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Roggero a Bollate con Savi e Bossetti, l’indifferenza dei detenuti. Solidarietà solo dagli agenti

(agf)

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Il commerciante nel penitenziario vicino a Milano con il cuscino portato da casa. In cella con un ex narcotrafficante. “Non è finita”, ripete al suo legale
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Per arrivare alla sua cella bisogna attraversare un lungo corridoio fino al quinto reparto. Vicino al suo letto c’è quello di un uomo più anziano di lui, in carcere per traffico di droga. Nella stessa sezione ci sono il killer della Uno Bianca, Fabio Savi e l’omicida di Yara Gambirasio, Massimo Bossetti. Da casa si è portato una valigia con vestiti, libri. E pure il suo cuscino per dormire. Mentre a Grinzane Cavour c’è chi urla «Mario libero», qui il suo ingresso è osservato dagli altri detenuti quasi con indifferenza.

La prima notte di Mario Roggero a Bollate è scandita dal caldo che affligge tutti i penitenziari. L’insofferenza per l’aria condizionata che non c’è si fa sentire subito, come il disagio per la prima doccia in comune. È quasi mezzogiorno quando incontra il suo avvocato Stefano Marcolini nella sala colloqui. Polo chiara, jeans, ciabatte. Il legale gli consegna un messaggio della moglie e delle figlie. E Roggero si commuove quando riceve anche quello di un suo caro amico,…

Per arrivare alla sua cella bisogna attraversare un lungo corridoio fino al quinto reparto. Vicino al suo letto c’è quello di un uomo più anziano di lui, in carcere per traffico di droga. Nella stessa sezione ci sono il killer della Uno Bianca, Fabio Savi e l’omicida di Yara Gambirasio, Massimo Bossetti. Da casa si è portato una valigia con vestiti, libri. E pure il suo cuscino per dormire. Mentre a Grinzane Cavour c’è chi urla «Mario libero», qui il suo ingresso è osservato dagli altri detenuti quasi con indifferenza.

La prima notte di Mario Roggero a Bollate è scandita dal caldo che affligge tutti i penitenziari. L’insofferenza per l’aria condizionata che non c’è si fa sentire subito, come il disagio per la prima doccia in comune. È quasi mezzogiorno quando incontra il suo avvocato Stefano Marcolini nella sala colloqui. Polo chiara, jeans, ciabatte. Il legale gli consegna un messaggio della moglie e delle figlie. E Roggero si commuove quando riceve anche quello di un suo caro amico, l’orafo veneto Robertino Zancan. Sui giornali ci è finito per aver sparato ai ladri che volevano rapinarlo. Senza ucciderli, a differenza sua.

Sereno, tranquillo. Chi incontra il gioielliere lo descrive così. A tratti perfino spavaldo, con un sorriso a disegnarsi sul volto quando scopre che i giornalisti sono lì, fuori dal carcere. Di nuovo per lui. Il suo profilo Instagram, gestito da un social media manager, vola a 183 mila follower. «Non è finita», ripete al suo legale, con cui studia le prossime battaglie giudiziarie. Nel frattempo, però, deve arrendersi a una nuova normalità. «Qui ci sono nuove regole che devo rispettare, è tutto diverso…», confessa. È infastidito, sorpreso dagli orari rigidi che cadenzano le sue nuove giornate. Il pranzo delle 11, la cena alle 17, «come in ospedale». Ma per ricevere l’abbraccio di Matteo Salvini, il suo primo pasto in carcere l’ha saltato. «È capitato bene», dice il leader leghista. L’ex narcotrafficante con cui condivide la cella faceva il cuoco in passato e qui, dove i detenuti possono stare ai fornelli, il vicepremier la considera una fortuna. «Con lui si è preso da subito», racconta Marcolini.

