Nordio si smentisce su Almasri: inviata la richiesta di arresto con un anno e mezzo di ritardo
di Giuliano FoschiniAveva detto: «Non posso essere un passacarte». E invece doveva esserlo. E, alla fine, lo è stato. Mercoledì il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha trasmesso, con un anno e mezzo di ritardo, alla Procura generale di Roma il fascicolo della Corte penale internazionale relativo alla richiesta di arresto del generale libico Osama Almasri. Sul piano pratico non cambia nulla: Almasri è stato rimpatriato con un volo di Stato italiano, è rientrato in Libia ed è tuttora libero. Ma sul piano politico e istituzionale il gesto pesa moltissimo. Perché rappresenta una clamorosa smentita della linea che il governo ha sostenuto fin dall’inizio della vicenda. E perché certifica, nei fatti, che l’interpretazione giuridica rivendicata dal ministro non era quella corretta.
Aveva detto: «Non posso essere un passacarte». E invece doveva esserlo. E, alla fine, lo è stato. Mercoledì il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha trasmesso, con un anno e mezzo di ritardo, alla Procura generale di Roma il fascicolo della Corte penale internazionale relativo alla richiesta di arresto del generale libico Osama Almasri. Sul piano pratico non cambia nulla: Almasri è stato rimpatriato con un volo di Stato italiano, è rientrato in Libia ed è tuttora libero. Ma sul piano politico e istituzionale il gesto pesa moltissimo. Perché rappresenta una clamorosa smentita della linea che il governo ha sostenuto fin dall’inizio della vicenda. E perché certifica, nei fatti, che l’interpretazione giuridica rivendicata dal ministro non era quella corretta.
Per mesi, infatti, Nordio ha rivendicato di avere un margine di discrezionalità. Aveva spiegato di non voler svolgere il ruolo di semplice «passacarte», sostenendo che il ministro della Giustizia potesse valutare se trasmettere o meno alla magistratura italiana la richiesta proveniente dalla Corte penale internazionale. Era proprio questa interpretazione ad aver giustificato la mancata trasmissione del fascicolo e, di fatto, il mancato arresto di Almasri. Una scelta che aveva aperto uno scontro con la Corte dell’Aja, portando anche all’apertura di un procedimento nei confronti dell’Italia per il mancato rispetto degli obblighi di cooperazione previsti dallo Statuto di Roma. La Corte costituzionale, però, ha demolito quella ricostruzione. Nella sentenza notificata al ministero di via Arenula, i giudici hanno chiarito che il ministro non può semplicemente trattenere il fascicolo nei cassetti del ministero. Deve trasmetterlo immediatamente alla Procura generale di Roma, perché quella attività non comporta alcuna valutazione di merito sulla richiesta della Corte penale internazionale. L’unica eccezione possibile è che ritenga in gioco «principi costituzionali preminenti». Ma, in quel caso, deve motivare formalmente la propria decisione, assumendosene la responsabilità politica e istituzionale.
È proprio qui che nasce il cortocircuito. Dopo la sentenza della Consulta è stata la stessa Procura generale di Roma a chiedere al ministero come intendesse procedere rispetto a quel vecchio mandato di arresto. E Nordio, questa volta, dopo essersi consultato in una riunione a Palazzo Chigi con il sottosegretario Alfredo Mantovano, ha trasmesso gli atti. Una decisione che finisce così per smentire, nei fatti, non soltanto la linea difensiva sostenuta dal ministro per un anno e mezzo, ma anche le ragioni politiche con cui la maggioranza aveva difeso quella scelta. Perché un’alternativa c’era: il ministero avrebbe potuto rivendicare fino in fondo la propria interpretazione e motivare un nuovo rifiuto alla trasmissione del fascicolo, assumendosi la responsabilità di sostenere che esistessero ancora quei principi costituzionali preminenti richiamati dalla stessa Corte. Non lo ha fatto. Ha scelto invece di trasmettere il fascicolo, dando così applicazione proprio a quell’interpretazione che fino a poche settimane fa aveva contestato.
Da Palazzo Chigi provano a ridimensionarne la portata. La tesi è che la trasmissione del fascicolo sia ormai un atto soltanto formale, privo di effetti concreti perché Almasri non si trova più in Italia e quel mandato di arresto non può ormai produrre alcuna conseguenza immediata. Le opposizioni non sono d’accordo. «Un ministro che mente spudoratamente al Parlamento, in un Paese normale – dicono Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni di Avs – dovrebbe dimettersi un minuto dopo. E invece è ancora lì. Ma dalle parti della destra pare funzioni così. Una vergogna». «Dopo un anno e mezzo il ministro Nordio è stato costretto a dare torto a Carlo Nordio. Glielo avevamo detto, ma Nordio e il governo Meloni sono andati avanti da soli senza avere ragione».