Le chiamavano preferenze ma non lo erano. La proposta di Fratelli d’Italia, Noi moderati e Udc, bocciata ieri nel voto segreto in aula, non ripristinava le preferenze ma un meccanismo con pochi margini di scelta per gli elettori. “Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude”, ha scritto sui social Giorgia Meloni, poco dopo il risultato parlamentare. Il non detto è che la norma affossata era frutto di un compromesso ben lontano da un sistema a preferenze “secche”.
La proposta di modifica prevedeva innanzitutto che il capolista nei collegi plurinominali fosse bloccato. Scelto dunque nelle segrete stanze dei partiti e certamente destinato a essere eletto (salvo che il partito non superi le soglie di sbarramento). Un candidato del tutto esente dalla raccolta delle preferenze.
Le chiamavano preferenze ma non lo erano. La proposta di Fratelli d’Italia, Noi moderati e Udc, bocciata ieri nel voto segreto in aula, non ripristinava le preferenze ma un meccanismo con pochi margini di scelta per gli elettori. “Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude”, ha scritto sui social Giorgia Meloni, poco dopo il risultato parlamentare. Il non detto è che la norma affossata era frutto di un compromesso ben lontano da un sistema a preferenze “secche”.
La proposta di modifica prevedeva innanzitutto che il capolista nei collegi plurinominali fosse bloccato. Scelto dunque nelle segrete stanze dei partiti e certamente destinato a essere eletto (salvo che il partito non superi le soglie di sbarramento). Un candidato del tutto esente dalla raccolta delle preferenze.
Non solo. I capilista, secondo l’emendamento bocciato dall’aula, non avrebbero dovuto rispettare il principio, previsto invece dal Rosatellum attualmente in vigore, secondo cui né il genere maschile né quello femminile può superare il 60 per cento di rappresentanza.
Si arriva dunque alle preferenze. La proposta di modifica recitava così: “Il numero dei candidati è, in ogni caso, pari a sette, compreso il capolista. Nella successione dei candidati delle liste nei collegi plurinominali, il candidato che segue immediatamente il capolista può essere dello stesso genere del capolista medesimo”. Insomma, la parità di genere sarebbe andata per aria. Di fatto, solo dal terzo in poi sarebbe scattata l’alternanza: “I candidati, a partire dal candidato che segue immediatamente il capolista, sono collocati secondo un ordine alternato di genere”.
Dal secondo candidato in poi l’elettore avrebbe potuto porre la crocetta accanto al nome o ai nomi, già stampati sulla scheda. Fino a un massimo di tre preferenze con alternanza di genere. Quindi il cittadino avrebbe avuto la possibilità di scegliere tre dei sette candidati scritti sulla scheda: ben altra cosa rispetto alla scelta tra una lista lunga di candidati. Le segreterie dei partiti avrebbero potuto indicare l’ordine, favorendo semmai quelli nelle prime posizioni.
Una x, insomma. “Il voto di preferenza si esprime tracciando un segno nel quadrato posto a fianco del nome e cognome del candidato prescelto, riportato nell’apposita colonna a fianco del contrassegno di lista”, si leggeva nell’emendamento: “Nel caso di più preferenze espresse, queste devono riguardare candidati di sesso diverso, pena l’annullamento della seconda e della terza preferenza nell’ordine di lista”. Crocette quindi e non la necessità di scrivere il nome per esteso, come di solito avviene nelle consultazioni amministrative.
L’escamotage metteva d’accordo tutta la maggioranza ma è stato bocciato dall’Aula.