Dove si trova Osama Njeem Almasri? Ufficialmente, in prigione. O almeno, così ordinava la sentenza che il 21 giugno scorso lo ha condannato a 7 anni e 4 mesi per torture, omicidi e stupri commessi nella prigione di Mitiga e ne disponeva il trasferimento immediato al Tripoli Main Reform and Rehabilitation Facility, struttura sotto l’autorità della magistratura libica e del Ministero della Giustizia. Ma nessuno lo ha mai visto entrare in carcere. E sono in molti a credere che non ci abbia mai messo piede.
Secondo indiscrezioni filtrate sulla stampa della Cirenaica, confermate da diverse fonti anche a Tripoli, l’ex comandante della Polizia giudiziaria e uomo forte della Rada, una delle milizie più potenti della Libia Ovest, guidata d al carismatico leader salafita Abdelraouf Kara, sarebbe in una villa della capitale, con l’ordine di non dare nell’occhio. Ma la sua rete di potere non è mai venuta meno. Anzi, si è specializzata.
Dove si trova Osama Njeem Almasri? Ufficialmente, in prigione. O almeno, così ordinava la sentenza che il 21 giugno scorso lo ha condannato a 7 anni e 4 mesi per torture, omicidi e stupri commessi nella prigione di Mitiga e ne disponeva il trasferimento immediato al Tripoli Main Reform and Rehabilitation Facility, struttura sotto l’autorità della magistratura libica e del Ministero della Giustizia. Ma nessuno lo ha mai visto entrare in carcere. E sono in molti a credere che non ci abbia mai messo piede.
Secondo indiscrezioni filtrate sulla stampa della Cirenaica, confermate da diverse fonti anche a Tripoli, l’ex comandante della Polizia giudiziaria e uomo forte della Rada, una delle milizie più potenti della Libia Ovest, guidata d al carismatico leader salafita Abdelraouf Kara, sarebbe in una villa della capitale, con l’ordine di non dare nell’occhio. Ma la sua rete di potere non è mai venuta meno. Anzi, si è specializzata.
Lo ha messo nero su bianco nel suo ultimo rapporto il panel of experts dell’Onu, che dopo aver bacchettato l’Italia per la riconsegna di Almasri alla Libia, avverte: è ancora lui il padrone di Mitiga. Ed è da lì che sta tirando fuori la sua cyber armata. O meglio la sua squadra di troll, costretti a «gestire piattaforme e interazioni social per far sparire o diventare virali contenuti, orchestrare campagne». Per la Rada, il lager costruito a ridosso dell’aeroporto è sempre stato una fabbrica di schiavi, da vendere per essere impiegati in campi, cantieri, case, o costretti a prostituirsi. Adesso però — denunciano gli esperti Onu — c’è un altro target: «Detenuti con competenze specifiche nei settori dell’informatica, dell’ingegneria o della cybersecurity». Ufficialmente, sono lavoratori del Dacot, struttura paraistituzionale, diretta espressione della Rada, che sulla carta si occupa della sicurezza dell’aeroporto di Mitiga. O più che altro, così ha dichiarato senza portare uno straccio di prova, agli esperti dell’Onu che hanno chiesto spiegazioni. In realtà, sono coscritti di una guerra ibrida, dentro e fuori la Libia, che è solo parte del conflitto a bassa intensità che da tempo impegna la milizia di Kara e il governo di unità nazionale.
Il premier Dbeibeh ci ha provato a spazzarli via, quando — complice il caso Almasri — sono diventati troppo ingombranti. Ma dopo mesi di scontri, ha optato per scenderci a patti. «I gruppi armati — annotano gli esperti Onu — sono diventati l’attore principale che ha plasmato la governance dello Stato libico. E Almasri è diventato parte dell’equazione perché se fosse consegnato alla Cpi, cui Dbeibeh ha pubblicamente promesso «massima collaborazione», tutti avrebbero da perdere.
Lo spiegano bene le carte dell’inchiesta su al Hishri, anche lui uomo forte della milizia Rada e fino al momento del suo arresto in Germania, signore e padrone della sezione femminile di Mitiga. Deve rispondere di crimini di guerra e contro l’umanità, fra cui omicidi, tentati omicidi, stupri, torture che secondo le toghe facevano parte di un «piano comune di sopraffazione, tortura e coercizione» messo in atto da un gruppo di potere di cui Almasri, Kara e altri leader della Rada erano parte. Un problema anche per Dbeibeh perché il suo governo «ha integrato le Sdf/Rada nelle strutture statali», assegnando uomini, fondi e mezzi.
Una spada di Damocle per il governo della Libia Ovest, l’unico internazionalmente riconosciuto, che dondola mentre la riunificazione del Paese torna al centro dell’agenda diplomatica internazionale e il derby con gli Haftar che controllano l’Est rimane da giocare. Ecco perché Tripoli ha riconosciuto autorità e competenza della Cpi fino al 2027 sui crimini di guerra e contro l’umanità commessi in Libia, ma la procura della capitale ha difeso la competenza su Almasri. Ecco perché la Libia promette la consegna del comandante, ma poi — suggeriscono i media della Cirenaica, denunciano ong come SeaWatch e Refugees in Libya e confermano analisti anche europei — potrebbe aver cercato di metterlo al sicuro con una condanna “a casa”. Anche perché Almasri potrebbe essere il cavallo di Troia per la partita vera. Che si gioca all’Aja.
Il comandante libico ha presentato un’istanza di ricusazione contro la Cpi, contestandone autorità e competenza. Se dovesse essere accolta, cadrebbero tutti i procedimenti sulla Libia. La decisione è attesa entro l’estate, ma nella complicata equazione che regge il sistema di potere in Libia, adesso c’è da aggiungere la clamorosa retromarcia di Nordio, con l’invio delle carte per l’arresto del comandante libico alla Procura generale. Una variabile tutta ancora da calcolare.