✕

Guccini: “Meloni ha due facce, ma quella vera è violenta. La destra ha sempre amato i miei testi”

Ascolta l'audio

Dall’archivio (24 settembre 2022) – Il cantautore e i 50 anni della sua canzone più celebre, "La Locomotiva"
5 minuti di lettura

PAVANA – Francesco Guccini, qual è il suo primo ricordo delle elezioni?

"Quelle del 1948, vissute qui a Pavana: avevo quasi otto anni. Mio padre era tornato da un campo di concentramento in Germania, la Casa del fascio era diventata Casa del popolo, comunisti e democristiani litigavano con urla altissime. Il prete, don Quinto Pelagalli, acceso anti-comunista, svolgeva il suo apostolato secondo la massima di Guareschi: "Nell'urna Dio ti vede, Stalin no".

E i fascisti dove erano finiti?

"Quelli del Msi se c'erano se ne stavano zitti. Il marchio del fascismo era stato troppo forte, ma adesso tutto andava ricostruito. E siccome il paese è piccolo molti si riciclarono fatalmente".

La Chiesa quindi era in campo?

"Sì, ma la cosa divertente è che quando morì la Dc, e arrivò Berlusconi, don Quinto cominciò a votare a sinistra. Avevo un amico di Forza Italia che non se ne dava pace".

E lei per chi voterà domenica?

"Io voto Pd".

Ma vota qui?

"No, no, andrò a Bologna, sono ancora residente in v…

PAVANA – Francesco Guccini, qual è il suo primo ricordo delle elezioni?

"Quelle del 1948, vissute qui a Pavana: avevo quasi otto anni. Mio padre era tornato da un campo di concentramento in Germania, la Casa del fascio era diventata Casa del popolo, comunisti e democristiani litigavano con urla altissime. Il prete, don Quinto Pelagalli, acceso anti-comunista, svolgeva il suo apostolato secondo la massima di Guareschi: "Nell'urna Dio ti vede, Stalin no".

E i fascisti dove erano finiti?

"Quelli del Msi se c'erano se ne stavano zitti. Il marchio del fascismo era stato troppo forte, ma adesso tutto andava ricostruito. E siccome il paese è piccolo molti si riciclarono fatalmente".

La Chiesa quindi era in campo?

"Sì, ma la cosa divertente è che quando morì la Dc, e arrivò Berlusconi, don Quinto cominciò a votare a sinistra. Avevo un amico di Forza Italia che non se ne dava pace".

E lei per chi voterà domenica?

"Io voto Pd".

Ma vota qui?

"No, no, andrò a Bologna, sono ancora residente in via Paolo Fabbri 43".

E allora al Senato voterà per Casini?

"Chi è l'altro?"

Sgarbi.

"Ah, ecco. (Rimane un po' in silenzio). Casini me lo presentò un frate domenicano, Michele Casali, all'Osteria delle Dame, come "il più giovane deputato del Parlamento".

Era quarant'anni fa e Casini è ancora lì.

"Ci sono altre soluzioni? E quindi Casini, perché no?".

Non è troppo moderato per lei?

"Avrei preferito Elly Schlein. Spero che Casini si riveli meno di destra di quanto dicano".

Giorgia Meloni è la grande favorita. Come lo spiega?

"Quando ero ragazzo nelle balere si approcciavano le donne con "un balla, signora?". Ed era o sì o no. Una volta una ragazza rispose così a un mio amico: "Proviamo anche questa". Ecco, gli italiani, dopo aver provato Berlusconi, Renzi, Grillo, Salvini, vogliono provare anche Meloni; è qualcosa di connotato alla società italiana, ma sono innamoramenti di pancia, che poi sfioriscono presto".

Ma intanto presto potrebbe ritrovarsi a palazzo Chigi.

"Gli elettori in democrazia hanno sempre ragione. A loro dico: "Godetevela!"

Cosa ci rivela?

"Che la società italiana tende a destra, non a sinistra. L'anima prevalente è sempre stata questa".

Meloni sta dissimulando?

"Ha due facce. Quella dell'endorsement a Vox, dello slogan "io sono donna e cristiana"; e quella accomodante, atlantica, europeista, pro Euro, per smussare gli angoli. I contadini di Pavana definivano questo atteggiamento da uova e da latte".

Recita due parti in commedia?

"Sì, più o meno".

Qual è la vera faccia?

"L'origine non si dissimula, alla fine viene fuori. Ha notato com'è violenta nei comizi? Urla continuamente".

Cosa teme della destra al governo?

"L'involuzione sui diritti e sulle libertà personali. Dicono che non toccheranno la 194 sull'aborto, vedremo. Rischiamo una regressione conservatrice. E poi vogliono mettere in discussione il rapporto con l'Europa, come rivela l'appoggio a Orbán, un grande reazionario. Dicono: "Orbán è stato democraticamente eletto. Beh, anche Hitler lo fu".

Il rischio di un rigurgito fascista non le sembra concreto?

"Non credo che si tornerà al 1922, o almeno io spero di non finire al confino".

L'hanno attaccata dopo la sua "Bella ciao" in chiave anti Berlusconi, Meloni, Salvini.

"Attacchi violentissimi per una canzone goliardica. Mi hanno detto che io li volevo a piazzale Loreto, mentre, in maniera scherzosa, io a Berlusconi auguro soltanto una cena elegante, a Salvini di bersi il suo Mojito e alla Meloni di spezzare le reni alla Grecia".

Laura Pausini si è rifiutata di cantare "Bella ciao".

"Ci sono artisti che vogliono dividere, e altri che non vogliono scontentare nessuno. Non vuole dire essere di destra, è semplicemente prudenza".

Salvini a sedici anni suonava "La Locomotiva".

