Maggioranza in tilt sulle preferenze. FI a palazzo Chigi: “Le bloccheremo”
di Tommaso Ciriaco , Lorenzo De CiccoIl no di Forza Italia alle preferenze è arrivato fino a palazzo Chigi, nella stanza di Giorgia Meloni. E non da ieri. Proprio nelle ore in cui il gruppo azzurro alla Camera, martedì, dava il via libera all’emendamento di FdI, prima di contribuire ad affossarlo con il voto segreto a Montecitorio, la capogruppo dei post berlusconiani al Senato, Stefania Craxi, si recava nel quartier generale del governo. Per mandare un messaggio perentorio, direttamente alla presidente del Consiglio: «Noi le preferenze non le voteremo mai, se andate avanti, ci si fa male». La circostanza è confermata a Repubblica da due fonti a diretta conoscenza della questione. E la stessa Craxi ha ribadito la posizione due giorni dopo, in un vertice di maggioranza con i colleghi capogruppo a Palazzo Madama, salvo poi fare una mezza retromarcia l’indomani, su spinta di Antonio Tajani, sostenendo che quel secco “no” riguardasse altri emendamenti, sulla giustizia (altro tema rovente, per l’esecutivo, visto che Giorgio M…
Il no di Forza Italia alle preferenze è arrivato fino a palazzo Chigi, nella stanza di Giorgia Meloni. E non da ieri. Proprio nelle ore in cui il gruppo azzurro alla Camera, martedì, dava il via libera all’emendamento di FdI, prima di contribuire ad affossarlo con il voto segreto a Montecitorio, la capogruppo dei post berlusconiani al Senato, Stefania Craxi, si recava nel quartier generale del governo. Per mandare un messaggio perentorio, direttamente alla presidente del Consiglio: «Noi le preferenze non le voteremo mai, se andate avanti, ci si fa male». La circostanza è confermata a Repubblica da due fonti a diretta conoscenza della questione. E la stessa Craxi ha ribadito la posizione due giorni dopo, in un vertice di maggioranza con i colleghi capogruppo a Palazzo Madama, salvo poi fare una mezza retromarcia l’indomani, su spinta di Antonio Tajani, sostenendo che quel secco “no” riguardasse altri emendamenti, sulla giustizia (altro tema rovente, per l’esecutivo, visto che Giorgio Mulè ha dichiarato ieri che gli azzurri non avalleranno mai la proposta meloniana di «intercettazioni a strascico»).
Ma lo scoglio principale resta la riforma elettorale. Ai “Fratelli” gli alleati azzurri hanno già presentato informalmente un conteggio: la metà dei 20 senatori che fanno parte del gruppo azzurro, soprattutto quelli “tendenza Marina”, non voterebbe mai l’emendamento sulle preferenze. Nemmeno a scrutinio palese. Anche con la riformulazione a cui sta lavorando direttamente il presidente del Senato, Ignazio La Russa, e che punta a ripristinare l’alternanza di genere, per andare incontro alle “franche tiratrici”, le donne del centrodestra scontente che hanno affossato la proposta iniziale alla Camera. Già così è estremamente difficile che l’emendamento abbia chance di essere licenziato a Palazzo Madama, salvo ripensamenti degli azzurri al fotofinish. Anche se passasse per il rotto della cuffia, si porrebbe comunque, di nuovo, il dilemma di Montecitorio: perché è vero che l’esecutivo porrebbe senz’altro la questione di fiducia, per la terza lettura. Ma per il regolamento dei deputati, sarebbero previste comunque due votazioni distinte: quella della fiducia, che verrebbe approvata, e quella sul merito del provvedimento, che rischierebbe invece di finire impallinata dal voto segreto, ancora una volta.
Ecco perché il rovello dei meloniani continua. Con la solita domanda dell’ultima settimana: che fare? Forzare o no? Ai piani alti di FdI si vagliano strategie, costi e benefici. Un pezzo del partito è convinto peraltro che la riforma rischi di rendere quasi obbligata la strada che porta all’allargamento della coalizione a Roberto Vannacci. Ecco perché la possibile forzatura sulle preferenze potrebbe tornare utile, per affossare la riforma e andare al voto con il Rosatellum. Meloni al momento resta però convinta dell’opportunità di portare a dama il percorso, per «dare stabilità» dopo le elezioni.
In una fase di stallo, per ora si fa avanti solo la piccola pattuglia di Noi Moderati di Maurizio Lupi, che ieri ha annunciato l’intenzione di presentare un emendamento sulle preferenze, anche in solitaria, «per ridare la scelta dei rappresentanti ai cittadini». Quando? Al Senato l’iter sarà avviato la prossima settimana: tra martedì e mercoledì il testo appena sfornato, a fatica, dalla Camera dovrebbe essere incardinato nella commissione Affari Costituzionali.
Il presidente Andrea De Priamo fa sapere di «non vedere l’ora» di cominciare. Ma i più a via della Scrofa giurano che non ci sarà nessun blitz, nessuna corsa per approvare il testo prima della pausa estiva: non solo per i «tempi tecnici», ma soprattutto per prendere tempo.