Cercare la “completa verità” sulla strage di Bologna, è la richiesta che anche quest’anno arriva dalla destra al governo. Giudice Raffaello Magi, lei che ha firmato uno dei più recenti e importanti verdetti su quel massacro, che ne pensa?
«La verità completa? Certo, se chi è stato condannato avesse qualcosa da raccontare darebbe un importante contributo. Ma senza mettere in discussione quelle verità processuali e storiche a cui si è molto faticosamente arrivati». Raffaello Magi, giudice di Cassazione, è stato relatore della sentenza della Corte (presidente Stefano Mogini) che nel gennaio 2025 ha motivato l’ergastolo a carico di Gilberto Cavallini, l’ex esponente dei Nar, accusato di concorso nel massacro e ritenuto l’altro esecutore della strage, con Fioravanti, Mambro, Ciavardini e Bellini. «Una premessa – puntualizza Magi, che è anche membro della giunta Anm della suprema Corte – La giustizia esamina le condotte dei singoli, seppur inserite in contesti complessi. Mi atterrei all’ana…
Cercare la “completa verità” sulla strage di Bologna, è la richiesta che anche quest’anno arriva dalla destra al governo. Giudice Raffaello Magi, lei che ha firmato uno dei più recenti e importanti verdetti su quel massacro, che ne pensa?
«La verità completa? Certo, se chi è stato condannato avesse qualcosa da raccontare darebbe un importante contributo. Ma senza mettere in discussione quelle verità processuali e storiche a cui si è molto faticosamente arrivati». Raffaello Magi, giudice di Cassazione, è stato relatore della sentenza della Corte (presidente Stefano Mogini) che nel gennaio 2025 ha motivato l’ergastolo a carico di Gilberto Cavallini, l’ex esponente dei Nar, accusato di concorso nel massacro e ritenuto l’altro esecutore della strage, con Fioravanti, Mambro, Ciavardini e Bellini. «Una premessa – puntualizza Magi, che è anche membro della giunta Anm della suprema Corte – La giustizia esamina le condotte dei singoli, seppur inserite in contesti complessi. Mi atterrei all’analisi di processi chiusi in via definitiva, altri terreni non mi competono».
Allora mettiamo in fila le certezze. È acquisito tecnicamente che fu una strage politica?
«È un dato incontestabile. Già i giudici di Bologna nella condanna di appello argomentano sulla finalità politica. E l’intera ricostruzione, giudiziariamente validata, legge l’azione devastante messa a segno a Bologna come il più grave atto di quella che è stata definita “strategia della tensione”. Puntavano a destabilizzare dalle fondamenta lo Stato. Un piano alimentato da entità che temevano la democrazia rappresentativa e l’avanzata del Pci in Italia. Dobbiamo guardare a quel decennio per capire: dalla strage di Piazza Fontana, dicembre 1969, a quella del 2 agosto del 1980. È il periodo in cui il nostro Paese ha vissuto una sovranità limitata».
La Suprema Corte ha chiuso il cerchio su Bologna con le condanne definitive per Cavallini e per Paolo Bellini. Ma basta la loro posizione ideologica a parlare di matrice neofascista?
«No, ovviamente. I processi di Bologna degli ultimi anni hanno ripreso le prove e le sofferte decisioni dei primi anni ‘90. E il valore delle ultime sentenze definitive – quella su Cavallini, e l’altra su Bellini – sta proprio nella solida conferma di quella matrice neofascista. Quel filo nero lega non solo le singole azioni e relazioni, ma la consapevolezza del disegno che si stava portando a compimento».
Disegno che godeva della regia di Licio Gelli, e della protezione di eccellenti piduisti e apparati dei Servizi?
«Assolutamente sì. Clamoroso, a questo proposito, l’episodio del depistaggio per il quale l’ex capo della P2, Gelli, l’ex agente del Sismi Pazienza e gli ufficiali del Sismi Musumeci e Belmonte, sono stati condannati a dieci anni. Misero in piedi il falso indizio delle valigie piene di esplosivo e cercarono di addossare la responsabilità al terrorismo rosso».
Torniamo a quel 2 agosto, a Bologna. L’ergastolo per Cavallini su quali elementi si basa?
«I processi hanno accertato tutto il supporto che Cavallini ha fornito ai primi esecutori, consapevole della missione stragista. A Venezia ha procurato il documento falso al ricercato Fioravanti, ha ospitato lui e Mambro che arrivavano dalla Sicilia dopo essere stati coperti a Selinunte da Ciccio Mangiameli».
È il leader di Terza Posizione che poi verrà ucciso.
«Sì, eliminato dallo stesso gruppo neofascista di Fioravanti nel timore che potesse testimoniare proprio sulla strage di Bologna».
Rispetto a tutto questo, che effetto fa sentir parlare di nuovo di piste alternative, come quella palestinese?
«Sempre per restare a dati di fatto. La cosiddetta pista palestinese si è rivelata, dopo approfondimenti, del tutto inesistente».
È sufficiente parlare di pagina buia, rispetto alla storia scritta da quelle sentenze?
«Credo che le istituzioni debbano invece sentire come un dovere la necessità di promuovere, favorire la conoscenza autentica di questa dolorosa memoria. E trovo infatti limpide le parole del Capo dello Stato: sulla “strategia neofascista del terrore” che “pretendeva di distruggere libertà e democrazia”».