Favorevoli 187, contrari 188, la Camera respinge» annuncia il vicepresidente Fabio Rampelli. Boato. Montecitorio, ore 19,09. La maggioranza va sotto sulla legge elettorale, tradita dai franchi tiratori, almeno trenta: 187 a favore, 188 contro. Si votava l’emendamento che intendeva reintrodurre le preferenze e l’opposizione ha prevalso per un solo voto. E ora, lì, sugli scranni del centrosinistra si esulta come dopo un gol al novantesimo: «Dimissioni! Elezioni!». È un fatto politicamente significativo, che autorizza le voci sul voto anticipato, come ventilano i ledader del centrosinistra, Elly Schlein e Giuseppe Conte, («E ora andate a casa!»). Sentimento sintetizzato dalla foto del Quirinale postata sui social dal deputato Pd Filippo Sensi. Si voterà a fine settembre, come nel fatale 2022? Mario Draghi cadde il 21 luglio. Non siamo a quel punto. «Ma serve una riflessione», ammette la premier Giorgia Meloni, a sera.
Favorevoli 187, contrari 188, la Camera respinge» annuncia il vicepresidente Fabio Rampelli. Boato. Montecitorio, ore 19,09. La maggioranza va sotto sulla legge elettorale, tradita dai franchi tiratori, almeno trenta: 187 a favore, 188 contro. Si votava l’emendamento che intendeva reintrodurre le preferenze e l’opposizione ha prevalso per un solo voto. E ora, lì, sugli scranni del centrosinistra si esulta come dopo un gol al novantesimo: «Dimissioni! Elezioni!». È un fatto politicamente significativo, che autorizza le voci sul voto anticipato, come ventilano i ledader del centrosinistra, Elly Schlein e Giuseppe Conte, («E ora andate a casa!»). Sentimento sintetizzato dalla foto del Quirinale postata sui social dal deputato Pd Filippo Sensi. Si voterà a fine settembre, come nel fatale 2022? Mario Draghi cadde il 21 luglio. Non siamo a quel punto. «Ma serve una riflessione», ammette la premier Giorgia Meloni, a sera.
Stop alle preferenze: vincono i franchi tiratori. L’opposizione: elezioni. Meloni: serve riflessione
Cronaca. In mattinata la notizia che Meloni ha convinto i riottosi alleati, Antonio Tajani e Matteo Salvini, a votare un emendamento promosso da Fratelli d’Italia e da due partiti minori, i centristi Noi Moderati e Unione di centro, a firma Galeazzo Bignami. Anche se in maniera contorta reintroduce la possibilità di scegliere i parlamentari: fino a tre preferenze, con vincoli di genere molto allentati. Forza Italia e Lega, contrari alle preferenze, non hanno firmato l’emendamento ma vi convergono, perché Meloni decide, incalzata dalla campagna pro preferenze che da settimane va conducendo Roberto Vannacci, di non tradire una sua vecchia battaglia. Ma si voterà con voto segreto, e fatalmente la giornata è percorsa da voci, sussurri, veleni. Un enorme nervosismo come non accadeva da tempo. Riccardo Magi organizza un sit in contro la riforma che i partiti ritengono decisiva per le sorti delle prossime elezioni. La futurista Laura Ravetto chiede di eliminare il principio dell’alternanza di genere. La capogruppo del Pd, Chiara Braga, le risponde: «Non tutte abbiamo cambiato partito per un seggio assicurato». Elly Schlein si alza per prima a battere le mani. Il dubbio che pervade i capannelli riguarda la pancia di Montecitorio, i peones. Reggeranno? Specie quelli di Lega e Forza Italia. Le preferenze non sono popolari in un Parlamento di nominati. Costringono a cercarsi i voti, uno per uno. E a questa preoccupazione si aggiungono i malumori di quelli che non saranno ricandidati, i rancorosi, i delusi, come sempre accade quando la legislatura imbocca l’ultimo miglio e le disillusioni prevalgono sulle attese. «Non c’è nemmeno un ritorno alle preferenze - denuncia il pd Federico Fornaro - per quasi tutti i partiti, ad eccezione di FdI e Pd, verranno eletti sempre e comunque una maggioranza di eletti in lista bloccata, e un’alterazione della competizione: è uno strumento che non esito a definire truffaldino».
Stop alle preferenze: vincono i franchi tiratori. L’opposizione: elezioni. Meloni: serve riflessione
Insomma, è una sorta di impostura ma gravida di rischi. Alle 15,35 Meloni, che sta rientrando da Doha, fa un post per spiegare l’operazione: «Sì alle preferenze. No al voto segreto. Sfido le opposizioni a non chiederlo. Ognuno si assuma la responsabilità del proprio voto e ci metta la faccia davanti agli italiani».
Il largo vantaggio parlamentare evapora alle sette di sera. In transatlantico, dopo, i volti dicono tutto. Stupefatti quelli del centrosinistra («Non ce lo aspettavamo»), incupiti quelli del centrodestra. «Erano tutti tronfi in aula», commenta il democratico Lorenzo Guerini. Insieme al centrosinistra esultano rumorosamente anche gli otto vannacciani che per precauzione hanno filmato la loro scelta: «Non siamo noi i franchi tiratori». «Sono stati quelli di Forza Italia e Lega», punta il dito Edoardo Ziello. «Ha vinto la palude, ma era giusto provarci», commenta amara Meloni. I leader del campo largo Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni - insieme a Riccardo Magi di Più Europa e Davide Faraone di Iv - si ritrovano davanti a Montecitorio nel sit-in organizzato contro la legge elettorale: «No al Melonellum». Chiedono che la premier riferisca al presidente Sergio Mattarella e si apra una crisi di governo. Alle 20,30 si tiene una riunione dei capigruppo. Si va avanti con la legge, nonostante il clamoroso incidente, per decisione della maggioranza, fino a mezzanotte. Alle 22,30 le opposizioni occupano l’emiciclo, perché non si può fare finta di niente.
Il Quirinale non è stato interpellato, e non è coinvolto, al momento. Mattarella ieri era a Parigi. «Non era un voto di fiducia», spiega Bignami. Ma rischia lo stesso di essere una calda estate.