La regina Budicca, umiliata dai legionari, si vendicò guidando una rivolta che per poco non cacciò i romani dalla Britannia. Di Budicche a Montecitorio il centrodestra ne ha 67 e — con sprezzo del pericolo — le ha fatte arrabbiare tutte quante in un colpo solo. Il giorno dopo la débâcle sull’emendamento Bignami, inizia a emergere dalla foschia una verità che va oltre i sospetti su Lega e Forza Italia, scavalca le teorie cospirazioniste sui malumori interni a Fratelli d’Italia e arriva a un nocciolo semplice e duro: sono state le donne, le franche tiratrici, cherchez la femme. Igor Iezzi, leghista e relatore della legge elettorale, lo ammette senza incertezze: «Sì, sono state le donne, ma il no è stato trasversale a tutti i partiti della maggioranza. Fosse stato solo per le preferenze forse l’emendamento sarebbe passato, ma insieme all’abolizione della parità di genere era troppo».
La regina Budicca, umiliata dai legionari, si vendicò guidando una rivolta che per poco non cacciò i romani dalla Britannia. Di Budicche a Montecitorio il centrodestra ne ha 67 e — con sprezzo del pericolo — le ha fatte arrabbiare tutte quante in un colpo solo. Il giorno dopo la débâcle sull’emendamento Bignami, inizia a emergere dalla foschia una verità che va oltre i sospetti su Lega e Forza Italia, scavalca le teorie cospirazioniste sui malumori interni a Fratelli d’Italia e arriva a un nocciolo semplice e duro: sono state le donne, le franche tiratrici, cherchez la femme. Igor Iezzi, leghista e relatore della legge elettorale, lo ammette senza incertezze: «Sì, sono state le donne, ma il no è stato trasversale a tutti i partiti della maggioranza. Fosse stato solo per le preferenze forse l’emendamento sarebbe passato, ma insieme all’abolizione della parità di genere era troppo».
Nel centrosinistra vecchi volponi parlamentari si erano accorti per tempo di questo errore tattico. Dario Franceschini aveva insistito con le donne del Pd consigliando loro di intervenire in massa per sollevare il problema della fine delle quote. Ettore Rosato, padre dell’attuale legge elettorale (Rosatellum) che Meloni vuole cambiare, conferma il lavorio che è stato fatto alla vigilia. Un caso di mansplaining, ma a fin di bene: «Abbiamo spiegato alle donne del centrodestra che non era bloccato solo il capolista. Visto che l’alternanza di genere partiva dal secondo nome in lista, potevano trovarsi tutti uomini ai primi due posti, rendendo di fatto impossibile per una donna tornare in Parlamento». Il discorsetto deve aver fatto breccia, così come gli interventi a nastro che molte donne del centrosinistra, da Chiara Braga a Sara Ferrari, da Francesca Ghirra a Maria Elena Boschi, hanno pronunciato in aula a difesa delle norme anti-discriminatorie. Discorsi che, goccia dopo goccia, hanno scavato nella roccia. A metterci il carico è stata la neovannacciana Laura Ravetto, che ha sbertucciato le donne del Pd confermando i peggiori sospetti delle donne della maggioranza: «Non abbiamo bisogno delle quote per tornare qui, ci mettiamo in gioco perché siamo brave. Ma voi potete sempre chiedere a Schlein di candidare metà donne nelle liste del Pd».
L’indignazione femminile è arrivata a livelli talmente alti che a un certo punto l’intera legge è sembrata a rischio. Enrico Costa, capogruppo di Forza Italia, ha temuto il peggio: «Noi siamo stati compatti a favore dell’emendamento Bignami. Ma, sinceramente, non so cosa sarebbe successo alla legge se fosse passato...c’erano altri voti segreti». Insomma, alla fine l’emendamento contestato potrebbe anche aver salvato la riforma, come i fusibili che, saltando, impediscono il corto circuito.
Naturalmente a sentire le donne del lato destro, nessuna ammette di aver partecipato alla rivolta, nemmeno la leghista Silvana Comaroli, che pure aveva firmato l’appello bipartisan delle donne contro le preferenze: «Sì, ho firmato quell’appello, ma poi ho votato a favore delle preferenze come stabilito dal mio partito». Un’altra donna indiziata dai Fratelli d’Italia come “badogliana” è Marta Fascina, l’altera deputata ultima compagna di Silvio Berlusconi, che in Parlamento non viene spesso (su Openpolis ha un tasso di assenze dell’87%) ma non ha mancato un voto nella seduta incriminata. Lei non si abbassa a certi sospetti: «Non voglio commentare, è inutile». E quando si parla di Fascina tutti pensano a Marina Berlusconi, visto il rapporto di amicizia tra le due. Che ci sia proprio Marina dietro la ribellione? Che sia arrivato da Cologno Monzese l’ordine di affossare, insieme all’emendamento Bignami, anche l’orgoglio della Meloni? I parlamentari in contatto con la figlia del fondatore giurano che sulla legge elettorale se ne sia tenuta fuori, senza dare indicazioni.
Dunque, come in un giallo, si torna a speculare su tutti i presenti. E anche sugli assenti e su quelli che si sono messi “in missione”. C’è poi il caso di Giancarlo Giorgetti che, pur essendo considerato “in missione” in realtà è stato visto in aula senza votare: hanno notato lui, ma anche l’altro leghista Federico Freni, gli arrabbiatissimi Fratelli. Alla buvette della Camera il portavoce di Forza Italia, Raffaele Nevi, ascolta i calcoli di Paolo Barelli, un’altra vecchia volpe ora sottosegretario e consuocero di Tajani: «I franchi tiratori sono stati almeno cinquanta: i nostri al massimo sono stati dieci, venti della Lega e gli altri di FdI». Sarebbero quindi una ventina i “traditori” nel gruppo meloniano. La vendetta di Budicca.