«Quando posso chiamare casa?», domanda Roggero. Una telefonata con la moglie Mariangela che viene concessa alle tre del pomeriggio per dieci minuti al massimo. Nel suo reparto c’è la biblioteca, una sala per i volontari, una stanza adibita a chiesa e una piccola palestra. In «camera» – la chiamano così – ha la tv dove compare la sua immagine fra telegiornali e talk. L’avvocato gli consiglia di abbonarsi a un quotidiano mentre lui ha già fatto sapere di voler frequentare un corso di inglese. È stato visitato da uno psicologo, da un medico. Spera di rimanere a Bollate. Ma si apre un altro capitolo insidioso. Era un suo diritto, venerdì, consegnarsi nel carcere modello di Milano. In questo penitenziario, però, in genere si entra dopo un percorso positivo svolto in altre strutture. È una regola che vale per tutti e nei prossimi giorni si capirà se in questo caso – viste le tante pressioni di ogni tipo ma anche l’età, 72 anni – si farà un’eccezione.

Con gli altri detenuti finora non ha avuto problemi. Al massimo il fastidio, comune alla popolazione carceraria, che affiora quando un “vip” entra in carcere innalzando l’attenzione mediatica, poco gradita. Il suo avvocato, invece, racconta di come il personale della penitenziaria lo abbia accolto «a braccia aperte». La frase tipo? «Sappiamo perché sei qui – sostiene – ma umanamente ti capiamo».

Ieri Mariangela è andata dai carabinieri per chiedere più protezione sotto casa e nella gioielleria: «Vuole maggiore vigilanza, è in una casa molto grande, da sola, e anche in negozio sarà soltanto con la figlia», continua il legale. La moglie e le quattro figlie si fanno forza nella villa in mezzo alle vigne di La Morra, nelle Langhe: «Siamo tutti insieme qui, stiamo male». Si chiudono nel silenzio. A parlare è solo il fratello Dante: «Penso che nel processo andasse valutata di più la temporanea incapacità di intendere e volere. Sono convinto che, quando ha sparato, Mario fosse ancora sicuro della continuità della rapina». Ma la risposta è nella sentenza della Corte d’Appello di Torino, che definisce il gioielliere «lucido», «consapevole di quanto accaduto» e con «piena aderenza alla realtà», tanto da recuperare i gioielli rubati dopo l’omicidio e riportarli sull’auto dei rapinatori.

Una sentenza che prosegue ricordando che Roggero era «affetto da un disturbo post traumatico da stress in seguito alla rapina del 22 maggio 2015» ma anche «impulsivo nella reazione agli eventi» già dal 17 dicembre 2005. Quando aveva minacciato il fidanzato della figlia e i suoi genitori con una pistola, per poi patteggiare due mesi di carcere, commutati in una pena di 2.280 euro. Su questo la famiglia del gioielliere replica sui social parlando di «falsità»: fu il ragazzo ad aggredire a «pugni» la figlia di «Mario», e lui, quando andò a chiedere spiegazioni, tirò fuori « la pistola scarica» solo dopo che il padre del giovane «minacciò di scendere con un fucile». E ancora: «Si trattò di istinto di protezione paterna».

Davanti alla gioielleria di Grinzane Cavour commercianti e residenti sono dalla sua parte, anche se c’è chi ammette che ha sbagliato a sparare in strada. Spingono per la grazia o che almeno possa trascorrere parte della pena a casa: «Sarà dura, però le persone oneste vengono riconosciute, prima o poi», si legge su un foglio incollato alle vetrine. Dal finestrino dell’auto c’è chi urla «Roggero libero». Altri rincarano: «Mario è stato bravo, ci sono due rapinatori in meno in giro».

L’avvocato Giuseppe Roberto Caruso, che difende la famiglia di Andrea Spinelli, rapinatore ucciso da Roggero insieme a Giuseppe Mazzarino, replica: «Chi ragiona così, legittima il Far West. Una vita umana non può valere come una borsa di gioielli. Come si può sostenere un uomo che ne fredda altri due alle spalle? Per i miei clienti è molto doloroso, i due figli minorenni hanno perso il loro punto di riferimento». E annuncia: «Non abbiamo ricevuto un centesimo dei 780 mila euro di risarcimenti, nonostante Roggero abbia raccolto chissà quanto dalle raccolte fondi. Partiremo con i pignoramenti delle sue proprietà».

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