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Almasri, Nordio smentisce se stesso e invia in procura le carte per l’arresto del libico

(reuters)

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Il testacoda dopo una sentenza della Corte costituzionale che stabilisce che il ministro non aveva potere discrezionale
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Aveva detto: «Non posso essere un passacarte». E invece doveva esserlo. E, alla fine, lo è stato. Mercoledì il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha trasmesso, con un anno e mezzo di ritardo, alla Procura generale di Roma il fascicolo della Corte penale internazionale relativo alla richiesta di arresto del generale libico Osama Almasri. Sul piano pratico non cambia assolutamente nulla: Almasri è stato rimpatriato con un volo di Stato italiano, è rientrato in Libia ed è tuttora libero. Ma sul piano politico e istituzionale il gesto ha un peso enorme, perché rappresenta una clamorosa smentita della linea che il governo ha sostenuto fin dall'inizio della vicenda.

Per mesi, infatti, Nordio ha rivendicato di avere un margine di discrezionalità…

Aveva detto: «Non posso essere un passacarte». E invece doveva esserlo. E, alla fine, lo è stato. Mercoledì il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha trasmesso, con un anno e mezzo di ritardo, alla Procura generale di Roma il fascicolo della Corte penale internazionale relativo alla richiesta di arresto del generale libico Osama Almasri. Sul piano pratico non cambia assolutamente nulla: Almasri è stato rimpatriato con un volo di Stato italiano, è rientrato in Libia ed è tuttora libero. Ma sul piano politico e istituzionale il gesto ha un peso enorme, perché rappresenta una clamorosa smentita della linea che il governo ha sostenuto fin dall'inizio della vicenda.

Per mesi, infatti, Nordio ha rivendicato di avere un margine di discrezionalità. Aveva spiegato di non voler svolgere il ruolo di semplice «passacarte», sostenendo che il ministro della Giustizia potesse valutare se trasmettere o meno alla magistratura italiana la richiesta proveniente dalla Corte penale internazionale. Era proprio questa interpretazione ad aver giustificato la mancata trasmissione del fascicolo e, di fatto, il mancato arresto di Almasri.

La Corte costituzionale, però, ha demolito questa ricostruzione. Nella sentenza notificata al ministero di via Arenula, i giudici hanno chiarito che il ministro non dispone di alcun potere di bloccare quella richiesta. La trasmissione alla Procura generale costituisce un atto dovuto, privo di qualsiasi margine di valutazione politica. In altre parole, il ministro non poteva trattenere il fascicolo nei cassetti del ministero: era obbligato a inoltrarlo immediatamente all'autorità giudiziaria competente.

È proprio questa affermazione della Consulta a trasformare l'invio di ieri sera in un'ammissione implicita. Se oggi il fascicolo viene trasmesso, significa che quel passaggio era dovuto anche allora. E dunque che il comportamento tenuto un anno e mezzo fa non trova più alcuna copertura nella tesi sostenuta dal governo.

Quella scelta, del resto, ha prodotto conseguenze pesanti anche sul piano internazionale. La mancata esecuzione della richiesta della Corte penale internazionale ha aperto uno scontro diplomatico con l'Aja e ha portato all'avvio di un procedimento nei confronti dell'Italia per il mancato rispetto degli obblighi di cooperazione previsti dallo Statuto di Roma.

Quando la sentenza della Consulta è arrivata al ministero, le strade possibili erano sostanzialmente due. La prima: rivendicare fino in fondo la propria interpretazione, rifiutando ancora una volta la trasmissione del fascicolo e assumendosi il rischio di una violazione aperta di quanto stabilito dalla Corte costituzionale. La seconda: trasmettere finalmente gli atti, accettando però di smentire, nei fatti, tutto ciò che era stato sostenuto fino a quel momento.

Alla fine il governo ha scelto la seconda strada. Troppo tardi perché producesse qualunque effetto sul caso Almasri. Ma abbastanza presto da certificare, nero su bianco, che quel «non posso essere un passacarte» non era una facoltà. Era un obbligo.

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