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Dori: “La destra teme il contenuto dei file. Fontana ha obbedito”

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Il presidente della Giunta per le autorizzazioni: “La maggioranza ha già deciso di non concedere l’autorizzazione. A meno che lo stesso esponente FdI non lanci un appello ai deputati per votare sì”
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Deve ancora riprendersi dalla battaglia, il presidente della giunta per le autorizzazioni Devis Dori. L’esponente di Avs, avvocato, eletto nel 2018 fra le fila del M5s, ribalta l’accusa di populismo arrivato da destra dopo il blitz fallito sulle nuove chat di Delmastro: «Populista è chi pensa che il Parlamento sia di sua proprietà e, pur di scudare un compagno di partito, piega le regole fino al punto da stabilire procedure ad personam».

Le contestano di averle forzate lei, le regole, contro le disposizioni del presidente della Camera.

«La forzatura semmai l’ha fatta Fontana: invece di difendere le prerogative dell’organismo che presiedo, ha preferito obbedire alla maggioranza».

Non ha rispettato il suo ruolo di garanz…

Deve ancora riprendersi dalla battaglia, il presidente della giunta per le autorizzazioni Devis Dori. L’esponente di Avs, avvocato, eletto nel 2018 fra le fila del M5s, ribalta l’accusa di populismo arrivato da destra dopo il blitz fallito sulle nuove chat di Delmastro: «Populista è chi pensa che il Parlamento sia di sua proprietà e, pur di scudare un compagno di partito, piega le regole fino al punto da stabilire procedure ad personam».

Le contestano di averle forzate lei, le regole, contro le disposizioni del presidente della Camera.

«La forzatura semmai l’ha fatta Fontana: invece di difendere le prerogative dell’organismo che presiedo, ha preferito obbedire alla maggioranza».

Non ha rispettato il suo ruolo di garanzia?

«È entrato a gamba tesa, ledendo la nostra autonomia. Ci sono vari precedenti secondo i quali non è possibile negare alla giunta per le autorizzazioni l’accesso a qualunque documento. E io a quelli mi sono attenuto».

Quali precedenti?

«I più noti sono il caso Ruby, ma anche - l’anno scorso - il caso Almasri, in cui questo principio venne esplicitato proprio dal presidente della Camera, che oggi ha smentito sé stesso. Allora citò vari esempi: uno del ‘97, un altro del ‘91. A riprova che non si tratta di una questione inedita. Di inedito c’è che mai prima d’ora era stato impedito ai deputati di esercitare un loro diritto: consultare il materiale della Procura e formarsi un’opinione consapevole in fase di giudizio».

Il giudizio però la “sua” giunta l’aveva già espresso il 22 luglio, negando l’acquisizione delle chat presenti sul cellulare di Delmastro.

«Nel frattempo sono intervenuti dei fatti nuovi. Come ha ben spiegato il procuratore Lo Voi nella lettera spedita a Montecitorio con allegati una serie di elementi aggiuntivi, la difesa di Caroccia ha depositato in tribunale le chat tra il suo assistito e l’ex sottosegretario alla Giustizia. Che sarebbe stato giusto leggere per decidere se integrare o meno l’istruttoria».

Fontana ha bloccato l’accesso su richiesta scritta della maggioranza. È stata una decisione politica?

«Sì. Il pressing c’è stato, Fontana ha ceduto e ha commesso un doppio errore. Se anziché inviarci il cd della procura e poi negarci l’accesso avesse chiesto preventivamente il parere della giunta per il regolamento, non sarebbe successo questo trambusto. Invece prima ci ha mandato il materiale e poi ci ha proibito di vederlo. Un paradosso».

Secondo lei di cosa hanno paura?

«Probabilmente che possa trapelare qualcosa di grosso, sebbene i deputati siano tenuti alla segretezza. È il motivo per cui Delmastro è stato rimosso dal governo: è una vicenda che li mette in difficoltà. In particolare Meloni, che teme rivelazioni in grado di danneggiare lei e il suo partito».

L’ultima parola spetterà all’aula, cosa pensa che accadrà?

«Credo che la destra abbia già deciso di non concedere l’autorizzazione. A meno che Delmastro non venga in assemblea e, come fece Andreotti in Senato, non lanci un appello a tutti i deputati affinché votino a favore dell’acquisizione delle sue chat, che peraltro ha già portato in Procura».

Altrimenti?

«Vorrebbe dire che la mossa di consegnare le sue conversazioni private ai pm è solo una finta. Perché sempre dal voto dell’aula devono passare. E se il Parlamento dice no, gli inquirenti non le possono comunque utilizzare».

Sarebbe grave?

«Di più: inquietante. Non stiamo parlando di un’inchiesta per furto, riguarda la criminalità organizzata. Negare l’ok a prove che potrebbero tornare utili in un processo per mafia significa delegittimare tutta la politica. Che messaggio daremmo ai cittadini? Come potrebbe giustificarsi FdI, che ha fra i suoi simboli Paolo Borsellino? Votare contro sarebbe una contraddizione. È ipocrita dire di essere in prima linea nella lotta ai clan se poi, quando c’è l’occasione, vai in direzione opposta».

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