solo comunicativo. Prova sarebbe che non è stato presentato ieri all’ora di pranzo un emendamento con le preferenze libere, modello Europee, che era la proposta ideale per la leader di via della Scrofa. Al protocollo è stato spedito invece un testo giudicato di mediazione, anche se porta la firma appunto solo di FdI e dei partitini moderati, senza azzurri ed ex lumbard. Non solo: in via riservata, Meloni avrebbe avvisato i due leader alleati che la formula orchestrata — capolista bloccati e tre crocette di preferenza su una lista chiusa — in fin dei conti avvantaggerebbe i segretari di partito, soprattutto delle forze sotto alla doppia cifra, che di fatto potrebbero comunque far eleggere in Parlamento, come prima, una schiera di fedelissimi. Difficile che per chi viaggia su percentuali intorno al 6-7-8% scatti il secondo seggio assegnato a chi prende più crocette.

C’è anche un’altra convenienza, che serpeggia non certo da ieri tra chi, a destra, consiglia ora di far arenare il “Melonellum”: quel testo non teneva conto dell’esplosione nei sondaggi del partito di Roberto Vannacci, con cui FdI non vorrebbe coalizzarsi, come Lega e FI. Dunque lo stop alle preferenze ad opera «della casta» sarebbe sul piano narrativo un ottimo escamotage per affossare il testo e tenere in piedi il Rosatellum. C’è comunque un’alternativa, che dentro FdI i più congetturano: «Tanto ci penserà comunque la Corte costituzionale». Ultime ore di riflessioni e contorsioni, in maggioranza, in attesa del voto all’emendamento di stasera.

Prima, Lega e FI devono decidere cosa fare in Aula. Stamattina entrambi i gruppi sono stati convocati. Il Carroccio per primo, anche se Salvini non dovrebbe esserci. Alla vigilia, pare prevalere l’idea della «libertà di coscienza». Salvini ripete: «Sono laico». Fosse per il vicepremier, alla fine direbbe sì, magari per avere un credito sul ritorno al Viminale di cui si parla da settimane, con l’ultima ipotesi che porterebbe a una staffetta con Matteo Piantedosi al Mit. Forza Italia alla fine potrebbe invece dare via libera all’emendamento degli alleati, «perché la gran parte della coalizione lo sostiene». Tanto poi, nel voto segreto, ognuno potrà regolare i suoi conti.

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