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Conte è senza rivali nel M5S, ma il partito degli scontenti ingrossa l’astensionismo

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Nel Movimento l’unica voce fuori dal coro è Appendino. Raggi defilata. Un pezzo di elettori orfani del “sogno rivoluzionario”
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Al di là delle opinioni e delle recriminazioni, la storia è fatta di numeri e quelli sanno essere freddi e implacabili: inaspettatamente per il grande pubblico di allora, nel 2013 il M5S prese quasi 8,7 milioni di voti; poi nel grande exploit — stavolta previsto — del 2018 salirono a 10,7 milioni; alle Europee nel 2024 furono “solo” 2,3 milioni.

Dopo essere stato defenestrato dal voto della base, senza neanche provare a far leva sui sentimenti andando a dire la sua davanti alla platea dell’assemblea congressuale di Nova (era il novembre 2024), sul suo blog Beppe Grillo dichiara ancora una volta la fine di quella storia. Nell’accusare i suoi eredi di incoerenza e tradimento, certifica ciò che è accaduto da tempo e che rischia di portare altra acqua al mulino dell’astensionismo. Il sogno “rivoluzionario” e trasversale delle 5 Stelle non c’è più e la lunga sequela di addii, giravolte, totem abbattuti e infine difficoltà a maneggiare la realtà di governo vista l’inesperienza, ha trasforma…

Al di là delle opinioni e delle recriminazioni, la storia è fatta di numeri e quelli sanno essere freddi e implacabili: inaspettatamente per il grande pubblico di allora, nel 2013 il M5S prese quasi 8,7 milioni di voti; poi nel grande exploit — stavolta previsto — del 2018 salirono a 10,7 milioni; alle Europee nel 2024 furono “solo” 2,3 milioni.

Dopo essere stato defenestrato dal voto della base, senza neanche provare a far leva sui sentimenti andando a dire la sua davanti alla platea dell’assemblea congressuale di Nova (era il novembre 2024), sul suo blog Beppe Grillo dichiara ancora una volta la fine di quella storia. Nell’accusare i suoi eredi di incoerenza e tradimento, certifica ciò che è accaduto da tempo e che rischia di portare altra acqua al mulino dell’astensionismo. Il sogno “rivoluzionario” e trasversale delle 5 Stelle non c’è più e la lunga sequela di addii, giravolte, totem abbattuti e infine difficoltà a maneggiare la realtà di governo vista l’inesperienza, ha trasformato il Movimento in un normale partito, definito secondo un posizionamento classico (oggi detto “progressista indipendente”), e che è sceso a patti con la realtà. Non per forza qualcosa di cui dispiacersi, visti anche i toni da populismo gentista della fondazione. Ma ecco, per il centrosinistra le picconate del comico possono solo rimpicciolire la larghezza del campo, per così dire.

Se il 10 per cento delle ultime Europee è stato il punto più basso, va detto che alle varie amministrative successive, con l’alleanza progressista assestata, non sono andate meglio. Il Movimento ha sì eletto due presidenti di Regione in coalizione, Alessandra Todde in Sardegna e Roberto Fico in Campania, ma un po’ dappertutto sono mancate quelle percentuali che avrebbero permesso di battere la destra. Una lunga sequela di 5, 4, 3, 2 per cento al centro-nord, quando è andata bene di 8 oppure 9, più che altro al sud. Il radicamento territoriale non si è mai realizzato davvero nonostante le riforme organizzative di Giuseppe Conte, e comunque nella sua stagione d’oro i 5 Stelle, senza vere strutture locali alle spalle, andando da soli conquistavano Parma, Roma, Torino, Livorno e così via.

È il grande dilemma del M5S adulto: l’alleanza con gli altri partiti è vitale per contare, ma rappresenta anche la condanna che fa perdere un pezzo di proprio elettorato, quello antisistema del contro tutto e tutti e che vedeva nel Pd l’incarnazione di ogni male, a un certo punto anche più di altri (la Lega). Grillo, che a un certo punto perorava la causa del sovranismo alla Nigel Farage, poi del socialismo ecologista stile Pepe Mujica, e che infine vide in Mario Draghi o Roberto Cingolani la massima espressione della sua complessa e a volte inafferrabile filosofia, ha nel frattempo mollato la presa, chiudendo i rapporti, anche con coloro che in teoria avrebbero voluto tenere il Movimento nella terra di mezzo pigliatutto. Alessandro Di Battista s’è creato la sua associazione “Schierarsi” e dopo le primarie deciderà se correre fuori dalle coalizioni; Virginia Raggi non si appalesa nelle dinamiche nazionali da anni, e spera la rielezione in Parlamento al prossimo giro; Chiara Appendino, unica voce in chiaro fuori dal coro del contismo, non ha la forza né la volontà di rompere lo schema, lei che era tra le più istituzionali e “borghesi” dei 5 Stelle visionari. Il famoso marchio di fabbrica del “vaffa”, alla fine, si è rivoltato contro ai suoi creatori. La confusa ma reale protesta rimane, la sfida di Conte resta quella di poterne convogliare un pezzo verso un’alternativa ancora da costruire nel dettaglio. Scommessa, ad oggi, persa.

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