Il rischio è che l’immunità parlamentare «diventi uno strumento a tutela della maggioranza e non del Parlamento». Giovanni Salvi, già procuratore generale della corte di Cassazione, mette in guardia da una deriva i cui segnali si vedono anche nel caso Delmastro.
La Camera ha negato l’uso delle conversazioni su whatsapp nell’inchiesta Bisteccheria d’Italia, tra l’ex sottosegretario Andrea Delmastro e il socio Mauro Caroccia. È uno scudo?
«Si giocano partite diverse. L’impressione è che la vicenda Delmastro sia considerata come un’occasione per affermare principi, una prova di forza, piuttosto che valutare se le captazioni siano state o meno in violazione delle prerogative parlamentari. Questo è abbastanza evidente dai passaggi della relazione».
Per esempio?
«Si entra nel merito delle scelte procedimentali e della fondatezza o meno delle ragioni della richiesta, ma questo non dovrebbe far parte delle valutazioni della Camera ai sensi dell’articolo 68 della Costituzione. Questo aspetto m…
Il rischio è che l’immunità parlamentare «diventi uno strumento a tutela della maggioranza e non del Parlamento». Giovanni Salvi, già procuratore generale della corte di Cassazione, mette in guardia da una deriva i cui segnali si vedono anche nel caso Delmastro.
La Camera ha negato l’uso delle conversazioni su whatsapp nell’inchiesta Bisteccheria d’Italia, tra l’ex sottosegretario Andrea Delmastro e il socio Mauro Caroccia. È uno scudo?
«Si giocano partite diverse. L’impressione è che la vicenda Delmastro sia considerata come un’occasione per affermare principi, una prova di forza, piuttosto che valutare se le captazioni siano state o meno in violazione delle prerogative parlamentari. Questo è abbastanza evidente dai passaggi della relazione».
Per esempio?
«Si entra nel merito delle scelte procedimentali e della fondatezza o meno delle ragioni della richiesta, ma questo non dovrebbe far parte delle valutazioni della Camera ai sensi dell’articolo 68 della Costituzione. Questo aspetto mi sembra ben colto negli interventi dei principali esponenti della opposizione, anche se non tutti riescono a trattenersi e fanno riferimento alla moralità del parlamentare, ai suoi rapporti ambigui e così via. Anche questi aspetti dovrebbero essere estranei alla valutazione della Camera. Mi pare quindi che la vicenda non finirà qui».
Quali tasselli mancano?
«Si apre un tema molto delicato dei rapporti tra presidente della Camera, giunta per le autorizzazioni e aula».
Si riferisce al fatto che ai commissari e al presidente della giunta è stato negato di visionare le chat nonostante la richiesta del procuratore Francesco Lo Voi?
«Infatti. Questa peraltro è una conseguenza del ruolo assunto dal presidente, che non può che determinare la necessità di chiarimenti circa le rispettive attribuzioni. A chi compete la valutazione del materiale che la giunta e di conseguenza la Camera possono visionare? In realtà, mi sembra che stia per implodere il meccanismo che già rendeva molto difficile l’attuazione dell’articolo 68 della Costituzione, secondo cui è necessaria la preventiva autorizzazione da parte della camera di appartenenza affinché la magistratura possa compiere alcuni atti che riguardano i parlamentari».
Perché è di difficile attuazione?
«Tutte le volte che si tratta di valutare l’accesso alle comunicazioni dei parlamentari emerge il tema delle intercettazioni indirette. È evidente che per gli “atti a sorpresa”, come intercettazioni e perquisizioni, l’autorizzazione preventiva da parte della Camera è impossibile. Questo determina lo spostamento della valutazione della Camera non sulla tutela delle garanzie di libertà del parlamentare, ma sulla valutazione degli atti del processo».
Pensa che sia necessaria una nuova riforma costituzionale dell’art. 68?
«Se si continua a interpretare l’articolo 68 come una sorta di strumento della maggioranza e non a tutela del Parlamento si rischia di alterare il disegno costituzionale perché si apre la strada a un nuovo periodo di polemiche intorno alle immunità. Non più intese come una garanzia del Parlamento ma come strumento di chi ha la maggioranza. E non mi riferisco al caso Delmastro, ma a molte delibere che in tempi recenti hanno rifiutato l’utilizzo delle captazioni».
Tornando alla visione delle chat, il presidente della giunta Devis Dori ha sollevato l’ipotesi di un conflitto istituzionale tra lui e il presidente Fontana perché gli è stato impedito di leggerle, lei che ne pensa?
«È un punto che costituirà certamente un elemento conflittuale. Tuttavia non credo che vi siano spazi per un conflitto di attribuzioni. Al di là delle soluzioni giuridiche, bisogna tenere ben presente quanto avvenne nel passato. Il costante rifiuto di vedere nell’autorizzazione a procedere, all’epoca vigente, un mezzo di tutela della libertà del parlamentare, fino a farne strumento di impunità, fu causa non secondaria dell’indignazione dell’opinione pubblica, che portò all’abolizione dell’autorizzazione a procedere».
Delmastro ha inoltrato le chat alla procura, ma anche in questo caso serve l’autorizzazione del Parlamento affinché possano essere visionate. Va da sè che la Camera dovrebbe dare l’autorizzazione?
«No, credo che sia giusto interpretare, come è ormai consolidata lettura, la norma non come un privilegio del singolo ma come una garanzia per la nostra principale istituzione democratica, il Parlamento. La posizione di Delmastro, a mio parere, ha consentito di fare della sua vicenda un “caso”, ma ciò ha finito per rendere ancora più chiaro che le garanzie dell’articolo 68 non debbono diventare strumento delle maggioranze, ma tutela alta del Parlamento».