Perché una generazione di destra che nulla ha a che fare con la stagione degli anni di piombo, che è cresciuta nella seconda Repubblica, e che potrebbe quindi fare i conti con quel passato, continua, di fatto, a disconoscere le sentenze che parlano di strage neofascista a Bologna?
Il più esplicito è stato, tre anni fa, Marcello De Angelis, allora portavoce del presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca: «So per certo che Fioravanti, Mambro, Ciavardini non c’entrano nulla con la strage di Bologna, lo so con assoluta certezza». Chiese di rilanciare il post che aveva scritto su Facebook. In tanti, nel suo mondo, lo fecero. Scoppiarono mille polemiche. Il 29 agosto 2023 De Angelis fu costretto alle dimissioni.
Federico Mollicone, deput…
Perché una generazione di destra che nulla ha a che fare con la stagione degli anni di piombo, che è cresciuta nella seconda Repubblica, e che potrebbe quindi fare i conti con quel passato, continua, di fatto, a disconoscere le sentenze che parlano di strage neofascista a Bologna?
Il più esplicito è stato, tre anni fa, Marcello De Angelis, allora portavoce del presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca: «So per certo che Fioravanti, Mambro, Ciavardini non c’entrano nulla con la strage di Bologna, lo so con assoluta certezza». Chiese di rilanciare il post che aveva scritto su Facebook. In tanti, nel suo mondo, lo fecero. Scoppiarono mille polemiche. Il 29 agosto 2023 De Angelis fu costretto alle dimissioni.
Federico Mollicone, deputato meloniano, presidente della Commissione cultura, l’anno dopo, nel 2024, si è spinto a ipotizzare che le sentenze sulla strage potessero rappresentare un teorema per colpire la destra. «Giorgia Meloni condivide questa posizione?» si sono chiesti in tanti, indignati. Ecco, a mettere in fila le dichiarazioni della premier, si intuisce che nemmeno lei ci ha mai creduto troppo alla pista nera sull’attentato del 2 agosto 1980 (85 morti, 200 feriti). E del resto solo una volta, due anni fa, affermò che «le sentenze attribuiscono a esponenti di organizzazioni neofasciste» la paternità dell’attentato. Per il resto le sue sono, da quando è premier, dichiarazioni di generica condanna del terrorismo, senza entrare nel merito della matrice.
Prima, stando all’opposizione, i suoi pensieri erano stati più manifesti. Già nel 2006, da giovane parlamentare di An, disse che occorreva «una verità al di sopra delle parti»; nel 2007, dopo che Stefano Sparti, il figlio di Massimo, l’ex esponente della Banda della Magliana testimone chiave contro Mambro e Fioravanti, aveva smentito il padre, Meloni sostenne che la novità «di fatto» metteva «in discussione le sentenze di colpevolezza»; nel 2013, da leader di Fratelli d’Italia, scrisse di avere «la sensazione che la verità non sia stata ancora raccontata»; nel 2019 affermò che le vittime attendono ancora giustizia, e «che 39 anni non sono ancora bastati per fare luce sull’accaduto, nonostante i processi e le condanne». Sponsorizzò la commissione d’inchiesta richiesta da Federico Mollicone, sostenitore di una pista alternativa. Chiara Colosimo, presidente della Commissione antimafia, finì al centro delle polemiche per aver incontrato in carcere Luigi Ciavardini, uno dei condannati per Bologna. I familiari delle vittime ritennero la sua nomina all’Antimafia «un insulto alla memoria», chiedendo un passo indietro. Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, nel 2024 partecipò, da parlamentare bolognese, alla cerimonia del 2 agosto, ma non volle salire, «per scelta», sul palco. Perché si continua a non menzionare la responsabilità neofascista nella strage? Anche ieri il presidente del Senato Ignazio La Russa ha detto che bisogna indagare ancora, «per arrivare alla completa verità».
Forse perché in un partito così identitario, ancorato alle proprie radici, si fa fatica ad aprire l’album di famiglia, visto che Giusva Fioravanti e Francesca Mambro fecero parte, da ragazzi, del Fronte della gioventù, il movimento giovanile del Msi. E del resto, se perdura la fatica a fare i conti con il fascismo, ancor più difficile risulta farlo con le stragi neofasciste che insanguinarono l’Italia tra il 1969 e il 1980. Ci sono poi, a creare imbarazzo, i legami tra i condannati per la strage di Bologna e i servizi segreti deviati: un’altra verità difficile da accettare a destra. Un anno fa Benedetta Tobagi, su questo giornale, ricordò che «il processo a Paolo Bellini ci ha detto che Mario Tedeschi, già senatore del Movimento sociale e direttore del settimanale Il Borghese, ricevette del denaro dalla P2 per contribuire al depistaggio in direzione della pista palestinese». Tedeschi, come testimoniato dai diari di Ludovico Ortona, portavoce di Francesco Cossiga al Quirinale, si recò almeno dieci volte a trovare l’allora presidente della Repubblica, che a un certo punto cambiò idea sulla matrice neo fascista della strage di Bologna, offrendo così alla destra una legittimazione istituzionale che non aveva avuto.
Dal 2001, emersa dai lavori della controversa commissione Mitrokhin, spunta quindi la pista palestinese. Ovvero, l’attentato non fu neofascista, realizzato cioè per fermare definitivamente la stagione della solidarietà nazionale e avviare una svolta autoritaria in Italia, ma una ritorsione dei palestinesi per una violazione del cosiddetto lodo Moro, l’accordo di intelligence che garantiva il libero transito di armi e uomini dei gruppi palestinesi sul suolo italiano, dopo l’arresto di un militante palestinese e tre autonomi ad Ortona nel 1979. È la pista Carlos, il terrorista legato al Fronte popolare di liberazione della Palestina. Tesi sostenuta da Enzo Raisi, a lungo parlamentare di An. Nel 2015 questo filone è stato però archiviato per mancanza di riscontri. Anche perché, secondo i giudici, all’epoca della strage di Bologna il lodo Moro reggeva ancora. Ma Raisi la sostiene ancora.