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Il patto Ue sui migranti “bocciato” nella parte che riguarda il confine Italia-Slovenia

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Il Tribunale di Trieste ha accolto i ricorsi di due migranti sottoposti alla nuova procedura accelerata. Uno è stato identificato in stazione, l’altro si era presentato in questura per chiedere asilo. E i casi analoghi si contano per decine
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Le procedure di frontiera previste dal nuovo Patto Ue su migrazione asilo a Trieste, Gorizia e in generale ai migranti che oltrepassino il confine con la Slovenia non si possono applicare. Motivo? Manca un decreto del Viminale, che però di fatto cancellerebbe permanentemente Schengen.

Lo ha deciso il tribunale di Trieste, accogliendo i ricorsi di due residenti asilo individuati in città sottoposti alla nuova procedura accelerata prevista dal Patto europeo, con immediata convocazione in commissione territoriale e nel frattempo rinchiusi a “casa Malala”, una delle strutture di primissima accoglienza nell’hinterland triestino. Peccato che le nuove regole siano applicabili solo a chi sia stato bloccato alla frontiera dopo aver tentato di eludere i controlli, ospitato nelle cosiddette “zone di transito” e lì abbia chiesto asilo.

Le procedure di frontiera previste dal nuovo Patto Ue su migrazione asilo a Trieste, Gorizia e in generale ai migranti che oltrepassino il confine con la Slovenia non si possono applicare. Motivo? Manca un decreto del Viminale, che però di fatto cancellerebbe permanentemente Schengen.

Lo ha deciso il tribunale di Trieste, accogliendo i ricorsi di due residenti asilo individuati in città sottoposti alla nuova procedura accelerata prevista dal Patto europeo, con immediata convocazione in commissione territoriale e nel frattempo rinchiusi a “casa Malala”, una delle strutture di primissima accoglienza nell’hinterland triestino. Peccato che le nuove regole siano applicabili solo a chi sia stato bloccato alla frontiera dopo aver tentato di eludere i controlli, ospitato nelle cosiddette “zone di transito” e lì abbia chiesto asilo.

Lo chiariscono i giudici con due ordinanze di fatto identiche nei contenuti, che si candidano a cassare tutti gli analoghi ricorsi – e se ne contano decine – presentati da quando il nuovo Patto Ue è entrato in vigore. Le argomentazioni dei giudici sono cristalline.

Per applicare le nuove procedure accelerate, in assenza di un decreto specifico – e secondo molti impossibile – la commissione territoriale ha fatto leva su una norma del 2019 che si basa su leggi ormai abrogate, identificando “l’intero territorio delle Province di Trieste e di Gorizia come zona di transito”. In questo modo “ogni domanda di protezione internazionale presentata presso le Questure di Trieste e Gorizia, anche se spontaneamente proposta da migranti non sorpresi ai valichi di frontiera, vedrebbe applicarsi la procedura accelerata alla frontiera, salva la mancata ricorrenza di altri presupposti”. E questo, spiegano i giudici, è semplicemente impossibile.

Primo, perché il decreto su cui si fa leva per bollare mezzo Friuli Venezia Giulia come zona di transito “concerne le procedure c.d. accelerate (già smantellate dalla Cassazione ndr), posto che, all’epoca, non era ancora stata compiutamente delineata la stessa definizione di una procedura di frontiera”. Secondo, perché le definizioni di zona di frontiera e zona di transito non sono mai state propriamente definite ma “la stazione ferroviaria di Trieste Centrale che non può certo qualificarsi come frontiera esterna all’Unione Europea”. E neanche la Questura di Gorizia dove l’altro ricorrente che già ha ottenuto la sospensiva è stato sottoposto alle nuove procedure.

I fantasmi della rotta balcanica

Non si tratta dell’unica criticità individuata nelle ultime settimane dai legali delle associazioni che stanno curando i ricorsi. Primo, nessuna delle persone sottoposte alla nuova procedura è stata bloccata a una frontiera esterna. Secondo, non ci sono ad oggi le zone di transito in cui i richiedenti asilo dovrebbero ricevere assistenza umanitaria e sanitaria, informativa legale e tutele. Terzo, nonostante dall’ottobre 2023 siano stati ripristinati i controlli in ingresso dalla Slovenia, la Corte di giustizia europea ha già chiarito che “la frontiera interna di uno Stato membro sulla quale sono stati ripristinati i controlli di frontiera non può in alcun modo essere equiparata ad una frontiera esterna”. Traduzione, al massimo tali controlli si potrebbero fare dal lato sloveno del valico. Quarto, a tutte le persone sottoposte alla nuova procedura viene detto che è vietato uscire dal centro, cosa che non è prevista affatto dalla nuova normativa. Tutte zavorre difficili da superare.

Per le associazioni da tempo impegnate sul fronte dell’accoglienza e che da anni suppliscono con azioni solidali alla mancanza di assistenza pubblica prevista dalle norme, non si tratta di un caso ma di un disegno. L’obiettivo, spiegano, è “espellere dal sistema più persone possibile, abbandonando le persone in strada”. Braci facili da trasformare in incendio, magari in periodo elettorale.

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