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Tensione al vertice con Giorgetti. Meloni: “Necessario un segnale”

(ansa)

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Salvini: “Per il carburante usiamo fondi dalle banche”. Lo stop di Tajani e lo scontento dei ministri
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Palazzo Chigi, ultimo vertice tra leader prima delle vacanze d’agosto. Il clima avrebbe dovuto avere il tepore della campanella finale a scuola. Invece sembra una riunione di condominio col riscaldamento guasto. Si discute, ancora una volta, delle accise: i prezzi al distributore continuano a galoppare, visto che la situazione a Hormuz resta scombussolata, e Giorgia Meloni vuole offrire agli automobilisti inviperiti un «segnale», a tutti i costi, anche se Giancarlo Giorgetti osserva che i segnali costano e, soprattutto, i soldi a questo giro «non ci sono».

La tensione ai piani alti dell’esecutivo è alta dalla prima mattina. Perché nonostante le pressioni della presidente del consiglio, al Mef da giorni tentano di resistere. Bisogna puntare su altre misu…

Palazzo Chigi, ultimo vertice tra leader prima delle vacanze d’agosto. Il clima avrebbe dovuto avere il tepore della campanella finale a scuola. Invece sembra una riunione di condominio col riscaldamento guasto. Si discute, ancora una volta, delle accise: i prezzi al distributore continuano a galoppare, visto che la situazione a Hormuz resta scombussolata, e Giorgia Meloni vuole offrire agli automobilisti inviperiti un «segnale», a tutti i costi, anche se Giancarlo Giorgetti osserva che i segnali costano e, soprattutto, i soldi a questo giro «non ci sono».

La tensione ai piani alti dell’esecutivo è alta dalla prima mattina. Perché nonostante le pressioni della presidente del consiglio, al Mef da giorni tentano di resistere. Bisogna puntare su altre misure, è la linea di Giorgetti. Meglio aiuti mirati alle imprese, agli autotrasportatori. In passato si è ragionato sulla “social card”. Ma la premier fa muro. Passano le ore e il nodo non si scioglie. Ecco perché il Cdm, convocato all’inizio alle 16.30, viene rimandato alle 17. In realtà inizierà dopo un’ora. Prima, Meloni convoca il titolare dell’Economia e i due vicepremier. La discussione viene raccontata naturalmente con contorni ovattati: franca. La premier insiste appunto sul «segnale» necessario. Anche perché siamo ormai in un anno elettorale e non si possono fare errori. Il ministro delle Finanze ricorda quanto è già stato sborsato dallo scoppio del conflitto in Medio Oriente, 2 miliardi, e lo scarso impatto di questa misura. Insiste sulle altre opzioni, «per non buttare soldi». Matteo Salvini in realtà condivide la tesi di Meloni: benissimo gli aiuti agli autotrasportatori, ma un nuovo taglio serve. Per finanziarlo, sfodera la solita ricetta: «Tassiamo le banche, che fanno 18 miliardi di utili». Si oppone Antonio Tajani: per il forzista non bisogna intralciare il mercato; gli istituti di credito, come le assicurazioni, non vanno toccati nel portafogli. Salvini evita d’infervorarsi. «Tanto il 25 agosto il tema si riproporrà». Ed è convinto che sempre lì, sulle banche, alla fine bisognerà indirizzarsi.

Gli uffici si scervellano a caccia di coperture. Dopo un’ora e mezza di discussione, si giunge alla soluzione più facile, anche se di certo non indolore: si taglia ai ministeri con portafogli. Tagli «orizzontali». Lo riferisce in conferenza stampa la responsabile dell’Università, Anna Maria Bernini. «Pro quota ciascuno di noi ha contribuito per fare in modo che il caro carburante impattasse meno possibile sulle famiglie». La notizia non è accolta con entusiasmo, eufemismo, nel corso del Cdm che alla fine, alle 18.09, comincia. La stessa Bernini fa intuire che qualche malumore c’é: «Stiamo tenendoci allertati per capire con quale intensità il taglio ha inciso su di noi». Al tavolo del consiglio dei ministri però, su questo punto, la discussione è meno tribolata di quella del vertice tra leader: ai titolari dei dicasteri arriva un pacchetto chiuso. Si bisticcia di più su altro, per esempio sul riconoscimento facciale che piace poco a Tajani, almeno com’era formulato all’inizio.

Ai ministri irritati - «poco contenti», dice Giorgetti - viene comunque elargita una promessa, tutta da verificare alla prova dei fatti: il taglio non sarebbe definitivo, sarebbe una sorta di «prestito». Perché le risorse sforbiciate verrebbero in qualche modo restituite più avanti, ad ottobre, quando si procederà a uno scostamento di bilancio perché sarà attivata la clausola di salvaguardia nazionale per finanziare energia e difesa. «Ho qualche perplessità, nel dubbio mi tengo le mani in tasca», scherza il viceministro alla Giustizia di FI, Francesco Paolo Sisto.

Quanto alla clausola, il voto è previsto oggi, a Camera e Senato. Ma sulla risoluzione da approvare a destra si balla: le trattative per chiudere il testo sono andate avanti fino a notte, con la Lega in particolare a dettare condizioni sugli investimenti «prioritari» nella sicurezza nazionale e il no ai fondi Safe. In audizione, Claudio Borghi ha incalzato il suo collega di partito Giorgetti per il no al prestito europeo per il riarmo, chiedendo ai «patrioti» di FdI di associarsi. Il ministro dell’Economia in realtà ha aperto all’utilizzo del fondo Ue («Lo useremo»). Salvo svicolare dai cronisti: «Si safe chi può».

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