È stufa, raccontano. Di mediare e mettere la faccia su compromessi improponibili. Di porgere la guancia all’alleato inquieto: si scrive Forza Italia, si legge Arcore. E d’altra parte, quando a Palazzo Chigi denunciano l’instabilità di queste settimane, pronunciano sempre e solo un nome: Marina Berlusconi. Bisogna dunque far capire che il passo successivo porta al precipizio. E quindi, salvo mediazioni su cui al momento nessuno può scommettere, l’Aula del Senato potrebbe assistere la prossima settimana a un clamoroso testacoda: i meloniani e i leghisti voteranno l’emendamento sulle intercettazioni assieme ai cinquestelle, mentre gli azzurri diranno di no. Fine di una maggioranza? Dipende: i senatori di FI sosterranno comunque il decreto nel voto finale, tentando di ridimensionare tutto a un normale incidente di percorso. Anche se tutti sanno che non è così: traballa il governo. O meglio: sbanda.
È stufa, raccontano. Di mediare e mettere la faccia su compromessi improponibili. Di porgere la guancia all’alleato inquieto: si scrive Forza Italia, si legge Arcore. E d’altra parte, quando a Palazzo Chigi denunciano l’instabilità di queste settimane, pronunciano sempre e solo un nome: Marina Berlusconi. Bisogna dunque far capire che il passo successivo porta al precipizio. E quindi, salvo mediazioni su cui al momento nessuno può scommettere, l’Aula del Senato potrebbe assistere la prossima settimana a un clamoroso testacoda: i meloniani e i leghisti voteranno l’emendamento sulle intercettazioni assieme ai cinquestelle, mentre gli azzurri diranno di no. Fine di una maggioranza? Dipende: i senatori di FI sosterranno comunque il decreto nel voto finale, tentando di ridimensionare tutto a un normale incidente di percorso. Anche se tutti sanno che non è così: traballa il governo. O meglio: sbanda.
Se le divisioni tattiche arrivano fin nel cuore di Palazzo Chigi, significa che la situazione è davvero a un passo dal punto di non ritorno. Quanto successo tra pomeriggio e sera di mercoledì 22 luglio, una data che il melonismo ricorderà a lungo, ne è conferma indiscutibile. All’ora del tè Alfredo Mantovano autorizza una tregua nel centrodestra sulle intercettazioni: la norma finirebbe in un altro decreto, da varare in agosto, e nessuno si farebbe troppo male. Quando però su Roma scende il buio, un paio di telefonate cambiano lo scenario: Colosimo e Fazzolari bloccano tutto. Col trascorrere delle ore, si comprendono i contorni. E soprattutto, chi ha deciso: Meloni.
Per la premier, il problema è assieme di principio e politico. Non ha alcuna intenzione di sottoporsi a un massacro mediatico, rimandando una norma promessa anche durante una delle ultime visite in Sicilia e su cui il procuratore della Dna Giovanni Melillo ha premuto a lungo. Se Fratelli d’Italia partecipa ogni anno alle commemorazioni di Capaci e via d’Amelio, come ricorda ora l’opposizione, perché fermarsi di fronte al veto azzurro? E tutto questo mentre il centrodestra compattamente in giunta per le autorizzazioni ha negato l’utilizzo delle chat di Andrea Delmastro in un’indagine per mafia e si prepara a dire no in Aula il prossimo 30 luglio: cedere sul comma sugli ascolti equivarrebbe a un doloroso passo falso politico.
Ma c’è di più: c’è la politica. La leader non vuole dare l’impressione che Forza Italia possa bloccare ogni decisione e rallentare ancora l’esecutivo. Manda quindi un segnale ad Arcore. Anche perché la partita si incrocia con quella, vitale, della legge elettorale. Lì il terreno è ancora più scivoloso, perché ripetere l’incidente sulle preferenze già consumato alla Camera equivarrebbe a sancire davvero la fine della maggioranza.
Nelle ultime ore, Meloni è stata chiara con Antonio Tajani: fammi sapere entro metà della prossima settimana cosa intendete fare al Senato. Lì il gruppo azzurro è controllato da Stefania Craxi, che risponde direttamente a Marina Berlusconi. Ieri il vicepremier azzurro ha ammesso la realtà: «Sul tema delle preferenze ci saranno degli emendamenti, li valuteremo, ne parleremo e i gruppi decideranno in piena libertà sul da farsi». Quello che il ministro non anticipa è che prenderà parte alla riunione, personalmente. E che proverà a spiegare ai suoi senatori che le liste bloccate esporrebbero la riforma elettorale a una probabile bocciatura della Consulta, come ripete spesso ai suoi interlocutori anche Ignazio La Russa.
È uno snodo decisivo, questa riunione di gruppo, perché apre due possibili scenari. Se Craxi va alla conta interna e la vince — tecnicamente, gode della maggioranza — mette la premier di fronte al dilemma: forzare rischiando una crisi oppure, ipotesi vagliata nelle ultime quarantotto ore, fermarsi clamorosamente. Niente legge elettorale, denuncia di uno stallo e ognuno ad assumersi le responsabilità dei veti. Potrebbe addirittura convenirle, perché mantenendo il Rosatellum non si obbligherebbe a un accordo con Roberto Vannacci, secondo i sondaggi fondamentale per provare a vincere.
Consapevole dei rischi, proprio La Russa lavora a imporre una soluzione di compromesso che rallenterebbe almeno un po’ il percorso della riforma e, dunque, il momento della verità. Due le strade possibili. La prima: termine degli emendamenti in commissione a inizio agosto, ma avvio dei voti a inizio settembre. La seconda: termine il 31 agosto, votazioni comunque nella prima settimana di settembre. In quest’ultimo scenario, la destra si garantirebbe trenta giorni per capire se presentare emendamenti e forzare la mano. Per decidere, soprattutto, se e quanto lo scontro tra Palazzo Chigi ed Arcore debba segnare davvero la coda della legislatura.