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Legge elettorale, il machismo contro la parità di genere

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L’emendamento presentato da FdI, respinto per un solo voto, non interveniva semplicemente sul sistema delle preferenze. Avrebbe cancellato strumenti di equilibrio di genere costruiti negli anni e approvati in diverse occasioni anche da forze di centrodestra
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Questi giorni concitati di dibattito sulla legge elettorale hanno ricordato una verità scomoda: nessuna conquista è al riparo da passi indietro. Anche ciò che, dopo decenni di battaglie delle donne, sembrava ormai acquisito e condiviso trasversalmente, le norme contro il monopolio maschile della rappresentanza politica. I diritti non sono mai garantiti una volta per tutte: vanno difesi ogni giorno. L’emendamento presentato da FdI, respinto per un solo voto, non interveniva semplicemente sul sistema delle preferenze. Avrebbe cancellato strumenti di equilibrio di genere costruiti negli anni e approvati in diverse occasioni anche da forze di centrodestra.

Il “Rosatellum” del 2017 fu votato anche da Forza Italia e Lega e introdusse principi come l’alternanza di genere nelle liste e il limite del 60% per evitare la sovrarappresentazione di un solo sesso. La legge per le elezioni europee del 2014, con la tripla preferenza di genere, fu approvata al Senato anche con il sostegno di Forza Ital…

Questi giorni concitati di dibattito sulla legge elettorale hanno ricordato una verità scomoda: nessuna conquista è al riparo da passi indietro. Anche ciò che, dopo decenni di battaglie delle donne, sembrava ormai acquisito e condiviso trasversalmente, le norme contro il monopolio maschile della rappresentanza politica. I diritti non sono mai garantiti una volta per tutte: vanno difesi ogni giorno. L’emendamento presentato da FdI, respinto per un solo voto, non interveniva semplicemente sul sistema delle preferenze. Avrebbe cancellato strumenti di equilibrio di genere costruiti negli anni e approvati in diverse occasioni anche da forze di centrodestra.

Il “Rosatellum” del 2017 fu votato anche da Forza Italia e Lega e introdusse principi come l’alternanza di genere nelle liste e il limite del 60% per evitare la sovrarappresentazione di un solo sesso. La legge per le elezioni europee del 2014, con la tripla preferenza di genere, fu approvata al Senato anche con il sostegno di Forza Italia, Nuovo Centrodestra e Lega Nord. Analogamente, norme per l’equilibrio di genere furono adottate in varie Regioni governate dal centrodestra: Veneto nel 2012 con il presidente Zaia, Lombardia nel 2012 con il presidente Formigoni, Liguria nel 2020 e poi Calabria, Abruzzo, Marche. Lo stesso avvenne per i Comuni nel 2012.

Sembrava, dunque, maturata una consapevolezza condivisa: queste norme non sono privilegi, ma strumenti necessari per riequilibrare la rappresentanza.

Come un’economia moderna si dota di norme antitrust per evitare la concentrazione del potere economico, così una democrazia matura deve dotarsi di strumenti contro il monopolio maschile del potere politico. Non perché manchino donne capaci, ce ne sono moltissime, ma perché i percorsi di accesso alla leadership sono ancora segnati da vantaggi maschili: maggiore visibilità, più incarichi, più reti di potere, più risorse.

L’emendamento di Fratelli d’Italia aveva tolto tutto ciò con un colpo di spugna, e avrebbe consentito di avere liste con soli uomini capilista e soli uomini al secondo posto. Per un voto non è passato. E hanno fatto bene le donne del centrodestra a ribellarsi, se sono state loro a determinare quel risultato.

Il nuovo testo approvato alla Camera contiene elementi analoghi al “Rosatellum”: la presenza di un genere non deve superare il 60% tra capilista e candidati e deve essere prevista l’alternanza di genere nelle liste. Ma resta il nodo delle pluricandidature. Due legislature hanno mostrato un dato chiaro: sono soprattutto le donne a essere candidate in più collegi e poi a lasciare spazio agli uomini nei seggi liberati. Il risultato è che le donne non hanno raggiunto il 40% delle elette, fermandosi al 32%.

Invece di correggere questo problema, con la legge uscita dalla Camera lo si aggrava: si passa dalla possibilità attuale di essere candidato capolista al massimo in 5 collegi a 6, senza prevedere che il subentro ai dimissionari spetti al primo candidato o alla prima candidata dello stesso sesso.

Il clima di questi giorni è preoccupante. Si è parlato di “palude” riferendosi al voto segreto in Parlamento. Ma la vera palude è un’altra: è il riemergere di un machismo che sembrava superato e che, invece, riaffiora con sorprendente naturalezza. Una cultura che considera regola il monopolio maschile del potere e eccezione la sua condivisione.

In una democrazia parlamentare non è “traditrice” chi vota secondo coscienza. Un parlamentare esercita una prerogativa garantita dalla Costituzione. L’articolo 67 stabilisce che ogni parlamentare rappresenta la Nazione ed esercita le proprie funzioni senza vincolo di mandato. È uno dei pilastri della Repubblica, voluto dai padri e dalle madri Costituenti, perché il Parlamento non diventasse il luogo dell’obbedienza cieca ai capi di partito. Il vero tradimento sarebbe pretendere deputati e senatori ridotti a semplici soldatini, esecutori di ordini, svuotando il Parlamento del suo ruolo.

Una legge elettorale, per sua natura, dovrebbe essere la più condivisa possibile. E non dovrebbe ampliare gli squilibri, ma correggerli, soprattutto quando si parla della qualità della nostra democrazia e della rappresentanza delle donne. Questo è ciò che ci si aspetterebbe dalla prima donna Presidente del Consiglio.

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