ROMA – C’era un patto sulle preferenze alla Camera. Qualcuno l’ha tradito, ma da voi mi aspetto lealtà». Nel chiuso di Palazzo Chigi, dopo avere passato in rassegna le spine dell’energia (e delle armi), Giorgia Meloni arriva al nocciolo delle tribolazioni della sua maggioranza in politica interna. La legge elettorale. Nello specifico, le preferenze. Ai tre leader della coalizione che la raggiungono a pranzo, la premier consegna questo ordine comunicativo: nessuno dica che si è parlato delle beghe del Melonellum, non si può dare l’idea che la maggioranza sia ancora incartata e che passi il tempo a discorrere di capilista bloccati. Però il tema, confermano più fonti, viene affrontato. Eccome.
La premier fa capire subito che non è disposta ad ammainare la sua battaglia sulle quasi preferenze, cioè lo schema concertato la settimana scorsa alla Camera e che prevede capilista bloccati e poi tre crocette. «Non torno indietro», insiste davanti a Matteo Salvini e Antonio Tajani, più Maurizio L…
ROMA – C’era un patto sulle preferenze alla Camera. Qualcuno l’ha tradito, ma da voi mi aspetto lealtà». Nel chiuso di Palazzo Chigi, dopo avere passato in rassegna le spine dell’energia (e delle armi), Giorgia Meloni arriva al nocciolo delle tribolazioni della sua maggioranza in politica interna. La legge elettorale. Nello specifico, le preferenze. Ai tre leader della coalizione che la raggiungono a pranzo, la premier consegna questo ordine comunicativo: nessuno dica che si è parlato delle beghe del Melonellum, non si può dare l’idea che la maggioranza sia ancora incartata e che passi il tempo a discorrere di capilista bloccati. Però il tema, confermano più fonti, viene affrontato. Eccome.
La premier fa capire subito che non è disposta ad ammainare la sua battaglia sulle quasi preferenze, cioè lo schema concertato la settimana scorsa alla Camera e che prevede capilista bloccati e poi tre crocette. «Non torno indietro», insiste davanti a Matteo Salvini e Antonio Tajani, più Maurizio Lupi, l’unico alleato che non deve convincere, perché al pari di FdI vuole che la legge sia modificata in seconda lettura. Il leader azzurro, insieme al leghista, fa capire ancora una volta che l’azzardo è rischioso, che tocca convincere i gruppi che su questo tema sono difficili da governare. «Vedrete che al Senato, con il voto palese, l’emendamento passerà», è convinta la premier. Che per la seconda volta - l’aveva fatto anche prima della roulette di Montecitorio - sfodera la minaccia più fragorosa: «Se non passa la riforma, si va dritti al voto». Dunque i parlamentari perderebbero il vitalizio, che scatta il prossimo aprile, anche se si sta lavorando sottotraccia a un escamotage per salvare la pensione pure in caso di voto molto anticipato, con «contribuzioni volontarie». Si vedrà.
Sulle preferenze, Salvini aveva già dato un suo succinto benestare nelle scorse riunioni: «Non mi impicco sulla legge elettorale». Pure Tajani - il più riottoso, anche perché l’argomento-liste viene monitorato da vicino a Cologno Monzese - alla fine concede il suo benestare, davanti alla richiesta di «lealtà» della presidente del consiglio. Che sfodera una promessa: «Non faremo mai l’alleanza con Roberto Vannacci». Qualcuno propone di reintrodurre il ballottaggio, in chiave anti-generale, ma l’idea pare accantonata.
Tutto risolto? Macché. Il vicepremier azzurro aveva ragione: sulla tenuta dei gruppi azzurri e leghisti non c’è troppo da fare affidamento. E infatti, archiviato il vertice a Palazzo Chigi, i tormenti della coalizione di governo si spostano a Palazzo Madama. Dove il presidente del Senato, Ignazio La Russa, avrebbe voluto imprimere un’accelerata all’iter di approvazione, non escludendo il voto finale in Aula prima della pausa estiva (magari rimandata all’11-12 agosto). Qui a mettersi di traverso è la pugnace capogruppo di FI in Senato, Stefania Craxi, vicinissima a Marina Berlusconi.
Per provare a trovare la famosa quadra, La Russa riceve i capigruppo di maggioranza di primo pomeriggio. E qui Craxi lo dice dritto: niente forzature. Lo ripete pure davanti alla conferenza dei presidenti di gruppo, opposizione inclusa, che si riunisce alle sei e mezzo di sera: «Non credo sia giusto fare troppo in fretta, è necessario confrontarsi, approfondire, mediare». Il presidente dei senatori Pd, Francesco Boccia, non se lo lascia ripetere due volte. Notata la crepa nel centrodestra, insiste nel rigettare col resto del campo largo la prima proposta di La Russa: termine degli emendamenti per il 4-5 agosto e voto massimo entro la prima settimana di settembre. «Il 9», suggerisce il meloniano Lucio Malan. «Neanche per idea», fa il fedelissimo di Elly Schlein. Non passa neanche la seconda formulazione del presidente del Senato: termine per gli emendamenti entro fine agosto e ratifica in seconda lettura entro metà settembre. «Discutiamone un’altra volta», suggerisce Craxi. Risultato: tutto da rifare. Vale anche per l’accordo sulle preferenze, che La Russa rilancia, parlando dei possibili rischi di incostituzionalità della riforma, in assenza di ritocchi.
Nella commissione Affari costituzionali, presieduta dal meloniano Andrea De Priamo, intanto si litiga sulle nuove audizioni, chieste in batteria dall’opposizione. Ma saranno solo 26. «Magari qualcuna si farà in smart working», propone La Russa. Che alla fine dell’ennesima giornata accidentata ammette: «Escludo si chiuda prima della pausa estiva».