"Il Salvini adolescente non è il Salvini maturo".

Meloni la invitò ad Atreju.

"Sì, anni fa, mi telefonò, allora era la leader dei giovani di Alleanza nazionale. Cortesemente declinai".

Anche Gasparri, Alfano, Paragone sono suoi fan.

"Pure Paragone?".

Come spiega questa passione della destra per le sue canzoni?

"C'è sempre stata. Nei primi anni Settanta, una sera che stavo andando alla libreria Feltrinelli in via Sanvitale, un militante di estrema destra mi volle consegnare un ciclostile de La voce della fogna, perché, disse, amava molto le mie canzoni".

Che risposta si è dato?

"Non so. Vede, io non sono mai stato un cantautore militante. Ho sempre toccato le vite delle persone, canzoni esistenziali, di gente che si barcamena".

Il Guccini compagno quindi è una leggenda?

"Non sono mai stato comunista. Non avrei mai potuto con quel che avvenne col totalitarismo sovietico, ma riconosco i tanti pregi che il Pci ebbe nella crescita della società italiana".

E come si definirebbe allora?

"Un anarchico libertario. Voterei per il Psi di Nenni, se ci fosse".

Oggi chi le piace a sinistra?

"Bersani. Ha la mia stessa origine popolare. Io sono nato povero. Mio padre era impiegato alle Poste, mia madre casalinga, i nonni erano mugnai, uno zio emigrò in America, a lavorare in miniera. Poi Bersani è piacentino come mia nonna materna".

Ma politicamente cosa la convince?

"È pacato, ragiona, non urla. Usa le stesse metafore di mia madre: mia moglie Raffaella le ha raccolte tutte. Bersani dice: "La mucca nel corridoio". Mia madre diceva, in dialetto modenese: "Non c'è badilaccio che non abbia il suo manicaccio".

Letta la convince?

"Non mi dispiace. Che è diverso dal dire che mi piace. Non ha il carisma del grande leader, ma nemmeno merita tutti gli attacchi che gli rivolgono".

Anche i ciellini vanno pazzi per le sue canzoni.

"Io sono molto amico del cardinale Zuppi. Mi piace la sua semplicità. Spero che diventi Papa".

È un'Italia migliore di quando lei era ragazzo?

"Non direi. C'è sempre un'emergenza. Questa storia delle bollette è spaventosa. Famiglie, imprese, ristoratori, che non sanno dove sbattere la testa".

Quest'anno ricorrono i 50 anni della "Locomotiva". È la sua canzone più famosa?

"Credo che la più famosa sia L'Avvelenata, purtroppo".

Perché purtroppo?

"È una canzone minore, un'invettiva".

Qual è la sua preferita?

"Odysseus".

È vero che con la ragazza di "Incontro" non ci fu mai niente?

"Niente! Eravamo solo amici".

Non è quindi una canzone d'amore?

"No, no. È la riprova che una volta scritte le canzoni non ti appartengono più. Le canzoni sono fragili, come avvolte dalla stessa nebbia che confonde le cose".

Vi siete mai più rivisti?

"No, ma ci siamo scritti tempo fa. Vive in America".

E "La Locomotiva" che canzone è?

"Una ballata popolare. Per una volta sono stato molto retorico, nello stile delle canzoni anarchiche, ma la storia era bella, invitava".

Chi era Guccini nel 1972?

"Avevo 32 anni ed era un periodo strano. Mi trasferii in via Paolo Fabbri, iniziai a frequentare l'osteria delle Dame, avevo dentro una grande inquietudine, forse fu per quello che andai a caccia delle mie radici. E Radici infatti si chiama quell'album. Scrissi La Locomotiva in venti minuti. Un mio cugino era iscritto alla Federazione anarchica di Carpi: fu il primo a cui la feci ascoltare. Il secondo fu il musicologo Roberto Leydi. Ne furono entusiasti".

Generazioni l'hanno cantata ad ogni suo concerto col pugno chiuso.

"Gliel'ho detto che le canzoni sono ambigue. E io non sono un maestro di pensiero, sono un istintivo, un untorello".

La cantano ancora perché le disuguaglianze sono grandi anche adesso.

"Mio cugino aveva un amico, anarchico pure lui, la cantava: poi è diventato leghista".

Incredibile.

"Eh, perché? La storia è strana".

Pensa spesso ai suoi?

"Qualche volta. Mio padre non fu spesso d'accordo con me, ma mi ha sempre lasciato libero in ogni scelta, gliene sono sempre grato".

Le pesa di non poter più leggere per i problemi di vista?

"Moltissimo. Ascolto gli audiolibri, ma sono un piccolo surrogato. Leggere era il mio vero mestiere".

Ricorda l'ultimo concerto?

"Sì, a Bologna. Il 3 dicembre 2011. Ero raffreddato presi venti gocce di paracodina, e siccome la voce non migliorava ne presi altri venti. E fu un errore, perché ebbi un mancamento. C'erano dei miei amici medici che mi volevano portare al pronto soccorso. "No, andiamo a cena", risposi. In quel momento decisi che quello era stato il mio ultimo concerto".

Ne ha sofferto?

"No, l'ho deciso io. Non mi venivano più le canzoni. C'è un tempo per ogni cosa".

Ma le sue canzoni rimarranno.

"Non è detto. I miei libri sono migliori delle mie canzoni".

Non credo.

"Cosa vuole che rimanga dopo? Dopo è finito tutto".

Pensa talvolta alla morte?

"Sono in pista di lancio. Voglio essere cremato".

È vero che riceve ancora tante lettere?

"Sì, anche oggi ne sono arrivate cinque".

Vede.

"Sì, ma sono vecchio, i miei amici sono tutti morti. Mi sento un sopravvissuto".

Leggi i commenti